23/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Azerbaijan, un lembo di terra posto a cuscinetto tra Russia, Georgia, Armenia e Iran, con tanto petrolio da farlo circolare nelle vene fino a farle scoppiare. Dietro questa ricchezza, coccolata da Bush, la terra sputa sangue, violazioni dei diritti umani
Scritto per noi da
Emanuele Bettini 

Azerbaijan, coda dell'ex Impero Sovietico. Un lembo di terra posto a cuscinetto tra Russia, Georgia, Armenia e Iran, con tanto petrolio da farlo circolare nelle vene fino a farle scoppiare. Ma dietro questa ricchezza, così coccolata da Bush, la terra sputa sangue, violazioni dei diritti umani e repressione.

L'esercito per le strade di BakuIl reddito pro-capite non tocca i 4.000 dollari l'anno e oltre la metà della popolazione (su 8.410.000 abitanti) vive in stato di povertà. Inoltre, nella logica del “divide et impera” caro alla superpotenza USA, il conflitto con la vicina Armenia toglie le ultime speranze di ripresa.
Il nuovo presidente Ilham Aliev, eletto con l'aiuto di brogli (secondo alcuni), ha dato un giro di vite sulle libertà individuali e sulla libertà d'espressione. HRW (Human Rights Watch), IFEX, RSF e l'International PEN hanno denunciato la pesante situazione, facendone il loro cavallo di battaglia.

Le notizie. Rachel Denber, direttrice della sezione di HRW che si occupa dell'Asia Centrale, denuncia: “La comunità internazionale deve prendere posizione...Il governo deve immediatamente porre fine alla repressione”.
Quanto potrà valere questo “grido di dolore”, che si leva dalle più importanti organizzazioni in tema di diritti umani? Per Washington, il vero burattinaio dell'area, l'Azerbaijan rappresenta una “stazione di servizio” del grande oleodotto che collega Baku-Tiblisi-Ceyhan, la via dell'oro nero dal Caspio allo sbocco mediterraneo della Turchia. Ricostruiamo le poche notizie che ci arrivano da quest'area caucasica. Ciò che più colpisce nella ricerca dei fatti è il muro di gomma contro il quale si va a sbattere: l'impunità. RSF denuncia le aggressioni contro i giornalisti e l'assoluzione degli imputati (il colonnello Chingiz Mamedov scagionato dalla corte di Yasamal per aver picchiato il giornalista Sarvan Rizvanov). È anche il caso di Fikret Huseynli, abbandonato moribondo in un parcheggio di autobus, di Bahaddin Khaziev, redattore capo del quotidiano Bizim Yol, al quale sono state fratturate le gambe per aver scritto articoli sulla corruzione di alcuni funzionari statali. Persino il noto scrittore Sakit Zahidov è stato accusato per spaccio di droga. La polizia gli aveva trovato addosso dieci grammi di eroina, da qui l'accusa di spaccio, nonostante egli avesse sostenuto che la droga gli fosse stata volutamente infilata nella tasca dagli stessi agenti che l'anno arrestato.

Il controllo dell'esercitoLe condanne e i casi più noti. Ciò che oggi stupisce maggiormente in Azerbaijan è il meccanismo delle condanne, che prevede anche i lavori forzati per i reati d'opinione. Dopo lo smembramento dell'Unione Sovietica, nell'area caucasica sono rimasti in vigore i vecchi codici penali, che prevedono pene severissime per tali reati. I gulag di un tempo rivivono nei nuovi campi di lavoro, dove sono internati giornalisti e intellettuali dissidenti.
Elmar Huseynov, editore e fondatore del settimanale d'opposizione Monitor è stato assassinato sulla porta di casa a Baku.
Samir Sadagatoglu, editore, e Rafiq Tagi, noto cardiologo e scrittore, sono stati arrestati per aver criticato il presidente degli scrittori cantore delle gesta del regime. In modo particolare il giornale Sanat, edito da Samir Sadagatoglu, aveva pubblicato un articolo dal titolo “L'Europa e noi”. In questo servizio veniva messo in discussione il ruolo dell'Islam nello sviluppo del paese. Nel testo si parla di arretratezza degli stati musulmani dell'area caucasica causata dall'oscurantismo della classe dirigente. Per la pubblicazione di questo articolo era anche stata chiesta la pena di morte da parte delle autorità islamiche. Anche i loro famigliari sono stati minacciati e vivono nel terrore di essere assassinati.
 
Il simbolo della stampa imbavagliataLa stampa imbavagliata. Lo scontro con il governo è frontale. Le ultime disposizioni imbavagliano la stampa, rendendo l'informazione interamente controllata dal regime. Si chiudono giornali, si arrestano direttori di testate, si minacciano i loro parenti. Chi non vuole assoggettarsi alle nuove leggi pratica l'autocensura o viene arrestato.
È noto il caso del giornalista Faramaz Novruzoglu condannato a 18 mesi di lavori forzati, chiamati ufficialmente “lavoro rieducativo”. È il vecchio spirito sovietico che riemerge nella sua drammaticità.
L'Azerbaijan non è un caso isolato. Tutta l'area caucasica sta esplodendo: dall'Azerbaijan all'Uzbekistan, dalla Georgia al Tajikistan, dall'Armenia al Kazakistan al Turkmenistan. È la sfida che l'Occidente dovrà sostenere nei prossimi anni: la libertà contro la vittoria della barbarie.
 
Parole chiave: peacereporter, guerra, pace
Categoria: Diritti, Tortura
Luogo: Azerbaigian