Un giornalista, prima di prendere in mano la penna, o il computer, approfondisce
ciò su cui vuole scrivere, indaga, cerca di saperne di più. In poche parole, non
si ferma alla superficie e vuole vedere, parlare in prima persona per poi raccontare
ciò che ha provato sulla sua stessa pelle, toccando con mano realtà sconosciute
ai più.
La verità, vista da vicino, assume contorni ben diversi e ciò che a un primo
approccio sembrava di importanza trascurabile diventa l’argomento più importante
su cui scrivere e far riflettere.
Lo sa bene Ettore Mo, da due decenni inviato del Corriere della Sera di cui è
rimasto collaboratore, che ha girato il mondo fin nei posti più sperduti, in luoghi
dimenticati abitati da protagonisti della vita, dimenticati dal resto del pianeta.
Nel libro “I dimenticati”, edito da Rizzoli e uscito in ottobre dello scorso
anno, sono raccolte 19 storie (pubblicate sul Corriere della Sera), frutto dei
suoi viaggi e reportage, piccoli pezzi di vita e di dolore, di fatica e di speranza
che, messi insieme, formano un quadro dell’umanità da non perdere. “…lo stimolo
per ogni viaggio, anche nei luoghi più remoti della terra, è stato sempre quello
di ‘andare sul posto’ per poter raccontare, dai bordi del ring, una vicenda che
le agenzie di stampa avevano sbrigativamente segnalato con poche righe, ma che
a noi – a me e al fotografo Luigi Balzelli – sembrava piena di suggestione e di
fascino e non poteva quindi essere ignorata”, scrive il giornalista nella premessa
ai racconti.
E si definisce, umilmente e realisticamente, ai bordi del ring, perché anche
andando in Nigeria e parlando con alcune delle 350.000 persone che hanno perso
la vista per l’oncocercosi (cecità dei fiumi), non si potrà mai capire cosa significa,
ancora bambini, rimanere gli unici vedenti di un’intera famiglia.
O tornando sui campi di battaglia in Vietnam e vedendo le drammatiche conseguenze
dell’Agente Arancio, defogliante usato dagli americani, cogliere fino in fondo
cosa significa vivere tutti i giorni con uno o più figli con malattie mentali
e deformità fisiche seppur nati anni dopo la fine del conflitto: il tempo lenisce
il dolore e l’angoscia che attanagliano alla vista di tali sofferenze inflitte
dall’uomo, una volta distolto lo sguardo e tornati a casa e alle proprie abitudini.
Ma i dimenticati non sono soltanto gente che soffre. Accanto a chi lavora nelle miniere di sale del Mali o, senza andare così lontano, di carbone in Calabria, a chi ha passato l’infanzia con i guerriglieri in Colombia o a chi, rifiutato dalla società, muore di AIDS tra mani pietose nel monastero buddista in Thailandia, sono dimenticate anche persone che rappresentano la storia del mondo e spiragli speranza: le ultime superstiti della tribù degli Yàgan nella terra del Fuoco, gli sciamani in Siberiani, gli abitanti di Birobidjan, della Regione autonoma ebraica nell’estremo oriente russo, don Timoteo, l’uomo semaforo che passa la sua vita su una pericolosa curva sulla strada per La Paz in Bolivia per impedire ogni giorno cadute mortali nei burroni, il prete cattolico inglese John Medcalf, che ha dato vita in Perù alle Biblioteche Rurali, iniziativa che ha ottenuto incredibili successi contro l’analfabetismo di popolazioni sperdute sulle Ande.