David Potorti perse il fratello l'11 settembre 2001. Ora promuove la pace e il dialogo

David Potorti è uno dei direttori di Peaceful Tomorrows, l’associazione dei parenti
delle vittime dell’11 settembre, che cerca di promuovere la pace e il dialogo
tra i popoli. Negli attacchi al World Trade Center, Potorti ha perso un fratello,
che lavorava nella Torre Nord. A tre anni da quel giorno che ha segnato la sua
vita e quella di tante altre persone, gli chiediamo cosa è cambiato.
Subito dopo il crollo delle Torri Gemelle, si diceva che il mondo non avrebbe
mai dimenticato quell’orrore. Ma negli ultimi due anni ci sono state le guerre
in Afghanistan e in Iraq, nonché altri sanguinosi attentati. Il bagaglio di compassione
e di solidarietà che gli Usa avevano guadagnato con l’11 settembre sembra essere
stato dissipato. A volte, lei ha la sensazione che il ricordo di quel giorno stia
sbiadendo, nella memoria collettiva?
“Penso che spesso dimentichiamo la realtà dell’11 settembre, la sofferenza e
le morti di quel giorno. Quel giorno, tutti pensavano agli esseri umani che sono
morti, e leggevano le loro storie sui giornali. Ma oggi quelle persone sono diventate
simboli, sono state usate per scopi politici, come un pretesto per uccidere altra
gente innocente. Noi di Peaceful Tomorrows cerchiamo di ricordare alla gente il
fatto che quel giorno sono morti degli uomini innocenti, ognuno con la loro vita.
Se si ricorda questo, credo che poi sia più difficile fare una guerra nel loro
nome. Quando ti dimentichi la realtà della morte, sei capace di causare altre
morti con la guerra. Noi proviamo a far ricordare che c’è gente che soffre nel
mondo, in Afghanistan, in Iraq, dovunque ci sia il terrorismo, e siamo molto delusi
che il nostro Paese, invece di avvalersi del sostegno del resto del mondo, lo
abbia respinto con la politica del “siamo noi contro di loro, o sei con noi o
sei con i terroristi”. Quella è la direzione sbagliata, noi cerchiamo di capovolgerla”.

Recentemente il partito repubblicano ha tenuto la sua convention proprio a New
York. Molti hanno visto questa mossa come un tentativo del presidente Bush di
sfruttare il ricordo delle vittime dell’11 settembre in vista delle elezioni.
Le ha dato fastidio questo fatto?
“Credo che la politica cerchi le emozioni, che sia tutta improntata ad avvantaggiarsi
delle emozioni della gente. Quindi posso capire che una convention si faccia in
un posto che ricorda emozioni così forti, ma certo che questo mi rattrista. Sono
triste perché se questo è il nostro sistema politico, per cui noi lasciamo che
siano le emozioni a controllare quello che facciamo, non mi sorprende che i politici
cerchino di trarre vantaggio dalla sofferenza dei nostri cari, con lo scopo di
favorire la loro carriera”.
Anche in base alle conclusioni della Commissione sull’11 settembre, lei personalmente
ce l’ha con qualcuno in particolare per non aver fatto abbastanza per prevenire
quegli attacchi?
“Oh sì, ce l’ho con tutti. Quel che è davvero inquietante è che nessuno si sta
prendendo la responsabilità per quel fallimento. Il nostro Paese stava spendendo
un miliardo di dollari al giorno per la difesa nazionale, non c’è nessuna scusa,
non è che quegli attacchi sono capitati e basta. I servizi segreti avevano ricevuto
avvertimenti da Paesi di tutto il mondo. E’ triste constatare come tutte queste
prove dimostrino il completo fallimento della nostra intelligence, incapace di
proteggere il nostro Paese, e come tutto rimanga fermo. Nessuno viene ritenuto
responsabile, nessuno è in carcere, nessuno viene punito, e anche questo dice
molto sulla salute del nostro sistema politico: cioè, nessuno in America è responsabile
delle proprie azioni. Non so se ha visto quel recente sondaggio, da cui viene
fuori che il 50 per cento dei newyorchesi non crede alla versione ufficiale di
come sono andate le cose l’11 settembre”.
Lei è uno di questi?
“Sì. In questo caso parlo per me stesso, non per Peaceful Tomorrows. Credo anch’io
che si sapeva che ci sarebbero stati gli attentati, ma che non si sia fatto niente
per prevenirli, perché ci davano una giustificazione per invadere l’Iraq. Non
è possibile che non sapessimo, certo che lo sapevamo, ci avevano avvertito le
intelligence di un sacco di Paesi eppure non abbiamo fatto niente. Ci serviva
una scusa per dichiarare guerra all’Iraq, come era stato pianificato da ben prima
dell’11 settembre. E’ triste da credere, ma se guardiamo a quello che è successo
negli ultimi tre anni è così: stanno utilizzando gli attentati per fini economici,
per il profitto delle grandi società”.
Dopo varie discussioni, è stato deciso che sul sito di Ground Zero verrà eretta
la “Torre della libertà”, in ricordo di quella strage. Come ha seguito Peaceful
Tomorrows il dibattito su cosa costruire dove prima c’era il World Trade Center?
“Non l’abbiamo seguito molto, avevamo così tanto da fare… Il mio desiderio era
che Ground Zero potesse diventare un “parco della pace” senza edifici, ma è rimasto
un desiderio. Con un’altra torre in mezzo ai grattacieli, ho paura che dimenticheremo
tutto. La mia sola speranza ora è che alcuni uffici della Torre siano dati alle
associazioni che promuovono la pace. Ma non credo che questo accadrà”.
Se incontrasse Osama bin Laden, o qualunque terrorista disposto a morire pur
di uccidere degli innocenti, cosa gli direbbe?
“Gli chiederei ‘perché’: è quello che non facciamo mai in America, chiedere perché
vogliono ucciderci, perché ci odiano. Credo che dovremmo ascoltarli. Non significa
che dobbiamo essere d’accordo con loro, ma dobbiamo capire quali sono le loro
ragioni, perché sono arrabbiati a morte con noi. E se c’è qualche maniera di cambiare
questo loro atteggiamento, noi dovremmo sforzarci di cambiare il nostro”.