20/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



I pacifisti ebrei negli Usa contestano la risposta di Israele a Hezbollah
Vista dagli Stati Uniti, la guerra tra Israele e Hezbollah sembra davvero lontana. Ma soprattutto, il sostegno alla politica di Tel Aviv e al bombardamento del Libano è ferreo, e per le voci critiche c’è meno spazio rispetto all’Europa. Tuttavia, anche negli Usa c’è chi va controcorrente, anche tra quelli che emotivamente non possono che essere più coinvolti: gli ebrei. All’inizio di questa settimana, 500 persone hanno protestato di fronte al consolato israeliano di San Francisco, nel corso di una manifestazione indetta da tre gruppi progressisti: Jewish Voice for Peace, Jews for a Free Palestine e Break the Silence. Diciassette manifestanti sono stati arrestati per disturbo del traffico, quando si sono seduti in mezzo alla strada con le braccia incrociate.
 
Un momento della manifestazione di San FranciscoPaura di parlare. “Non c’erano solo ebrei a protestare, ma anche cristiani e musulmani”, spiega a PeaceReporter Cecilie Surasky, portavoce di Jewish Voice for Peace, “ma siamo convinti di parlare a nome di una maggioranza silenziosa di ebrei americani, che ha paura di esprimere le proprie idee perché teme di essere tacciata di anti-semitismo e di essere messa a tacere dal pensiero dominante propagato dai grandi media. Persino alcuni rabbini preferiscono restare in silenzio, pur essendo contrari alla politica israeliana di questo ultimo periodo”. Secondo la Surasky, le lobby ebraiche negli Stati Uniti sono di stampo sempre più conservatore, ma non rappresentano la comunità ebraica nel suo complesso.
 
Risposta sproporzionata. Per i manifestanti di fronte al consolato israeliano, l’attacco di Hezbollah è stato sì illegittimo, ma la risposta israeliana è stata sproporzionata. “Fuori da ogni proporzione”, dice a PeaceReporter Rabbi Lerner, il rabbino progressista fondatore del gruppo Tikkun. “E’ l’intera nozione di punizione collettiva che non capisco, la sistematica distruzione di settori della popolazione civile libanese”. Secondo Lerner, al riguardo negli Stati Uniti si cerca di diffondere un pensiero unico. “Nei grandi media non c’è nessun dibattito sull’argomento. Si discute interamente di questioni strategiche, di come smantellare l’arsenale di Hezbollah, di come questi bombardamenti potrebbero portare a una guerra con la Siria e l’Iran. Non ci si chiede se quello che Israele sta facendo sia giusto moralmente. Non si menzionano gli americani che sono contrari all’idea di punizione collettiva”.
 
Questioni scottanti. L’argomento divide le coscienze e spesso fa alzare i toni. Alcuni giorni fa, un esponente di Jewish Voice for Peace ha partecipato alla trasmissione The O’Reilly Factor sulla Fox News, uno spazio di approfondimento gestito da uno degli anchorman statunitensi considerati più conservatori. “A dire il vero, con noi per una volta non si è comportato male”, spiega la Surasky. “Ma nei giorni successivi abbiamo ricevuto una cinquantina tra mail e telefonate minatorie. Da ebrei e da cristiani. Ma ci siamo abituati”.

Alessandro Ursic

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