Uccisi, incarcerati e maltrattati per aver cercato di raccontare la realtà in
luoghi colpiti dalla guerra, come l’Iraq, o guidati da dittature feroci, come
la Corea del Nord e la Birmania. Nell’ultimo anno in tutto il mondo 45 giornalisti
e 14 collaboratori dei media hanno perso la vita; altri 128 sono attualmente
in carcere per aver svolto il loro lavoro. A denunciarlo è l’organizzazione per
la difesa della libertà di stampa,
Reporters
sans Frontières (Rsf), che promuove per domani, 24 novembre 2004, la
15esima giornata a sostegno dei giornalisti prigionieri. Quest’ultima edizione è dedicata in particolare a Christian Chesnot e Georges
Malbrunot, i due reporter francesi rapiti in Iraq oltre due mesi fa. “Il conflitto
nel Paese mediorientale è tra i più micidiali degli ultimi anni: dal suo inizio
nel marzo 2003 sono state uccise 44 persone al servizio dell’informazione”, dichiara
Rsf.
Del resto, l’Asia orientale e il Medio Oriente sono - secondo l’ultimo
barometro della libertà di stampa misurato dall’organizzazione francese – le regioni peggiori per livello di censura.
In ultima posizione e a salire troviamo Corea del Nord (167°), Birmania (165°),
Cina (162°), Vietnam (161°), Arabia Saudita (159°), Iran (158°) e Siria (155°).
Nel rapporto di Rsf si legge: “In questi Paesi la stampa indipendente è semplicemente
inesistente e i giornalisti devono fare quotidianamente i conti con la repressione”.
Ma nel pianeta ci sono purtroppo altre zone buie: “Cuba è, dopo la Cina, la più
grande prigione del mondo per i giornalisti, con 26 detenuti rispetto ai 27 della
Repubblica Popolare”.

Ecco, dunque, alcune storie dall’Asia meridionale e orientale.
Corea del Nord: “Sono stato mandato nel campo di lavoro per sei mesi e obbligato a lavorare
in un allevamento di maiali solo per aver dimenticato di scrivere l’ultima sillaba
del nome di Kim Jong-il. Come me, altre decine di giornalisti sono stati ‘rieducati’,
per aver commesso un errore”. Inizia così l’ultima inchiesta di Reporter sans frontières (Rsf) sul Paese asiatico, all’ultimo posto nella classifica sulla libertà di
stampa. A parlare è Jang Hae-sung, anziano giornalista della televisione nord
coreana (dal 1976 al ‘96), oggi rifugiato in Corea del Sud. In Corea del Nord
tutti i media sono controllati dal partito unico al potere e, in diversi casi,
personalmente dal dittatore Kim Jong-il. I mezzi di comunicazione, chiamati “le
truppe di Kim Jong-il”, sono al servizio esclusivo del culto della pe drsonalitàel
capo di Stato e del padre Kim Il-sung.
Myanmar (ex Birmania): Tra i quasi 4mila prigionieri politici liberati dalla giunta il 19 novembre
non c'era Win Tin. L’anziano (74 anni) ex caporedattore del quotidiano Hanthawathi e membro del
partito di Aung San Suu Kyi, Lega nazionale per la democrazia, è in carcere dal
1989. Per lunghi mesi è stato rinchiuso in una cella piccolissima che di solito
serviva da canile e solo grazie a numerose campagne internazionali in sostegno
della sua liberazione le sue condizioni carcerarie sono in seguito migliorate.
Intanto però Win Tin, il dissidente più temuto dalla giunta militare insieme con
il Nobel per la pace Suu Kyi, continua a soffrire di alcuni problemi di salute.
Anche l’universo di Internet è stato colpito dalla censura negli ultimi anni:
attualmente sono 68 i cyberdissidenti con le manette, di cui 60 solo in
Cina: Huang Qi, creatore del sito
web www.tianwang.com, è stato arrestato nel gennaio 2001 con l’accusa di ‘sovversione’ e ‘istigazione
al rovesciamento del potere di Stato’. Nel maggio 2003 il
webmaster è stato condannato a cinque anni per aver scritto alcuni articoli sul massacro
di piazza Tienanmen. Huang Qi ha potuto incontrare i famigliari solo dopo tre
anni dall’arresto, quando ha rivelato di essere stato picchiato dalle guardie
e costretto a dormire nudo sul pavimento della cella per oltre un anno.
Come si può notare, alcune delle vicende più terribili arrivano dall’Asia. Qui
dalle Maldive al Nepal, dal

Bangladesh allo Sri Lanka, mettersi al servizio della verità significa a volte
rischiare la vita. La situazione è altrettanto drammatica in alcuni Paesi africani
(Eritrea prima fra tutti), in Russia e nel Caucaso. “Il totale controllo – denuncia
Rsf - esercitato dal Cremlino sulle televisioni nazionali ha impedito una copertura
giornalistica obiettiva della tragica vicenda degli ostaggi di Beslan, in Ossezia
del Nord. In quell’occasione a numerosi giornalisti russi e stranieri è stato
di fatto impedito di lavorare e la censura sulla Cecenia si è estesa fino alle
repubbliche vicine. Il corrispondente dell’
Agence France-Presse (Afp
) nella regione risulta ancora disperso, mentre due giornalisti sono stati uccisi”.
Non bisogna poi dimenticare altri dati che disegnano il triste quadro dell’ultimo
anno: nel 2004 1450 reporter sono stati indagati, minacciati o maltrattati e 320
testate sono state censurate. Assai più confortante, invece, è che nei primi quaranta
posti del barometro si trovino tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Italia
e Spagna occupano, però, la posizione peggiore di quest’ultima classifica, ovvero
il 39° posto ex aequo. Accusa Rsf: “In Italia, il conflitto di interessi di Silvio
Berlusconi, allo stesso tempo presidente del Consiglio e proprietario di un impero
mediatico, continua a pesare sull'indipendenza del settore radiotelevisivo. Ma
la relativa cattiva posizione è dovuta, quest’anno, anche alle decisioni liberticide
prese dalla giustizia italiana che ha moltiplicato le perquisizioni, le violazioni
del segreto delle fonti giornalistiche e le pene detentive inflitte per sanzionare
i reati a mezzo stampa. La Spagna invece deve la sua posizione alla ripresa della
campagna terroristica dell’ETA contro i giornalisti che non condividono la sua
visione su i Paesi baschi o sulla politica internazionale. La posizione attribuita
a questo paese è dovuta anche alla manipolazione dell’informazione e alle pressioni
dirette esercitate dal governo guidato da José Maria Aznar in occasione degli
attentati dell’11 marzo 2004”.