06/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



In Norvegia asilo negato a cinque profughi etiopi finiti a gelare per le strade di Oslo
Diritti congelatiNon se l’aspettava il dottor Ibrahim (questo è il nome con cui ha deciso di farsi chiamare per ragioni di sicurezza) di ritrovarsi di nuovo, una volta arrivato in Europa, senza una casa, un lavoro, un’identità e soprattutto senza alcun diritto.
Fuggito dall’Etiopia, dove lo avevano incarcerato e minacciato di morte per le sue idee politiche, era riuscito a salire su un aereo per la Norvegia. Lì avrebbe chiesto l’asilo politico, con la speranza di trovare un impiego in qualche ospedale. E di riuscire, più avanti, a far arrivare la sua famiglia.

Nulla di tutto questo è avvenuto. Il dottor Ibrahim (“senza ‘dottor’, la prego”) si è visto chiudere più volte la porta in faccia da tutti coloro che sperava lo avrebbero aiutato: le autorità norvegesi, dopo tredici mesi di attesa, gli hanno negato lo status di rifugiato, intimandogli di tornare subito in patria. Il centro di accoglienza in cui viveva si è visto costretto a chiedergli di fare le valigie e trovarsi un’altra sistemazione. Gli unici che lo hanno accolto sono stati i ragazzi della Noas, un’organizzazione non-governativa nata per dare una mano ai richiedenti asilo intrappolati nelle maglie strette della burocrazia europea.
Dopo sei mesi di attesa, Ibrahim e altri quattro suoi connazionali non ce l’hanno più fatta ad aspettare: sono saliti su un pullman diretto in Svezia, per recarsi negli uffici dell’Acnur e denunciare la loro condizione e il modo in cui le autorità norvegesi li avevano lasciati a sé stessi. Ora attendono che l’Onu o qualche anima pia si mobiliti per loro.

Etiopia: la democrazia è ancora lontana”A volte la vita è strana – sospira Ibrahim – proprio quando pensavi di aver lasciato u n inferno, ti accorgi di essere finito in un altro abisso, solo molto più freddo”.
Trentadue anni, una laurea in medicina all’università di Addis Abeba, l’ottimo inglese di chi ha un alto livello di istruzione, Ibrahim appartiene alla popolazione degli Oromo, che costituiscono una delle principali minoranze dell’Etiopia.
La storia di questa popolazione a maggioranza islamica, che popola le regioni sud-occidentali del paese e ha una lingua e una cultura proprie, è costellata di repressioni e violenze. Prima sotto il regime imperiale di Haile Salassiè, poi durante quello comunista di Mengistu Haile Mariam, durante il quale gli Oromo furono impiegati come soldati nell’Eritrea indipendentista.
E ancora oggi, in aperto contrasto contro l'attuale governo, vengono perseguitati, stando alle denunce degli stessi Oromo e di alcune organizzazioni internazionali, tra cui Human Rights Watch, che il mese scorso ha inviato una lettera di protesta al primo ministro etiope, Meles Zenawi.

”Come membro del membro del Fronte di Liberazione degli Oromo risultavo assai sgradito alle autorità etiopi”, conferma Ibrahim, che racconta di aver pagato con il carcere duro la sua militanza.
”Un giorno vennero a casa, mi prelevarono e mi portarono fino al carcere della città di Harar. Solo chi c’è stato può descriverne la sofferenza, il fetore degli escrementi di decine di persone ammassate in una stanzetta senza finestre, le malattie che uccidevano gli uomini come mosche. Una volta fuori mi hanno intimato di lasciare il mio partito, o sarei tornato lì dentro per il resto della mia vita. Non avevo scelta. Appena ho potuto sono fuggito”.

Un biglietto aereo, qualche banconota a un funzionario dell’aeroporto, un timbro sul passaporto. Ibrahim vola verso la Norvegia, lasciando a casa la giovane moglie incinta che – spera – presto lo raggiungerà. Pensa di avere la salvezza in tasca. Presto si rende conto che non è così.
"Ho subito fatto domanda di asilo – continua – producendo tutta la documentazione necessaria. In Europa puoi chiedere l’asilo solo se dimostri di essere un perseguitato. Beh, io sono stato minacciato di morte, arrestato, picchiato. Sono un perseguitato a tutti gli effetti".
Ma non per la commissione che analizza le richieste. Tredici mesi dopo il suo arrivo a Oslo, Ibrahim apprende di essere stato ‘respinto’. Ha qualche or per lasciare la Norvegia e tornare ad Addis Abeba insieme agli altri quattro suoi amic i Oromo. Torna al centro dove lo hanno accolto, il suo letto è occupato da qualcun altro. Nel frattempo arriva una telefonata da Addis Abeba. “Hanno arrestato tua moglie”, gli dice un parente. “Non si sa dove l’abbiano portata, né perché”. Ma Ibrahim non può tornare. Finirebbe in una cella, o peggio.
Così comincia a vivere per le strade di Oslo, le mascelle serrate dal freddo, gli occhi costantemente vigili: un banale controllo potrebbe significare la fine. Gli Oromo: un popolo oppresso

”Dopotutto siamo africani – accenna un sorriso – abituati al caldo torrido delle nostre regioni. Qui il gelo ti penetra nelle ossa, ti lascia senza fiato. Dopo aver vissuto in strada ho trovato alcuni amici da cui stare. Siamo nati negli stessi villaggi, ci aiutiamo a vicenda. Continuo a muovermi da una casa all’altra, come un vagabondo. Non potendo lavorare, non ho soldi. Mangio una volta al giorno, dividendo il piatto con qualcuno. Giro la città in continuazione, per non stare chiuso in casa a pensare. E’ umiliante. Ma non è questo, a farmi soffrire. Da mesi non ho notizie di mia moglie, né del mio figlioletto, che non ho mai visto”.
Ibrahim si ferma qualche istante. Ha un nodo in gola. Poi continua, nel tono gentile e garbato che contraddistingue la sua parlata.
”Questo silenzio mi tortura, mi lacera dentro. E tutto questo tempo per pensare non fa che farmi sprofondare in una depressione ancora più grande. Per questo i miei compagni e io siamo andati all’Acnur di Stoccolma. Siamo finiti in una falla della legislazione sull’immigrazione da cui non possiamo uscire. Dobbiamo scegliere: nasconderci come ladri e criminali in un paese che ritenevamo civile, oppure rischiare la vita in patria. Eppure a volte, dopo aver pianto, una tenue fiamma di ottimismo si accende dentro di me.
E mi immagino mentre riabbraccio la mia famiglia”.

Ibrahim non è l’unico a vivere nel limbo istituzionale dei richiedenti asilo nel paese. A Oslo e in tutta la Norvegia ci sono tante Addis Abeba sotterranee, clandestine, fatte di attese angoscianti, di ricordi, di lacrime.
”E’ una situazione assurda, non ha idea di quanti profughi africani attendano una risposta alla loro richiesta d'asilo politico per le strade di Oslo”, denuncia Roem Stem, attivista presso l’organizzazione Noas. "Oltretutto sono i più fortunati. Nei centri del nord della Norvegia, vicino al circolo polare, le strade sono ancora più fredde. Quanto li faranno attendere ancora?”

                                                                          Pablo Trincia

 

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