Il Corriere della Sera, autorevole e ottimo giornale, ha pubblicato su
una intera pagina, giovedì scorso, una
ricerca sulla guerra che sarebbe
“un male in via d'estinzione”.
Da anni ci occupiamo di guerre nel mondo. E da tre in particolare,
costruendo il progetto “PeaceReporter”, seguiamo ogni giorno
l'evolversi della situazione.
Intanto, l'articolo parte da un presupposto a nostro giudizio errato.
Le guerre guerreggiate oggi non sono 20, ma almeno 28. E questo numero
non include quelle che sono definite le zone di crisi, e nemmeno le
zone di conflitto a bassa intensità.
Oggi si spara, e si muore, in Palestina, Iraq, Afghanistan, Kurdistan,
Cecenia, Georgia, Algeria, Ciad, Darfur, Costa d’Avorio, Nigeria,
Somalia, Uganda, Burundi, Congo, Angola, Pakistan, Kashmir, India, Sri
Lanka, Nepal, Birmania, Indonesia, Filippine, Colombia. E non solo.
Questi conflitti sono costati la vita, finora, a più di cinque milioni e mezzo
di persone.
Se si aggiungono le guerre conclusesi negli ultimi cinque anni (Sierra
Leone, Liberia, Sud Sudan, Congo Brazza, Eritrea-Etiopia, Casamance) il
bilancio delle vittime sale a sette milioni e settecentomila morti.
PeaceReporter, ad esempio, non ha contato l'attacco alle torri, non lo
abbiamo considerato un “conflitto”. Altrimenti dovremmo considerare
come conflitti, e forse questo sarebbe corretto ma di difficile
spiegazione, tutti gli atti di terrorismo che, non lo si può negare,
sono andati esponenzialmente aumentando negli ultimi anni.
Non voglio dilungarmi, ma per conferme e maggiori informazioni,
non mi dispiacerebbe che si desse una occhiata al canale "
conflitti in
corso" di PeaceReporter, costruito sulla base di fonti qualificate ed
autorevoli (tutti istituti di ricerca internazionali universitari, non
gruppi di “pacifisti assoluti”).
Sostenere come sotiene Gregg Easterbrook, che “il mondo stia diventando
sempre più pacifico grazie a tre motivi: la fine della guerra fredda,
le missioni di peacekeeping, la diffusione della democrazia” e
sostenerlo oggi in cui ci sono tre guerre di importanza paragonabile a
quella del Vietnam, in Iraq, Afghanistan e Cecenia, è probabilmente
azzardato, certamente discutibile. E sarebbe bello se quel giornale,
tanto più autorevole e diffuso del mio, ospitasse una discussione su
questo tema.
Magari tenendo in considerazione anche i seicentocinquanta morti di Baghdad. Morti
per la guerra. Per la paura della guerra.