
E’ già pronto il piano per ristrutturare Cuba. Commissionato dai repubblicani,
è meticoloso. Come sempre la radio pubblica che ascolto alla mattina lancia le
sue piccole malefiche gemme, innocenti nella loro normalità. E’ normale discutere
di ciò che si va a fare ad altri in questo paese, senza il loro consenso o partecipazione,
perché è già largamente accettato come diritto e vocazione. Il piano prevede che
l’assistenza economica e politica a Cuba dopo un eventuale crollo del regime in
seguito alla morte di Fidel Castro sia elargita solo a certe condizioni: che l’isola
divenga una democrazia non basta, deve anche privatizzare tutte le aziende di
stato e restituire le proprietà nazionalizzate nel 1959 e negli anni successivi.
A tale scopo gli Stati Uniti si preparano a rendere ancora più difficile l’embargo
anticubano, a restringere ulteriormente le rimesse degli immigrati, che finanziano
coi loro dollari l’economia cubana, e, in previsione della fine del regime, gli
americani si preparano ad ‘offrire’ forze di ‘polizia’ per i giorni di transizione,
e si attrezzano per aiutare Cuba a scrivere una nuova Costituzione.

Ora, come George W. Bush ripete, l’America non è un impero, l’impero è una parola
tabù in questo paese. Si fa ma non si dice. Se ne parla e si pianifica, ma non
lo si riconosce. L’ultima volta che Cuba fu ‘liberata’ dagli Usa, nella guerra
tra il colosso nordamericano e la Spagna del 1898, si trovò una Costituzione promulgata
dagli Yankee, con articolo apposito che dava agli stessi diritto di intervento
unilaterale (più volte intrapreso), nonché assegnava Cuba alla penetrazione economica
americana. La dittatura di Fulgencio Batista che fallì dinanzi all’insurrezione
guidata da Fidel Castro era ben vista perché ubbidiente e aperta verso il predominio
americano. Inevitabile che i corollari economico-sociali di una alleanza tra grandi
latifondisti Americani e l’elite al potere Cubana non elevasse di granché il tenore
di vita degli isolani.
Ora, io mi chiedo, è proprio un furto espropriare chi si è già rubato l’intera
isola?
Nel mondo invertito di questo paese la risposta va data nell’affermativo. Ci
si prepara a riprendere Cuba. Non per motivi di sicurezza, visto che anche con
Castro all’Avana gli Usa hanno mantenuto il controllo della Baia di Guantànamo,
con la sua base militare da cui proiettare minacce (o libertà se siete in vena
di fare i giochi di parole alla Lewis Caroll od Orwell), conquistata nel 1898
e già sezionata dal resto del protettorato. Neanche per immensi bisogni economici.
Piuttosto direi per ripicca e per interessi personali di certi gruppi. Perché
nessuno deve poter dire

di no, pensare di no, ambire ad un’esistenza propria dall’America, e dalle famiglie
che comandano in America. Lo si è visto nei confronti di Hugo Chavez in Venezuela,
ove si è andati avanti con una campagna di sostegno finanziario e di propaganda
mediatica volta ad accreditare e favorire la presa del potere, con ogni mezzo,
legale ed illegale, da parte della vecchia guardia durante gli ultimi 3-4 anni.
Oggi il piano Noriega è stato illustrato dalla NPR, National Public Radio. Bush
è uno che certe cose prima le dice e poi le fa senza farsi grandi problemi. I
Democratici che contano si allineeranno. Infatti, non ho sentito critiche in merito.
Sarebbe bello se Cuba potesse trovare una sua via alla democrazia, ma come ha
già riferito il Piano Noriega, che Cuba passi alla democrazia non basta; poiché
in fondo, non è l’obiettivo principale; il pieno ritorno alla sudditanza è ed
è sempre stato l’obiettivo. E’ in questa vena che gli Usa si preparano ad immettere
‘forze di polizia’ e ad assistere nello scrivere la Costituzione cubana di una
immaginata transizione; perché temono che anche una Cuba economicamente bisognosa
e politicamente democratizzata possa generare una leadership ancora troppo indipendente.
Matteo Colombi