Steven Spielberg appoggia Hillary nella corsa alla presidenza Usa. Ma tutta Hollywood sostiene i Democratici
Dopo aver salvato il soldato Ryan, Steven Spielberg nei giorni scorsi è “sceso
in campo” per sostenere la candidata Clinton, in prima linea nella battaglia per
diventare il primo presidente donna degli Stati Uniti. L'appoggio del regista
più famoso di Hollywood è stato interpretato come un graduale spostamento del
mondo del cinema verso l'ex first lady, mentre fino a qualche tempo il pupillo delle star sembrava essere Barack Obama.
Comunque sia, anche per questa campagna elettorale sembra confermata la regola
secondo cui il cuore di Hollywood batte per i Democratici.
Le investiture. “Sono convinto che Hillary Clinton sia il candidato più qualificato per guidarci,
fin dal suo primo giorno alla Casa Bianca”, ha detto Spielberg in un comunicato
diffuso dalla macchina elettorale di Hillary. Alla domanda se pensa di girare
uno spot per lei, il portavoce del regista ha risposto che “di sicuro prenderà
in considerazione le richieste della sua campagna nei prossimi mesi”. Per Spielberg
si tratta di una presa di posizione inattesa, dato che solo lo scorso febbraio
aveva co-organizzato una serata dove furono raccolti 1,3 milioni di dollari per
Obama. I partner del regista alla casa produttrice Dreamworks, David Geffen e
Jeffrey Katzenberg, hanno invece ribadito il loro appoggio al candidato afro-americano,
come hanno fatto anche gli attori Matt Damon, George Clooney e Halle Berry. Altre
celebrità, tra cui Leonardo Di Caprio, sostengono invece l'ex vicepresidente Al
Gore, che dopo aver vinto l'Oscar con “Una verità scomoda”, documentario-denuncia
sul riscaldamento del pianeta, sta considerando di candidarsi per sparigliare
le primarie democratiche.
Quanto contano? Si dirà: saranno affari loro. Ma alle opinioni delle celebrità i media statunitensi
danno grande risalto – qualche anno fa il
Washington Post pubblicò una lettera di Sean Penn contro la politica dell’amministrazione Bush
in Iraq – anche se il loro effetto sul resto degli elettori è incerto. L'appoggio
di Spielberg ad Arnold Schwarzenegger, il governatore repubblicano della California,
è stato definito decisivo nel convincere molti democratici a riconfermare in carica
l’ex Terminator l'anno scorso. “Ma sinceramente, non ho mai sentito nessuno dire
'voto per tizio perché così ha dichiarato quell'attore'”, dice a
PeaceReporter Bill Haworth, che negli anni Novanta ha lavorato alle pubbliche relazioni dell'allora
presidente Bill Clinton. Tanto più che, come ha detto il politologo Larry Sabato
del
Center for Politics alla University of Virginia, “la maggior parte degli americani ha una relazione
di amore-odio con Hollywood, e io credo che il più delle volte predomini l'odio”.
Di sicuro prevale da parte dei conservatori, che vedono la Mecca del cinema come
una spocchiosa élite liberal, distante dalla vera America. Per quanto possano
parlare di pace e diritti i due attori-attivisti Susan Sarandon e Tim Robbins,
o per quanti film possa fare Michael Moore, l'effetto di solito è solo quello
di rafforzare le idee di chi già la pensa come loro.
La raccolta dei fondi. Ma le tendenze politiche di Hollywood contano, specie quando si parla di donazioni
elettorali. “L’appoggio di una celebrità non porterà direttamente voti, ma dà
legittimità a un candidato e può aprire i portafogli di altri donatori, creando
un effetto valanga: il denaro attira altro denaro. E nelle moderne campagne elettorali,
questo è l’elemento più importante”, spiega a PeaceReporter Michael Genovese, politologo della Loyola Marymount University. Nella storia
recente, le donazioni dei vip hanno confermato la predilezione progressista del
grande cinema: alle ultime elezioni di metà mandato, lo scorso novembre, il 63
percento dei contributi di Hollywood andò ai candidati democratici. Nelle presidenziali
del 2004, il cinema diede 23 milioni ai democratici e solo 10 alla macchina organizzativa
di Bush. Per l'attuale campagna elettorale, che gli analisti prevedono come la
più costosa della storia, ci si aspetta che questi contributi raddoppino.
Prima conservatori, ora progressisti. E tutto lascia pensare che la tendenza filo-progressista di Hollywood verrà
confermata. A parte una sbandata per Ronald Reagan negli anni Ottanta, l'identificazione
del grande cinema con i Democratici è una realtà che gli storici dello spettacolo
fanno iniziare con la presidenza di John Kennedy. “Prima, Hollywood pendeva molto
più a destra. Walt Disney, i fratelli Warner, Frank Capra erano decisamente conservatori,
e comunque non c’era l’impegno politico a sinistra di molte star di oggi”, spiega
a
PeaceReporter Stephen Schochet, autore di due libri sulla storia del cinema americano. “Ricordo
ancora quando, nel 1993, venni sommerso dalle richieste di accrediti di celebrità
per la cerimonia di inaugurazione della presidenza Clinton. Non sapevamo dove
metterli”, confida Haworth, l’ex pr del presidente. Certo, le celebrità che votano
repubblicano ci sono, come il Charlton Heston che per anni è stato presidente
della
National Rifle Association, la potente lobby delle armi; o l’attore ed ex senatore Fred Thompson, che prima
ancora di candidarsi sembra essere diventato
la nuova speranza dei repubblicani. Ma come ha scritto con amarezza Cheryl Roads, un'attrice minore,
“quando incontravo altri conservatori e dicevo che lavoravo nel cinema, loro dicevano
sempre la stessa battuta: 'Un conservatore a Hollywood? Dovete essere solo in
tre'”.