La storia delle relazioni diplomatiche tra i due Stati è lunga e complessa.
L’attuale Cuba, nata dalla rivoluzione socialista del 1959 (guidata da Fidel
Castro, Camilo Cienfuegos ed Ernesto "Che" Guevara) contro la dittatura del generale
Batista appoggiato dagli Stati Uniti, è sempre stata considerata da Washington
una pericolosa spina nel fianco.
I tentativi di golpe sono innumerevoli. Il primo risale al ’61: lo stesso Batista,
rientrato negli Usa, organizza un gruppo di controrivoluzionari e, con l’aiuto
del governo di John Fitzgerald Kennedy, sbarca nella Baia dei Porci, dove fallisce
miseramente. Da allora, Castro proclama le finalità socialiste della rivoluzione,
allineandosi all'Unione Sovietica. Gli Stati Uniti ottengono quindi l’espulsione
dello stato di Fidel dall’Organizzazione degli Stati americani (Oea) e cominciano
l’embargo economico che dura tuttora, arrivando nuovamente ai ferri corti nel
’62 quando alcune foto mostrarono piattaforme di missili nucleari puntati contro
gli Usa.
Durante gli anni della guerra fredda i rapporti si inaspriscono ulteriormente.
Tra pericoli e minacce, arriva l’era Gorbaciov. E nel 1986, sull’onda delle perestroika,
anche Fidel Castro avvia il "Processo di correzione degli errori e delle tendenze
negative". Nel 1991, infatti, qualche piccola apertura viene registrata. Viene
riformata la Costituzione, ratificato l'unipartitismo, concessa maggiore libertà
religiosa e stimolata la creazione di imprese semi-private.
Importante, per la posizione di Cuba nello scacchiere internazionale, è la visita
del Papa Giovanni Paolo II. Il 23 gennaio 1998 il Pontefice inizia il suo viaggio
da Fidel. Durante le celebrazioni esorta i giovani a non abbandonare il Paese,
a resistere al “desiderio di fuggire ed emigrare, sottraendosi all’impegno e alla
responsabilità, per rifugiarsi in un mondo falso alla cui base ci sono l’alienazione
e lo sradicamento”. Prima di incontrare personalmente Castro, il papa esprime
il suo dissenso sulla questione dell’embargo: “Gli embarghi economici – dice Giovanni
Paolo II – sono sempre da condannare, perché lesivi nei confronti di chi è più
nel bisogno”.
L’arrivo di George Bush alla Casa Bianca nel 2000, però, complica tutto.
Da subito il nuovo presidente intensifica le pressioni contro Cuba e rafforza
il contingente di Guantanamo, territorio nell’isola che ospita una base militare
Usa. Nel lontano 1898, infatti, quando Cuba era ancora in mano agli spagnoli,
gli statunitensi sbarcarono proprio a Guantanamo costringendo alla resa l'esercito
di Spagna e governando il Paese fino al 1902. Fu così che entrò in vigore la Costituzione
cubana che incluse l’ormai noto “Emendamento Platt”, ovvero il diritto degli Stati
Uniti a mantenere Guantanamo come base militare.
Dopo l'11 settembre 2001, le relazioni con Washingon sembravano registrare una
breve e costruttiva tregua. Castro condanna l'attentato alle Torri Gemelle e gli
Stati Uniti autorizzano l'esportazione di prodotti farmaceutici e alimentari purché
Cuba paghi in contanti.
Ma, sei mesi fa Bush istituisce una speciale commissione, chiamata “Cuba libera”,
col compito di stilare un rapporto sulle misure più efficaci per destituire “la
dittatura di Fidel” ed esportare la libertà e la democrazia anche nell’isola.
Non solo.
Il dito puntato contro l’isola torna nuovamente a farsi pesante da Ginevra. In
aprile, durante la sessione annuale della Commissione dei diritti umani - anche
se con una risicata maggioranza - 53 Paesi membri hanno approvato una risoluzione
che deplora le pesanti condanne di dissidenti e giornalisti inflitte l’anno scorso
nello stato di Fidel. L’Onu ha dunque deciso di esortare le autorità cubane ad
astenersi dall’adottare misure che potrebbero mettere in pericolo i diritti fondamentali,
la libertà d’espressione e il diritto a un processo equo, e a cooperare con la
rappresentante speciale dell’Alto commissariato per i diritti umani, Christine
Chalet. Tra i firmatari sono comparsi anche alcuni Paesi dell’America latina e
questo ha provocato un’amara reazione di Castro e la rottura diplomatica con Messico
e Perù.
Intanto, a difesa del Diritto a vivere della rivoluzione cubana è stata lanciata
anche una petizione firmata, tra gli altri, dai Nobel per la Pace Rigoberta Menchù
e Adolfo Pérez Esquivel
Agli inizi di maggio la commissione “Cuba libera” consegna la prima relazione
nelle mani del presidente. Da allora, le cose sembrano precipitare.
La Casa Bianca comincia concretamente a vagliare tutte le possibilità di propiziare
la caduta di Castro. Si tratta di proposte basate principalmente sui suggerimenti
dei settori anticastristi di Miami e che includono una sezione finora rimasta
segreta, dove i cubano-americani suggerirebbero l’uccisione di Castro e l’immediato
dispiego sull’isola di marines, al fine di impedire “la continuità della rivoluzione
al potere”.
"I cubani devono essere al più presto liberati dalla tirannia e noi accelereremo
il giorno in cui saranno liberi. Noi non stiamo aspettando il giorno della libertà
di Cuba, stiamo lavorando perché arrivi quanto prima", ha affermato Bush annunciando
le nuove misure.
Questo il programma:
- Il dispiegamento di aerei militari per impedire che il governo cubano, con interferenze,
renda difficile raggiungere il Paese caraibico e i suoi abitanti alle emittenti
radiofoniche e televisive dei fuoriusciti cubani , finanziate e sostenute da Washington.
- Nuovi fondi a favore delle iniziative dei dissidenti contro il governo di Fidel
Castro.
- L’adozione di meccanismi che impediscano alle rimesse dei cubani che vivono negli
Stati Uniti di finire nelle casse dell’Avana, rafforzando il regime.
Come prima cosa, intanto, ha inasprito ulteriormente l’embargo economico e commerciale
che perseguita Cuba da sempre. “Chiediamo solidarietà e appoggio a tutte le nazioni
– ha affermato Alberto Gonzalez, ambasciatore cubano in Honduras – perché solo
con una mobilitazione generale dell’opinione pubblica potremmo scongiurare che
gli Usa invadano Cuba. Noi ci stiamo preparando per una guerra di Bush, che ha
già dimostrato quanto sia capace di aggredire altri paesi andando perfino contro
le Nazioni Unite”.
Le voci sulla gravità della crisi fra Castro e Bush, infatti, si rincorrono da
una parte all’altra del mondo. “Cuba si prepara all’invasione statunitense”, ha
intitolato il The Australian, uno dei più autorevoli quotidiani nazionali dell'Australia.
“Cuba si aspetta il peggio”, esordisce il Milenio di Città del Messico, che sottolinea
come dalla crisi nucleare del 1962 questa sia la prima volta che la possibilità
di uno scontro militare diretto è avvertita così seriamente.
Lo stato di allerta nell’isola è ai massimi livelli.