05/12/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Il criterio dell'equità è cosa bella (e rara), ma per essere vero deve essere rispettato fino in fondo

"Poteva essere più equa". Le parole sono di  monsignor Giancarlo Bregantini, responsabile della Commissione Cei per i Problemi sociali e il Lavoro.

Lo sarebbe con l'applicazione dell'Ici anche sui possedimenti della Chiesa? La domanda è più che lecita, visti i tempi.
Ma, al di là delle polemiche, il giudizio di Bregantini è importante perché tocca uno dei termini che lo stesso presidente del Consiglio Mario Monti ha voluto in maniera forte per targare la manovra 'salva Italia': equità.

Hanno ragione sicuramente quei commentatori che parlano di uno 'stile' differente, rispetto al passato, nel presentare una lista così complessa di provvedimenti. La forma è sicuramente importante, ma mai come oggi sono i contenuti che devono essere passati al setaccio, per capire se davvero vi sia equità nelle scelte del governo tecnico.

La stretta e la de-indicizzazione delle pensioni, escluse quelle a livelli minimi, l'Ici sulla prima casa, una mini patrimoniale (ma proprio mini) e il secondo semestre 2012 che vedrà l'aumento dell'Iva lasciano aperti molti dubbi. Certo, i 4 miliardi di euro che verranno dall'aumento dell'imposta sul valore aggiunto (Iva) saranno redistribuiti, hanno detto i ministri, in un futuro piano a sostegno di famiglia, donne e giovani.

Ma la stretta sulle pensioni corrisponde maggiormente a una necessità che riguarda i diktat dell'Unione europea, piuttosto che a una necessità ispirata dai criteri di equità.

"Si poteva fare di più sui redditi alti", ci rammenta monsignor Bregantini. Quello che stupisce delle dichiarazioni di Monti, a questo proposito, sta in una sua dichiarazione. "I grandi patrimoni sono un concetto facilissimo da cogliere mentalmente, difficile da cogliere fisicamente e statisticamente". E "il governo avrebbe anche potuto avviare meccanismi conoscitivi nuovi che ci consentiranno di avere un'imposta sulle grandi fortune come in Francia. Ma in una situazione di emergenza, come questa, avremmo forse avuto un po' di gettito tra due anni ma avremmo anche avuto anche una fuga in questi due anni". Insomma, "ciò che abbiamo potuto prendere in considerazione l'abbiamo preso in considerazione".
Il concetto di potere e non potere, rispetto ai grandi patrimoni, lascia non perplessi, ma sgomenti. Suona come il funerale dell'equità.

Su questa parola, preso atto dell'auto-azzeramento dello stipendio del professore, resta da capire se la classe politica nel suo insieme saprà adeguarsi alle regole che vengono imposte ai propri concittadini. Non si cumuleranno stipendi plurimi che vengano dalla pubblica amministrazione e le provincie si vedono ridimensionate a soggetti consultivi, con il desiderio di arrivare alla soppressione totale. Aspettiamo il resto. Il dubbio, che si fonda solo sulla logica, è che stringere sui parlamentari avrebbe comportato mal di pancia pericolosi per un unico decreto che deve, deve, essere approvato. Sempre a pensar male, ma non c'è stata occasione per doversi ricredere troppo spesso in passato.

Infine un elemento che è particolarmente caro a PeaceReporter, E il Mensile. Equità, in una manovra lacrime e sangue - perché tale è - significa anche mettere mano a inutili orpelli nelle voci di spesa del nostro bilancio. I contratti milionari per comprare armi da guerra, gli sprechi del comparto militare, la logica che ci vuole inerti di fronte alle dinamiche di guerra, che la nostra Costituzione non prevede, sono una voce particolarmente attraente per chi voglia risparmiare. Non parliamo delle pessime condizioni in cui versa il comparto sicurezza. Ma delle spese per missioni di guerra, spese folli di rappresentanza, cacciabombardieri dove potrebbero sboccare asili.

La scure dei tecnici, su quei temi, diventa sempre inconsistente come una piuma.

 

 

 

Angelo Miotto

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