Azerbaijan, un lembo di terra posto a cuscinetto tra Russia, Georgia, Armenia e Iran, con tanto petrolio da farlo circolare nelle vene fino a farle scoppiare. Dietro questa ricchezza, coccolata da Bush, la terra sputa sangue, violazioni dei diritti umani
Scritto per noi da
Emanuele Bettini
Azerbaijan, coda dell'ex Impero Sovietico. Un lembo di terra posto a cuscinetto
tra Russia, Georgia, Armenia e Iran, con tanto petrolio da farlo circolare nelle
vene fino a farle scoppiare. Ma dietro questa ricchezza, così coccolata da Bush,
la terra sputa sangue, violazioni dei diritti umani e repressione.
Il reddito pro-capite non tocca i 4.000 dollari l'anno e oltre la metà della
popolazione (su 8.410.000 abitanti) vive in stato di povertà. Inoltre, nella logica
del “divide et impera” caro alla superpotenza USA, il conflitto con la vicina Armenia toglie le ultime
speranze di ripresa.
Il nuovo presidente Ilham Aliev, eletto con l'aiuto di brogli (secondo alcuni),
ha dato un giro di vite sulle libertà individuali e sulla libertà d'espressione.
HRW (Human Rights Watch), IFEX, RSF e l'International PEN hanno denunciato la
pesante situazione, facendone il loro cavallo di battaglia.
Le notizie. Rachel Denber, direttrice della sezione di HRW che si occupa dell'Asia Centrale,
denuncia: “La comunità internazionale deve prendere posizione...Il governo deve immediatamente
porre fine alla repressione”.
Quanto potrà valere questo “grido di dolore”, che si leva dalle più importanti
organizzazioni in tema di diritti umani? Per Washington, il vero burattinaio dell'area,
l'Azerbaijan rappresenta una “stazione di servizio” del grande oleodotto che collega
Baku-Tiblisi-Ceyhan, la via dell'oro nero dal Caspio allo sbocco mediterraneo
della Turchia. Ricostruiamo le poche notizie che ci arrivano da quest'area caucasica.
Ciò che più colpisce nella ricerca dei fatti è il muro di gomma contro il quale
si va a sbattere: l'impunità. RSF denuncia le aggressioni contro i giornalisti
e l'assoluzione degli imputati (il colonnello Chingiz Mamedov scagionato dalla
corte di Yasamal per aver picchiato il giornalista Sarvan Rizvanov). È anche il
caso di Fikret Huseynli, abbandonato moribondo in un parcheggio di autobus, di
Bahaddin Khaziev, redattore capo del quotidiano Bizim Yol, al quale sono state
fratturate le gambe per aver scritto articoli sulla corruzione di alcuni funzionari
statali. Persino il noto scrittore Sakit Zahidov è stato accusato per spaccio
di droga. La polizia gli aveva trovato addosso dieci grammi di eroina, da qui
l'accusa di spaccio, nonostante egli avesse sostenuto che la droga gli fosse stata
volutamente infilata nella tasca dagli stessi agenti che l'anno arrestato.
Le condanne e i casi più noti. Ciò che oggi stupisce maggiormente in Azerbaijan è il meccanismo delle condanne,
che prevede anche i lavori forzati per i reati d'opinione. Dopo lo smembramento
dell'Unione Sovietica, nell'area caucasica sono rimasti in vigore i vecchi codici
penali, che prevedono pene severissime per tali reati. I gulag di un tempo rivivono
nei nuovi campi di lavoro, dove sono internati giornalisti e intellettuali dissidenti.
Elmar Huseynov, editore e fondatore del settimanale d'opposizione Monitor è stato assassinato
sulla porta di casa a Baku.
Samir Sadagatoglu, editore, e Rafiq Tagi, noto cardiologo e scrittore, sono stati arrestati per aver criticato il presidente
degli scrittori cantore delle gesta del regime. In modo particolare il giornale
Sanat, edito da Samir Sadagatoglu, aveva pubblicato un articolo dal titolo “L'Europa
e noi”. In questo servizio veniva messo in discussione il ruolo dell'Islam nello
sviluppo del paese. Nel testo si parla di arretratezza degli stati musulmani dell'area
caucasica causata dall'oscurantismo della classe dirigente. Per la pubblicazione
di questo articolo era anche stata chiesta la pena di morte da parte delle autorità
islamiche. Anche i loro famigliari sono stati minacciati e vivono nel terrore
di essere assassinati.
La stampa imbavagliata.
Lo scontro con il governo è frontale. Le ultime disposizioni imbavagliano la
stampa, rendendo l'informazione interamente controllata dal regime. Si chiudono
giornali, si arrestano direttori di testate, si minacciano i loro parenti. Chi
non vuole assoggettarsi alle nuove leggi pratica l'autocensura o viene arrestato.
È noto il caso del giornalista Faramaz Novruzoglu condannato a 18 mesi di lavori
forzati, chiamati ufficialmente “lavoro rieducativo”. È il vecchio spirito sovietico
che riemerge nella sua drammaticità.
L'Azerbaijan non è un caso isolato. Tutta l'area caucasica sta esplodendo: dall'Azerbaijan
all'Uzbekistan, dalla Georgia al Tajikistan, dall'Armenia al Kazakistan al Turkmenistan.
È la sfida che l'Occidente dovrà sostenere nei prossimi anni: la libertà contro
la vittoria della barbarie.