30/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Ogni giorno donne karen si fanno arrestare per poter partorire assistite
scritto per noi da
Eva Pedrelli
 
“Sono molto povera. Mi sono fatta dare qualche pillola di metanfetamina, le ho messe in tasca e ho passato il confine. Qui, in Thailandia, ho iniziato a spacciarle per strada. La polizia mi ha arrestata e ora mi trovo in questa prigione”, racconta tranquilla una donna Karenvenuta dal Myanmar (ex Birmania) all’ottavo mese di gravidanza. Quando le si chiede se lo ha fatto per poter partorire in un ospedale thailandese, assistita dai medici e senza dover pagare, sorride, butta un occhio a una delle guardie e abbassa lo sguardo. Da un mese numerose donne in stato avanzato di gravidanza o con neonati in braccio, venivano lasciate quotidianamente davanti al centro di detenzione di Mae Sot (al confine tra Thailandia e Myanmar) dalla camionetta della polizia.

Venire a partorire negli ospedali distrettuali della vicina Thailandia, è un drammatico stratagemma molto diffuso tra le donne delle minoranze che vivono in territorio birmano. Passato il confine, cominciano a lavorare nelle fabbriche thailandesi dove la manodopera birmana è molto richiesta. I lavoratori sono pagati molto poco e sfruttati parecchio. Vicine al parto, si danno alla microcriminalità. Commettono furtarelli nei negozi, spacciano piccoli quantitativi di droga. Tutto questo per essere arrestate. Sanno che al centro di detenzione femminile ci sono infermiere che le possono seguire e aiutare e che saranno portate all’ospedale al momento del travaglio. Sanno anche, però, che dovranno scontare da sei mesi a un anno di carcere per poi essere rimpatriate. Molte di loro, preferirebbero restare in prigione più a lungo perché non hanno la certezza di trovare il modo di nutrire i figli nel loro paese. Nelle galere thailandesi, almeno per un po’, i bambini hanno cibo, acqua e assistenza.

“I travagli sono spesso molto lunghi. In assenza di assistenza medica perdono la vita madre e bambino”, spiega Aung San Lin, medico del Back Pack Health Work Team, un gruppo che opera illegalmente nella giungla dove vivono i deportati dell’ex Birmania. E di questo le madri sono consapevoli. Il governo birmano, guidato dai militari, non riconosce a queste donne, soprattutto di popolazione Karen, Shan e Hmong, la cittadinanza birmana e, di conseguenza, l’accesso agli ospedali statali. Naturalmente non possono permettersi di andare in cliniche private. Le strutture sanitarie pubbliche negli stati da cui provengono, dove la guerriglia è ancora infuocata, sono quasi inesistenti. La maggior parte, inoltre, viene da villaggi improvvisati nella giungla, che hanno dovuto costruire dopo che i soldati governativi le hanno cacciate dai luoghi d’origine. Nel Myanmar gli scontri tra i guerriglieri delle minoranze e l’esercito governativo durano da mezzo secolo.

Gruppi di donne camminano per giorni cercando di raggiungere un centro abitato, per poi scoprire che anche lì non possono essere assistite. E’ in quel momento che disperazione e paura le spingono verso la Thailandia. Ma qui, nelle piccole città di confine “le carceri sono sovraffollate. La maggior parte dei detenuti viene dai territori birmani. Il denaro stanziato dal governo per la gestione delle prigioni non è sufficiente a coprire tutti i costi”, spiega Aye Aye Mar, responsabile dell’organizzazione Social Action for Women, che da anni assiste donne birmane vittime di abusi. Poi aggiunge “la direzione responsabile delle carceri costringe al rimpatrio immediato anche i detenuti che devono finire di scontare la pena pur di liberare le celle e far quadrare i conti”.
Ai piccoli nuclei famigliari karen si prospetta un futuro di abbandono. Le madri sacrificano le loro vite in cella per dare alla luce i loro figli. E i bambini nasceranno senza nazionalità: sia il governo tailandese che quello birmano rifiutano di riconoscerli.

Categoria: Donne, Profughi
Luogo: Thailandia