Amici-nemici, alleati e avversari per forza, in 42 anni Ciad e Libia hanno incrociato più volte i loro destini politici. Fino a quando, il 20 ottobre, Mohammed, un ribelle libico di vent'anni, ha ucciso il colonnello Gheddafi. Da allora, il Ciad di Idriss Déby ha perso il suo più grande protettore nel Nord Africa. Ecco perché International Crisis Group , il think tank della Fondazione Soros che si occupa di prevenzione dei conflitti, ha deciso di dedicare un report allo studio del comportamento tenuto dal Paese nel corso della crisi libica. Per capire quale potrà essere il futuro della regione.
Gli anni '80 e ‘90 Dal 1978 al 1987 Tripoli e N'Djamena sono state rivali: nove anni di guerre, in cui Gheddafi ha anche utilizzato gas tossici sulla popolazione del Ciad. Poi N'Djamena ha dovuto accettare il fatto che la potenza militare libica fosse superiore. Così Gheddafi, ricorda lo studio di International Crisis Group, ha iniziato "una politica ambivalente". Nel Tibesti, catena montuosa tra Ciad e Libia, sono attivi da anni i miliziani del Mouvement pour la démocratie et la justice au Tchad (Mdjt): un gruppo che ha fortemente destabilizzato il governo di N'Djamena. Fino a quando Gheddafi non ha deciso d'intervenire per sedare il conflitto. Dal 2002, tra i ribelli e il governo di N'Djamena regna la tregua.
Con l'elezione di Idriss Déby, nel 1990, l'"ambiguità", secondo il centro Crisis Group, diventa un marchio di fabbrica delle relazioni internazionali tra Libia e Paesi confinanti: "Questa politica ‘doppia‘ - si legge nel rapporto - è stata utilizzata anche in Repubblica Centrafricana, questa volta contro Idriss Déby". Chiuso il fronte nord con la sconfitta dell'Mdjt, Gheddafi non poteva evitare di ingerire nella politica del vicino. Così ha sostenuto il governo del centrafricano Ange Felix Patassè, contro i miliziani ribelli che abitavano il sud del Ciad. La stessa politica doppiogiochista viene spesa in Mali e in Niger, con i ribelli tuareg: Gheddafi, così, è l'ago della bilancia in tutti i conflitti della regione.
Scoppia la guerra Il 17 febbraio scoppiano le proteste contro il regime libico. Idriss Déby, ricorda il think tank della fondazione Soros, all'epoca "sosteneva le tesi di Gheddafi": "l'insurrezione di Bengasi è stato orchestrato dagli islamisti che reclamano una nuova Primavera araba". Il presidente Déby si dice "certo di un coinvolgimento di al Qaeda nel Maghreb (Aqmi)". L'uomo forte di N'Djamena teme che la caduta del rais possa sconvolgere gli equilibri della regione. La Libia è un Paese ricco di risorse, che richiama lavoratori da tutta l'Africa Subsahariana. Ma sotto le bombe, chi può fugge: chi scappa da Tripoli o prende il Nord, direzione Lampedusa, o il sud, verso N'Djamena. Saranno in 80mila, di cui la maggior parte ciadiani, a scegliere questa seconda via. Déby teme che ora anche la stabilità del Paese sia in pericolo: senza Gheddafi i guerriglieri del Mdjt potrebbero ricominciare a mettere a ferro e fuoco il Nord del Paese.
La rete bancaria Burkina Faso, Mali Niger e Ciad: ecco la lista dei Paesi le cui finanze dipendono dal vecchio regime libico. È qui che Gheddafi ha investito i profitti di gas e petrolio. La Banca ciadiana sahelo-sahariana per l'investimento e il commercio (Bsic) fa parte di un gruppo di dodici banche, sparse in tutta l'Africa, che hanno la sede principale a Tripoli. Il 99,99 percento della proprietà dell'intero gruppo è nelle mani della succursale libica. La Banca commerciale del Chari (Bcc), invece, per il 50 percento è libica, detenuta dalla Libyan Foreign Bank. Nel 2010, l'agenzia libica Network Verde aveva anche investito 90 milioni di dollari nella Société de communication du Tchad (Sotel), con la promessa di una seconda tranche da 100milioni. Ora, tutto è fermo in attesa di un nuovo governo a Tripoli.
La svolta Quando gli aerei Nato hanno iniziato a sorvolare Tripoli, Idriss Déby ha dovuto abbandonare il suo vecchio alleato. Ha provato a fare pressioni sulla Nato, in modo che evitasse una fine cruenta del regime, ma non ha potuto sottrarsi al conflitto. Anche spinto dalle accuse di aver fornito i mercenari all'esercito lealista. Così, scrive nel rapporto l'International Cris Group, il presidente Déby in agosto ha arrestato alcuni miliziani "con l'accusa di aver combattuto per Gheddafi". Immediato è arrivato anche il riconoscimento del nuovo governo in carica, con la speranza di rinsaldare un rapporto che sembra condannato dall'inizio. "È ancora troppo presto - dichiara Saad Adoum, il Senior analyst di International Crisis Group - per sapere se la fine di Gheddafi creerà instabilità a medio o lungo termine, ma le incertezze del Ciad mostrano quale potrebbe essere il volto dell'Africa senza di lui".