25/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Ogni anno il business dei cavi rubati costa al Paese più di 100 milioni di euro
Paradossi dell'economia globalizzata: la principale fonte di esportazione non ufficiale del Sudafrica è il rame, nonostante il Paese non abbia giacimenti rilevanti. Esportandolo, principalmente verso la Cina, la sola Città del Capo guadagna ogni anno sette milioni e mezzo di euro. Merito delle “gang del rame” che, approfittando dell'alto valore dei metalli non ferrosi sul mercato mondiale, fanno affari d'oro. Tanto che il furto di cavi ferroviari, telefonici, ed elettrici sta mettendo in ginocchio l'economia del Paese.

RameRichiesta. “Il problema del furto di metalli è emerso nel 2000 – dichiara a PeaceReporter Lorinda Nel, project manager del comitato sudafricano Business Against Crime – ma è solo nel 2006 che ha assunto dimensioni veramente preoccupanti”. I furti sono diventati una piaga, tanto da spingere il governo, la polizia e le aziende vittime del traffico ad associarsi in comitati ad hoc per tentare di arginare il problema. Speranza vana, visto che, secondo le cifre del Non Ferrous Theft Combating Committee, solo nel 2001 il Sudafrica ha perso circa un miliardo di rand (più di 100 milioni di euro) in furti di materiale, interruzione di servizi e costi di riparazione. A dedicarsi al lucroso traffico, alimentato dalla richiesta di rame proveniente dalle economie in espansione di Cina, India e Brasile, sono sia piccoli criminali che grandi organizzazioni, tanto che la lunghezza dei cavi rubati va da pochi metri fino a 40 chilometri di materiale. Tra le vittime preferite vi sono i cantieri di costruzioni, assaltati durante la notte dalle gang del rame. In alcuni i casi, le imprese sono state costrette ad abbandonare i lavori perché le spese per la sicurezza erano diventate maggiori del valore dei contratti di appalto.

Disservizi. “Il materiale rubato è immesso sul mercato sotto varie forme – continua la Nel –. In parte viene venduto a ricettatori che lo esportano, ma circa il 75 percento rimane nel Paese e viene acquistato da aziende impegnate nel riciclo di metalli”. In alcuni casi, rame e alluminio finiscono nei Paesi confinanti, dove sono imballati e rivenduti allo stesso Sudafrica.
A farne le spese sono soprattutto le aziende telefoniche ed elettriche, oltre alle ferrovie sudafricane. Secondo i dati forniti dal comune di Città del Capo, il furto di cavi ferroviari tra gennaio e aprile ha portato al ritardo o alla cancellazione di 200 treni e alla perdita di 200.000 ore di lavoro. Ancora più gravi i disservizi nel settore elettrico, con interi quartieri che, ogni mese, rimangono senza luce per giorni a causa dei lavori di riparazione (nel 2000, gli abbonati colpiti sono stati più di 44.000). Secondo la Nel, nel 2006 solo i costi per la sostituzione dei cavi hanno superato i 10 milioni di euro.

Cavi di rame rivestitiReazione. Arginare il problema non è facile, anche perché l'unica legge che colpisce tali furti è il Second-hand Goods Act del 1955, troppo datata per risultare efficace. Così, le aziende hanno aumentato a dismisura le spese per la sicurezza: a Johannesburg, la compagnia elettrica City Power spende ogni anno 5 milioni di dollari, mentre l'azienda telefonica Telkom destina alla protezione degli impianti una somma pari alla bolletta annuale pagata dall'intera Città del Capo.
Il Parlamento dovrebbe varare a breve una nuova legge, ma per il momento le autorità si devono arrangiare con quel che hanno. L'inizio del 2007 ha portato qualche successo, come la condanna di 24 membri di varie gang a 420 anni complessivi di carcere emessa recentemente dal tribunale di Bloemfontein. Paradossalmente, proprio la diffusione a macchia d'olio del traffico ha creato problemi alla polizia, che non riesce ad avere collaborazione dalla popolazione. Se infatti da una parte i disservizi colpiscono proprio i cittadini comuni, dall'altra molte famiglie hanno almeno un membro che, a differenti livelli, partecipa al commercio dei metalli non ferrosi. Da qui la riluttanza a fornire informazioni alle forze dell'ordine.

Matteo Fagotto

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