
Non se l’aspettava il dottor Ibrahim (questo è il nome con cui ha deciso di farsi
chiamare per ragioni di sicurezza) di ritrovarsi di nuovo, una volta arrivato
in Europa, senza una casa, un lavoro, un’identità e soprattutto senza alcun diritto.
Fuggito dall’Etiopia, dove lo avevano incarcerato e minacciato di morte per le
sue idee politiche, era riuscito a salire su un aereo per la Norvegia. Lì avrebbe
chiesto l’asilo politico, con la speranza di trovare un impiego in qualche ospedale.
E di riuscire, più avanti, a far arrivare la sua famiglia.
Nulla di tutto questo è avvenuto. Il dottor Ibrahim (“senza ‘dottor’, la prego”)
si è visto chiudere più volte la porta in faccia da tutti coloro che sperava lo
avrebbero aiutato: le autorità norvegesi, dopo tredici mesi di attesa, gli hanno
negato lo status di rifugiato, intimandogli di tornare subito in patria. Il centro
di accoglienza in cui viveva si è visto costretto a chiedergli di fare le valigie
e trovarsi un’altra sistemazione. Gli unici che lo hanno accolto sono stati i
ragazzi della
Noas, un’organizzazione non-governativa nata per dare una mano ai richiedenti asilo
intrappolati nelle maglie strette della burocrazia europea.
Dopo sei mesi di attesa, Ibrahim e altri quattro suoi connazionali non ce l’hanno
più fatta ad aspettare: sono saliti su un pullman diretto in Svezia, per recarsi
negli uffici dell’Acnur e denunciare la loro condizione e il modo in cui le autorità
norvegesi li avevano lasciati a sé stessi. Ora attendono che l’Onu o qualche anima
pia si mobiliti per loro.

”A volte la vita è strana – sospira Ibrahim – proprio quando pensavi di aver
lasciato u
n inferno, ti accorgi di essere finito in un altro abisso, solo molto più freddo”.
Trentadue anni, una laurea in medicina all’università di Addis Abeba, l’ottimo
inglese di chi ha un alto livello di istruzione, Ibrahim appartiene alla popolazione
degli
Oromo, che costituiscono una delle principali minoranze dell’Etiopia.
La storia di questa popolazione a maggioranza islamica, che popola le regioni
sud-occidentali del paese e ha una lingua e una cultura proprie, è costellata
di repressioni e violenze. Prima sotto il regime imperiale di Haile Salassiè,
poi durante quello comunista di Mengistu Haile Mariam, durante il quale gli
Oromo furono impiegati come soldati nell’Eritrea indipendentista.
E ancora oggi, in aperto contrasto contro l'attuale governo, vengono perseguitati,
stando alle denunce degli stessi
Oromo e di alcune organizzazioni internazionali, tra cui
Human Rights Watch, che il mese scorso ha inviato una lettera di protesta al primo ministro etiope,
Meles Zenawi.
”Come membro del membro del
Fronte di Liberazione degli Oromo risultavo assai sgradito alle autorità etiopi”, conferma Ibrahim, che racconta
di aver pagato con il carcere duro la sua militanza.
”Un giorno vennero a casa, mi prelevarono e mi portarono fino al carcere della
città di Harar. Solo chi c’è stato può descriverne la sofferenza, il fetore degli
escrementi di decine di persone ammassate in una stanzetta senza finestre, le
malattie che uccidevano gli uomini come mosche. Una volta fuori mi hanno intimato
di lasciare il mio partito, o sarei tornato lì dentro per il resto della mia vita.
Non avevo scelta. Appena ho potuto sono fuggito”.
Un biglietto aereo, qualche banconota a un funzionario dell’aeroporto, un timbro
sul passaporto. Ibrahim vola verso la Norvegia, lasciando a casa la giovane moglie
incinta che – spera – presto lo raggiungerà. Pensa di avere la salvezza in tasca.
Presto si rende conto che non è così.
"Ho subito fatto domanda di asilo – continua – producendo tutta la documentazione
necessaria. In Europa puoi chiedere l’asilo solo se dimostri di essere un perseguitato.
Beh, io sono stato minacciato di morte, arrestato, picchiato. Sono un perseguitato
a tutti gli effetti".
Ma non per la commissione che analizza le richieste. Tredici mesi dopo il suo
arrivo a Oslo, Ibrahim apprende di essere stato ‘respinto’. Ha qualche or per
lasciare la Norvegia e tornare ad Addis Abeba insieme agli altri quattro suoi
amic
i
Oromo. Torna al centro dove lo hanno accolto, il suo letto è occupato da qualcun altro.
Nel frattempo arriva una telefonata da Addis Abeba. “Hanno arrestato tua moglie”,
gli dice un parente. “Non si sa dove l’abbiano portata, né perché”. Ma Ibrahim
non può tornare. Finirebbe in una cella, o peggio.
Così comincia a vivere per le strade di Oslo, le mascelle serrate dal freddo,
gli occhi costantemente vigili: un banale controllo potrebbe significare la fine.
”Dopotutto siamo africani – accenna un sorriso – abituati al caldo torrido delle
nostre regioni. Qui il gelo ti penetra nelle ossa, ti lascia senza fiato. Dopo
aver vissuto in strada ho trovato alcuni amici da cui stare. Siamo nati negli
stessi villaggi, ci aiutiamo a vicenda. Continuo a muovermi da una casa all’altra,
come un vagabondo. Non potendo lavorare, non ho soldi. Mangio una volta al giorno,
dividendo il piatto con qualcuno. Giro la città in continuazione, per non stare
chiuso in casa a pensare. E’ umiliante. Ma non è questo, a farmi soffrire. Da
mesi non ho notizie di mia moglie, né del mio figlioletto, che non ho mai visto”.
Ibrahim si ferma qualche istante. Ha un nodo in gola. Poi continua, nel tono
gentile e garbato che contraddistingue la sua parlata.
”Questo silenzio mi tortura, mi lacera dentro. E tutto questo tempo per pensare
non fa che farmi sprofondare in una depressione ancora più grande. Per questo
i miei compagni e io siamo andati all’Acnur di Stoccolma. Siamo finiti in una
falla della legislazione sull’immigrazione da cui non possiamo uscire. Dobbiamo
scegliere: nasconderci come ladri e criminali in un paese che ritenevamo civile,
oppure rischiare la vita in patria. Eppure a volte, dopo aver pianto, una tenue
fiamma di ottimismo si accende dentro di me.
E mi immagino mentre riabbraccio la mia famiglia”.
Ibrahim non è l’unico a vivere nel limbo istituzionale dei richiedenti asilo
nel paese. A Oslo e in tutta la Norvegia ci sono tante Addis Abeba sotterranee,
clandestine, fatte di attese angoscianti, di ricordi, di lacrime.
”E’ una situazione assurda, non ha idea di quanti profughi africani attendano
una risposta alla loro richiesta d'asilo politico per le strade di Oslo”, denuncia
Roem Stem, attivista presso l’organizzazione Noas. "Oltretutto sono i più fortunati.
Nei centri del nord della Norvegia, vicino al circolo polare, le strade sono ancora
più fredde. Quanto li faranno attendere ancora?”
Pablo Trincia