La Corea del Nord rifiuta il sostegno alimentare, mentre milioni di persone sono senza cibo
La situazione
umanitaria in Corea del Nord diventa sempre più grave e a farne le spese sono
milioni di persone affamate. Dopo l’ultimo colpo di scena nelle trattative sul
nucleare, il vice ministro degli Esteri Choe Su-Hon ha detto che il suo Paese
non accetterà più gli aiuti alimentari delle Nazioni Unite: che fine faranno
allora le migliaia di madri e bambini malnutrite? O i contadini colpiti dalle
carestie degli ultimi anni? O ancora gli operai che hanno perso il lavoro a
causa della privatizzazione delle aziende statali?
La risposta poco
credibile di Choe Su-hon è stata: “Adesso abbiamo abbastanza cibo grazie ai
buoni raccolti”. Per questo “tutte le organizzazioni umanitarie straniere dovranno
andarsene entro la fine di quest’anno”.
Piaga malnutrizione. Il portavoce del Programma
alimentare mondiale (Pam), Gerald Bourke, non è affatto d’accordo: “Certo il
raccolto è stato migliore rispetto agli anni scorsi – ha detto – ma la Corea
del Nord continua a presentare un deficit sostanziale e cronico di cibo”. Il
tasso di malnutrizione, infatti, secondo le stime del Pam, resta molto alto. Non
molto tempo fa, nel novembre scorso, un rapporto compilato a due mani, dal Pam
e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura
(Fao), aveva denunciato che per il 2005 mancavano 500mila tonnellate di cibo e
che un quarto della popolazione (6 milioni di persone) poteva dunque essere
ridotta alla fame. L’unico modo di far fronte a questo deficit era ricorrere
agli aiuti internazionali di alcuni Paesi donatori: Corea del Sud, Cina, Unione
Europea, Russia e in misura inferiore Giappone e Stati Uniti.
Gli aiuti energetici. E proprio questi
ultimi, esclusa l’Ue, sono coinvolti da tre anni nei colloqui sul nucleare. I
cinque Paesi chiedono la sospensione dei programmi di arricchimento dell’uranio,
offrendo in cambio aiuti energetici, visto che in diverse zone del Paese oltre
al cibo manca anche l’elettricità. Ma
con l’ultimissima richiesta di ieri, 23 settembre, il governo nord-coreano ha
alzato la posta in gioco: rinuncerà al programma nucleare in cambio di
rifornimenti di petrolio, elettricità e di sostegni per la costruzione di un
reattore che costano ben 12,27 miliardi di Euro. Secondo il ministro
sud-coreano della Riunificazione, Chung Dong-young, per soddisfare Pyongyang
servirà un periodo complessivo di almeno 13 anni.
Giochi politici. La questione degli
aiuti alimentari è tristemente intrecciata con quella del nucleare. Sempre il
vice ministro nord-coreano, Choe Su-hon, ha dichiarato che gli Stati Uniti
usano gli aiuti come un’arma di controllo politico. Un’accusa che Washington,
però, ha subito respinto. Difficile dire se ci sia un fondo di verità nell’affermazione
ostile di Choe Su-hon. Sembra più probabile, invece, secondo gli analisti, che
il governo del dittatore Kim Jong Il abbia rifiutato il sostegno in cibo per
non dare segni di debolezza e di dipendenza dal suo più acerrimo nemico che
tempo fa lo ha collocato tra i regimi dell’”Asse del Male”.