08/12/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Il momento della verità: quarantott'ore per salvare l'euro o per affondarlo. L'Unione europea è pronta a significativi cambiamenti del Trattato di Lisbona, o forse no. La Bce, il cui board si riunisce oggi, potrebbe incrementare il programma di acquisto dei bond e abbassare i tassi o forse no. Le condizioni dettate da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sembrano non ammettere modifiche: "è l'accordo più completo possibile", aveva detto Sarkozy lunedì scorso dopo il vertice a due con la cancelliera tedesca. E sembra che la proposta "Merkozy", non sopporti obiezioni: "meglio se tutti i 27 paesi dell'Unione accetteranno le modifiche dei trattati, altrimenti faremo da soli", ripartendo dai 17 dell'Eurogruppo.

Non sempre tutto va come programmato e i contenuti della proposta franco-tedesca, resa pubblica ieri, ha creato malumore. Dentro e fuori dall'Eurogruppo.

I punti principali contenuti nella lettera consegnata a Herman Van Rompuy, riguardano in primo luogo un'armonizzazione delle tasse da applicare alle transazioni finanziarie e alle imprese commerciali che si insediano nei singoli paesi; poteri alla Commissione europea per imporre sanzioni alle nazioni che sfondano il tetto del deficit; modifiche alle legislazioni nazionali per assicurare la parità di bilancio.

Isolamento e competitività. Se era prevedibile una reazione del Regno Unito che da sempre si è opposta alla tassazione delle transazioni finanziari - o si applica globalmente o non serve a nulla, si sostiene - più imprevista è stata la reazione dell'Irlanda che, colpita anch'essa dalla crisi in maniera incisiva, vuole mantenere un livello impositivo basso (il 12,50 per cento) per le aziende che si domiciliano sul suolo irlandese (e sono molte le compagnie, soprattutto nordamericane, che hanno accettato l'invito. Il premier britannico, ben consapevole del fatto che un accordo a 17 porterebbe in una sorta di isolamento i paesi fuori dalla moneta unica, ha dichiarato apertamente che ostacolerà qualsiasi proposta in grado di danneggiare gli interessi del suo paese.

Osservati speciali. Dagli Stati Uniti si assiste con molta attenzione a quanto sta accadendo: le parole di Parigi - se non dovesse passare la proposta franco tedesca, rimane molto probabile l'implosione dell'Unione - e il pessimismo latente di Berlino, hanno creato allarme a Washington. Non è un caso che il segretario del Tesoro Geithner si sia dato a un grand tour europeo per incassare rassicurazioni.

Dov'è la crescita? Il Nyt ha emesso un giudizio negativo sul piano "Merkozy" sottolineando che la virtuosa ricerca della disciplina di bilancio da sola non borsata per ridare fiducia ai mercati e far ripartire la crescita. E poi la ricetta suggerita dal quotidiano newyorchese: "Le nazioni profondamente indebitate debbono certamente riportare i propri bilanci sotto controllo, riformare il mercato del lavoro, vendere le proprietà statali e diventare più competitive. Ma questo non può essere fatto senza crescita. La Germania potrebbe dare la necessaria spinta, risparmiando meno e spendendo di più, assorbendo più importazioni dai Paesi vicini".

Una soluzione, subito. L'attesa per questo vertice e la pressione dei mercati non concede molte scelte ai leader europei che dovranno lasciare Bruxelles con un accordo firmato e definitivo: un ulteriore rinvio (comunque prima di Natale, come si sussurra da Berlino) non risparmierebbe l'euro e i paesi più deboli - tra cui l'Italia - dalla mannaia degli investitori. Di vitale importanza è dimostrare al mondo, usando le parole del presidente della Commissione Barroso, "l'irreversibilità dell'euro".

Tortuose complicanze. Soprattutto sarebbe da superare l'egoismo dei nazionalismi e le macchinose soluzioni per la circolazione della liquidità: negli ultimi giorni si sta discutendo molto sulla possibilità di spingere le banche centrali nazionali a costituire un nuovo fondo presso il Fmi, così che quest'ultimo possa assumere un ruolo fondamentale per aiutare i paesi europei in difficoltà. Traducendo in maniera molto naive, è come se diciassette fratelli coinvolgessero un soggetto perfettamente estraneo (e diabolico) per risolvere con i propri soldi i problemi di alcuni di loro.

Quante banche? E ancora: Merkel e Sarkozy chiedono di anticipare al 2012 l'entrata in vigore del Esm (European stability mechanism) sostituendo immediatamente l'altro fondo salva stati (Efsf) che scade nel 2013. Dato che l'Esm non potrà prestare direttamente i soldi alle banche (in crisi di liquidità, freno reale dell'economia) se non attraverso i governi nazionali, si sta pensando di attribuire al fondo una "licenza bancaria", affinché possa operare come una banca e poter accedere al credito della Bce. Forse una semplificazione dei soggetti in campo e una più chiara operatività aiuterebbe, e di molto, la crescita e l'armonizzazione europea.

Nicola Sessa

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità