L'ombra della strage di armeni durante la Prima guerra mondiale torna sulla Turchia,
questa volta provocando tensioni con gli Stati Uniti in un momento già difficile
per le relazioni tra i due Paesi. Il Congresso di Washington sta infatti valutando
una proposta di risoluzione per riconoscere ufficialmente che quello dell'ex impero
ottomano contro la comunità armena fu un genocidio. I parlamentari turchi hanno
esortato i loro omologhi statunitensi ad abbandonare il testo. E l'amministrazione
Bush sta cercando di convincere il Congresso a lasciare che della questione se
ne occupino turchi e armeni.
La proposta. L'idea della risoluzione 106 è venuta ad Adam Schiff, un democratico della
California eletto in un collegio dove la comunità armeno-americana ha un certo
peso (negli Usa sono oltre un milione). Secondo Schiff, è importante che gli Usa
riconoscano il genocidio anche se la Turchia è un alleato di Washington. Anzi,
ancor più per questo motivo: “Bisogna parlare francamente con gli amici”, ha detto.
“Credo che l'ultimo atto di un genocidio sia la negazione del genocidio”. Schiff
aveva già spinto per una risoluzione simile nel 2004. Ma a quel tempo il Congresso
era dominato dai repubblicani, e il presidente Bush ebbe gioco facile nell'osteggiare
il testo. “Continuano a dire che ora non è il momento di sollevare il tema”, si
è lamentato Schiff. “Ma sono passati novanta anni. Se non è ora il momento, quando
lo sarà?”.
Rapporti tesi. La proposta di risoluzione, che sarebbe non vincolante e quindi non rischierebbe
un veto presidenziale, approderà in aula al Congresso ad aprile e ha già ricevuto
l'appoggio di decine di senatori e rappresentanti. Ma non è detto che passerà,
specie al Senato dove i democratici hanno una maggioranza risicata. Il rapporto
degli Stati Uniti con la Turchia, Paese da quarant'anni nella Nato, è teso. Le
relazioni si sono guastate dall'inizio della guerra in Iraq, quando il governo
di Recep Tayyip Erdogan proibì agli Usa di utilizzare il suo spazio aereo per
i voli militari. Mentre da anni i sondaggi mostrano un crescente anti-americanismo
nella società turca, al momento Ankara guarda con nervosismo alla crescente autonomia
dei curdi nel nord dell'Iraq, temendo che la regione diventi un catalizzatore
per le rivendicazioni di indipendenza dei curdi nel sud-est della Turchia. A complicare
la questione c'è anche il risveglio della guerriglia del Partito dei lavoratori
curdi (Pkk): le autorità turche credono che i ribelli abbiano le loro basi nel
nord dell'Iraq, hanno già minacciato di compiere operazioni militari oltre confine
per combatterli, e sostengono che gli Usa non si preoccupano del problema. Infine,
Turchia e Stati Uniti stanno trattando la vendita di oltre cento aerei militari,
che porterebbero nelle casse statunitensi circa 10 miliardi di dollari (circa
7,5 miliardi di euro).
Le reazioni. Così, la settimana scorsa Condoleezza Rice ha spiegato che l'amministrazione
Bush non appoggerà la risoluzione 106. Intervenendo davanti alla commissione della
Camera che sta valutando il documento, il segretario di Stato ha detto che la
questione dovrebbe essere risolta da turchi e armeni, mentre gli Usa farebbero
meglio a restarne fuori. “Li abbiamo incoraggiati a istituire commissioni di storici,
affinché esaminino il loro passato”, ha dichiarato. Il presidente del Parlamento
turco Bulent Arinc, a nome del resto dei suoi colleghi, ha spedito una lettera
alla
Speaker della Camera Usa Nancy Pelosi (anche lei una sostenitrice della 106), esortandola
a far cadere il testo. E nel dibattito è intervenuto anche un generale statunitense,
sostenendo che l'approvazione della risoluzione nuocerebbe alle forze armate Usa
in Iraq.
Gli altri Paesi. Risoluzioni simili sono già state introdotte da una ventina di Paesi, tra cui
l'Italia. Lo scorso autunno l'Assemblea nazionale francese approvò una proposta
di legge che configurava la negazione del genocidio armeno come un reato. Il testo
non è riuscito poi a passare al Senato, ma anche quell'approvazione parziale provocò
le ire di Ankara. Le conseguenze per gli Stati Uniti potrebbero essere però meno
gravi del previsto. In passato, Washington ha già toccato il tema: nel 1981 Reagan
riconobbe il genocidio armeno in un discorso sull'Olocausto, tre anni dopo il
Congresso indisse una giornata della memoria. E nonostante qualche inasprimento
temporaneo, i buoni rapporti tra i due Paesi sono proseguiti.