19/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Steven Spielberg appoggia Hillary nella corsa alla presidenza Usa. Ma tutta Hollywood sostiene i Democratici
Dopo aver salvato il soldato Ryan, Steven Spielberg nei giorni scorsi è “sceso in campo” per sostenere la candidata Clinton, in prima linea nella battaglia per diventare il primo presidente donna degli Stati Uniti. L'appoggio del regista più famoso di Hollywood è stato interpretato come un graduale spostamento del mondo del cinema verso l'ex first lady, mentre fino a qualche tempo il pupillo delle star sembrava essere Barack Obama. Comunque sia, anche per questa campagna elettorale sembra confermata la regola secondo cui il cuore di Hollywood batte per i Democratici.
 
Steven Spielberg con Bill e Hillary ClintonLe investiture. “Sono convinto che Hillary Clinton sia il candidato più qualificato per guidarci, fin dal suo primo giorno alla Casa Bianca”, ha detto Spielberg in un comunicato diffuso dalla macchina elettorale di Hillary. Alla domanda se pensa di girare uno spot per lei, il portavoce del regista ha risposto che “di  sicuro prenderà in considerazione le richieste della sua campagna nei prossimi mesi”. Per Spielberg si tratta di una presa di posizione inattesa, dato che solo lo scorso febbraio aveva co-organizzato una serata dove furono raccolti 1,3 milioni di dollari per Obama. I partner del regista alla casa produttrice Dreamworks, David Geffen e Jeffrey Katzenberg, hanno invece ribadito il loro appoggio al candidato afro-americano, come hanno fatto anche gli attori Matt Damon, George Clooney e Halle Berry. Altre celebrità, tra cui Leonardo Di Caprio, sostengono invece l'ex vicepresidente Al Gore, che dopo aver vinto l'Oscar con “Una verità scomoda”, documentario-denuncia sul riscaldamento del pianeta, sta considerando di candidarsi per sparigliare le primarie democratiche.
 
George ClooneyQuanto contano? Si dirà: saranno affari loro. Ma alle opinioni delle celebrità i media statunitensi danno grande risalto – qualche anno fa il Washington Post pubblicò una lettera di Sean Penn contro la politica dell’amministrazione Bush in Iraq – anche se il loro effetto sul resto degli elettori è incerto. L'appoggio di Spielberg ad Arnold Schwarzenegger, il governatore repubblicano della California, è stato definito decisivo nel convincere molti democratici a riconfermare in carica l’ex Terminator l'anno scorso. “Ma sinceramente, non ho mai sentito nessuno dire 'voto per tizio perché così ha dichiarato quell'attore'”, dice a PeaceReporter Bill Haworth, che negli anni Novanta ha lavorato alle pubbliche relazioni dell'allora presidente Bill Clinton. Tanto più che, come ha detto il politologo Larry Sabato del Center for Politics alla University of Virginia, “la maggior parte degli americani ha una relazione di amore-odio con Hollywood, e io credo che il più delle volte predomini l'odio”. Di sicuro prevale da parte dei conservatori, che vedono la Mecca del cinema come una spocchiosa élite liberal, distante dalla vera America. Per quanto possano parlare di pace e diritti i due attori-attivisti Susan Sarandon e Tim Robbins, o per quanti film possa fare Michael Moore, l'effetto di solito è solo quello di rafforzare le idee di chi già la pensa come loro.
 
La raccolta dei fondi. Ma le tendenze politiche di Hollywood contano, specie quando si parla di donazioni elettorali. “L’appoggio di una celebrità non porterà direttamente voti, ma dà legittimità a un candidato e può aprire i portafogli di altri donatori, creando un effetto valanga: il denaro attira altro denaro. E nelle moderne campagne elettorali, questo è l’elemento più importante”, spiega a PeaceReporter Michael Genovese, politologo della Loyola Marymount University. Nella storia recente, le donazioni dei vip hanno confermato la predilezione progressista del grande cinema: alle ultime elezioni di metà mandato, lo scorso novembre, il 63 percento dei contributi di Hollywood andò ai candidati democratici. Nelle presidenziali del 2004, il cinema diede 23 milioni ai democratici e solo 10 alla macchina organizzativa di Bush. Per l'attuale campagna elettorale, che gli analisti prevedono come la più costosa della storia, ci si aspetta che questi contributi raddoppino.
 
Charlton HestonPrima conservatori, ora progressisti. E tutto lascia pensare che la tendenza filo-progressista di Hollywood verrà confermata. A parte una sbandata per Ronald Reagan negli anni Ottanta, l'identificazione del grande cinema con i Democratici è una realtà che gli storici dello spettacolo fanno iniziare con la presidenza di John Kennedy. “Prima, Hollywood pendeva molto più a destra. Walt Disney, i fratelli Warner, Frank Capra erano decisamente conservatori, e comunque non c’era l’impegno politico a sinistra di molte star di oggi”, spiega a PeaceReporter Stephen Schochet, autore di due libri sulla storia del cinema americano. “Ricordo ancora quando, nel 1993, venni sommerso dalle richieste di accrediti di celebrità per la cerimonia di inaugurazione della presidenza Clinton. Non sapevamo dove metterli”, confida Haworth, l’ex pr del presidente. Certo, le celebrità che votano repubblicano ci sono, come il Charlton Heston che per anni è stato presidente della National Rifle Association, la potente lobby delle armi; o l’attore ed ex senatore Fred Thompson, che prima ancora di candidarsi sembra essere diventato la nuova speranza dei repubblicani. Ma come ha scritto con amarezza Cheryl Roads, un'attrice minore, “quando incontravo altri conservatori e dicevo che lavoravo nel cinema, loro dicevano sempre la stessa battuta: 'Un conservatore a Hollywood? Dovete essere solo in tre'”.

Alessandro Ursic

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