08/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



New York, Madrid, Londra. Un editoriale di Marco Formigoni
Dopo New York e Madrid è toccato a Londra. Gli attentati proseguono. Ma noi ormai ci siamo abituati. La guerra permanente è anche questo: una lenta ma inesorabile assuefazione alla morte. Non c'è stato il panico dell'11 settembre, il rinnovato terrore dell'11 marzo. I londinesi da tempo se lo aspettavano. Tutti sapevamo che prima o poi sarebbe successo.

In questo il nord del mondo non è più molto diverso dall'Iraq, dall'Afghanistan, dalla Cecenia. Da uno dei tanti paesi dove si combatte una guerra, in cui tra le possibilità quotidiane c'è anche quella di saltare in aria per un'autobomba o essere colpiti da una granata o da un proiettile mentre vai  a scuola o al lavoro. Speri che non ti succeda o non capiti a un amico o un parente, ma dovesse capitare uno quasi se lo aspetta. E' la guerra, semplicemente.

Ora si piangono i morti di Londra. Si ascolta lo scontato susseguirsi delle dichiarazioni ufficiali: “Non cederemo”, “Vinceremo”, “Il nostro impegno contro il terrorismo non cesserà”. Poi dovremo solo aspettare che succeda da un'altra parte. Roma? Parigi?

Comincia anche a diventare difficile ricordarsi le date: 11 settembre, 11 marzo, adesso anche 7 luglio. Un calendario di ricordi e anniversari che diventa sempre più lungo.
Possiamo consolarci pensando che per iracheni e afgani o per i ceceni è sempre drammaticamente l'11 settembre? No ovviamente. Ma siamo sicuri che percorrendo fino in fondo la strada che abbiamo intrapreso finiremo anche noi per ridurci a quello.

Il problema è che nessuno ha il coraggio di cambiare strada. Una volta una soldatessa israeliana che si era rifiutata di prestare servizio nei territori palestinesi occupati, davanti alla giuria che la processava disse: “La violenza è come il gioco del ping-pong in cui la pallina va da una parte all’altra: se uno dei due smette di giocare, la pallina si ferma”. E' irrealistico pensare che Bush o Blair possano smettere di buttare la pallina della guerra dall'altra parte della rete. Ma siamo sicuri che non sia la cosa migliore da fare, l'unica? Smettere una volta per tutte di considerare una parte dell'umanità come nemica, ostile. Smettere di odiarla e provare a parlare e ragionare. E lasciare che l'8 luglio sia semplicemente un giorno d'estate.
Per Bush e Blair e Berlusconi e Putin e tutti i signori della guerra l'8, il 9, il 10 luglio non saranno mai semplicemente un giorno d'estate.
Tocca a noi di riprendercela l'estate. Altrimenti, non ci resteranno che i brividi.

 

Marco Formigoni

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