Venire a partorire negli ospedali distrettuali della vicina Thailandia, è un drammatico stratagemma molto diffuso tra le donne delle minoranze che vivono in territorio birmano. Passato il confine, cominciano a lavorare nelle fabbriche thailandesi dove la manodopera birmana è molto richiesta. I lavoratori sono pagati molto poco e sfruttati parecchio. Vicine al parto, si danno alla microcriminalità. Commettono furtarelli nei negozi, spacciano piccoli quantitativi di droga. Tutto questo per essere arrestate. Sanno che al centro di detenzione femminile ci sono infermiere che le possono seguire e aiutare e che saranno portate all’ospedale al momento del travaglio. Sanno anche, però, che dovranno scontare da sei mesi a un anno di carcere per poi essere rimpatriate. Molte di loro, preferirebbero restare in prigione più a lungo perché non hanno la certezza di trovare il modo di nutrire i figli nel loro paese. Nelle galere thailandesi, almeno per un po’, i bambini hanno cibo, acqua e assistenza.
“I travagli sono spesso molto lunghi. In assenza di assistenza medica perdono
la vita madre e bambino”, spiega Aung San Lin, medico del Back Pack Health Work Team, un gruppo che opera illegalmente nella giungla dove vivono i deportati dell’ex
Birmania. E di questo le madri sono consapevoli. Il governo birmano, guidato dai
militari, non riconosce a queste donne, soprattutto di popolazione Karen, Shan e Hmong, la cittadinanza birmana e, di conseguenza, l’accesso agli ospedali statali.
Naturalmente non possono permettersi di andare in cliniche private. Le strutture
sanitarie pubbliche negli stati da cui provengono, dove la guerriglia è ancora
infuocata, sono quasi inesistenti. La maggior parte, inoltre, viene da villaggi
improvvisati nella giungla, che hanno dovuto costruire dopo che i soldati governativi
le hanno cacciate dai luoghi d’origine. Nel Myanmar gli scontri tra i guerriglieri
delle minoranze e l’esercito governativo durano da mezzo secolo.
Gruppi di donne camminano per giorni cercando di raggiungere un centro abitato,
per poi scoprire che anche lì non possono essere assistite. E’ in quel momento
che disperazione e paura le spingono verso la Thailandia. Ma qui, nelle piccole
città di confine “le carceri sono sovraffollate. La maggior parte dei detenuti
viene dai territori birmani. Il denaro stanziato dal governo per la gestione delle
prigioni non è sufficiente a coprire tutti i costi”, spiega Aye Aye Mar, responsabile
dell’organizzazione Social Action for Women, che da anni assiste donne birmane vittime di abusi. Poi aggiunge “la direzione
responsabile delle carceri costringe al rimpatrio immediato anche i detenuti che
devono finire di scontare la pena pur di liberare le celle e far quadrare i conti”.
Ai piccoli nuclei famigliari karen si prospetta un futuro di abbandono. Le madri
sacrificano le loro vite in cella per dare alla luce i loro figli. E i bambini
nasceranno senza nazionalità: sia il governo tailandese che quello birmano rifiutano
di riconoscerli.