Approvato un nuovo decreto anticonversione nel Madhya Pradesh, dove sono al potere gli estremisti indù
Nonostante l’India
si dichiari uno stato laico, in alcuni stati della federazione continuano a
esistere leggi anti-conversione che colpiscono soprattutto le minoranze
religiose: cristiani, musulmani e buddisti. Lo dimostra un decreto approvato
la scorsa settimana nello stato centrale del Madhya Pradesh, che rende più difficile
abbracciare un nuovo credo.

Leggi più dure. “Qui esisteva già
una legge anti-conversione dal 1968, ma adesso è passato un emendamento
che
rende più complicata la procedura per convertirsi e che rafforza le
pene se non
la si rispetta”, ci spiega Vincenzo Faccioli di AsiaNews, agenzia del
Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME). “In passato, per
convertirsi bastava
avvisare un funzionario statale una settimana prima, adesso invece
bisogna
chiedere un mese prima il permesso a un magistrato distrettuale, che
può anche
rifiutarsi di concederlo”. L’obbligo del nulla osta riguarda sia chi
desidera
convertirsi sia il religioso incaricato di celebrare la cerimonia che,
nel caso
non rispettino la normativa, possono essere condannati a un anno di
prigione e al pagamento di una multa dalle mille alle 5 mila rupie.
Una mossa degli estremisti indù. Oggi le leggi
anti-conversione sono in vigore in sette Stati dell’Unione indiana e solo in
teoria riguardano anche coloro che vogliono convertirsi all’induismo, religione
praticata dalla maggioranza degli indiani. “Queste leggi sono presenti dove è
al potere il Bharatiya Janata Party (BJP), partito radicale indù
all’opposizione”, continua Faccioli. “Quest’ultimo sta cercando insieme con i
suoi confratelli (tra cui gruppi paramilitari estremisti) di fomentare l’odio
verso le altre confessioni religiose, in vista delle elezioni federali che si
terranno fra un anno. Il BJP ha come manifesto politico il ritorno
all’arancione, cioè il colore simbolo dell’induismo, e accusa le altre religioni
di essere state portate dai colonialisti, anche se non è del tutto vero: i
cristiani, per esempio, sono in India da 800 anni”.
La via del dialogo. Nel Madya Pradesh,
in particolare, gli estremisti indù accusano i missionari cristiani di
convertire le tribù indigene e i membri delle caste più basse, che sono spesso
i più poveri e vulnerabili. Ma i preti si difendono dicendo
che le azioni dei radicali indù sono pericolose perché accrescono le tensioni
fra comunità. “Ci sono stati solo alcuni casi in cui i cristiani sono
stati aggressivi nelle conversioni e riguardano le chiese pentecostali”,
insiste il giornalista di Asia News. “Ma l’estremismo indù ha prodotto violenze
con centinaia di morti. Si ricordi il massacro di musulmani nel Gujarat del
2002”.
Come affronta questo
problema intanto il Congresso (partito al governo)? “ Cerca la via del dialogo
e condanna l’estremismo di tutti i colori”, dice Faccioli. “Nel maggio 2004 ha
vinto le elezioni puntando sull’economia e sull’industrializzazione e lasciando
perdere gli antichi valori. Dopo gli attentati di Mumbai (attribuiti ai
militanti islamici, ndr.), tuttavia, ha dovuto chiudere diversi blog che
potevano fomentare violenze fra indù e musulmani. Una mossa antidemocratica, ma
forse indispensabile per placare la tensione che tuttora si respira nella
città”.