Il capo del "Dipartimento Amministrazione Penitenziaria" (Dap), Franco Ionta, ha annunciato l'istituzione di un gruppo di lavoro per "intercettare le cause di disagio e strumenti di sostegno" per far fronte ai casi di suicidio nelle carceri.
Gli incaricati avranno il compito di produrre un decalogo in base a "uno studio comparativo delle altre forze di polizia e degli altri Paesi", così da individuare strategie necessarie per affontare il problema delle morti volontarie da parte di detenuti e agenti nei penitenziari.
Il problema delle "autosoppressioni" non colpisce infatti solo i detenuti, che nell'ultimo anno sono stati 59, uno ogni mille secondo le statistiche, ma anche gli agenti che lavorano nelle strutture. La prima causa è il sovraffolamento, seguito dai lunghi tempi di attesa degli iter burocratici della giustizia italiana.
Nel corso dell'intervento al convegno, Ionta è voluto quindi ritornare sulla questione dei "detenuti semplici" e sulla necessità di applicare per questi "percorsi di detenzione aperta dall'inizio alla fine della pena".
La situazione di allarme nelle carceri "non è solo il risultato dell'azione dell'amministrazione penitenziaria se in carcere c'è un 42 per cento di persone in attesa di giudizio o se non è stata data completa attuazione alla legge per l'esecuzione esterna dell'ultimo anno di pena", ha specificato il capo del Dap rivolgendosi direttamente all'operato dei magistrati.
Per Ionta infatti la legge "svuota carceri" è una manovra saggia, che aiuterebbe a sfoltire il problema del sovraffolamento in presenza di detenzioni per reati monori.