05/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli Stati Uniti rinforzano le sanzioni contro l'isola di Castro
Cuba, tanto piccola quanto scomoda. Sempre più tesi e sull’orlo del precipizio i rapporti tra l’isola caraibica di Fidel Castro e gli Stati Uniti di Bush.

La storia delle relazioni diplomatiche tra i due Stati è lunga e complessa.
L’attuale Cuba, nata dalla rivoluzione socialista del 1959 (guidata da Fidel Castro, Camilo Cienfuegos ed Ernesto "Che" Guevara) contro la dittatura del generale Batista appoggiato dagli Stati Uniti, è sempre stata considerata da Washington una pericolosa spina nel fianco.

I tentativi di golpe sono innumerevoli. Il primo risale al ’61: lo stesso Batista, rientrato negli Usa, organizza un gruppo di controrivoluzionari e, con l’aiuto del governo di John Fitzgerald Kennedy, sbarca nella Baia dei Porci, dove fallisce miseramente. Da allora, Castro proclama le finalità socialiste della rivoluzione, allineandosi all'Unione Sovietica. Gli Stati Uniti ottengono quindi l’espulsione dello stato di Fidel dall’Organizzazione degli Stati americani (Oea) e cominciano l’embargo economico che dura tuttora, arrivando nuovamente ai ferri corti nel ’62 quando alcune foto mostrarono piattaforme di missili nucleari puntati contro gli Usa.
Durante gli anni della guerra fredda i rapporti si inaspriscono ulteriormente.
Tra pericoli e minacce, arriva l’era Gorbaciov. E nel 1986, sull’onda delle perestroika, anche Fidel Castro avvia il "Processo di correzione degli errori e delle tendenze negative". Nel 1991, infatti, qualche piccola apertura viene registrata. Viene riformata la Costituzione, ratificato l'unipartitismo, concessa maggiore libertà religiosa e stimolata la creazione di imprese semi-private.

Importante, per la posizione di Cuba nello scacchiere internazionale, è la visita del Papa Giovanni Paolo II. Il 23 gennaio 1998 il Pontefice inizia il suo viaggio da Fidel. Durante le celebrazioni esorta i giovani a non abbandonare il Paese, a resistere al “desiderio di fuggire ed emigrare, sottraendosi all’impegno e alla responsabilità, per rifugiarsi in un mondo falso alla cui base ci sono l’alienazione e lo sradicamento”. Prima di incontrare personalmente Castro, il papa esprime il suo dissenso sulla questione dell’embargo: “Gli embarghi economici – dice Giovanni Paolo II – sono sempre da condannare, perché lesivi nei confronti di chi è più nel bisogno”.
L’arrivo di George Bush alla Casa Bianca nel 2000, però, complica tutto.
Da subito il nuovo presidente intensifica le pressioni contro Cuba e rafforza il contingente di Guantanamo, territorio nell’isola che ospita una base militare Usa. Nel lontano 1898, infatti, quando Cuba era ancora in mano agli spagnoli, gli statunitensi sbarcarono proprio a Guantanamo costringendo alla resa l'esercito di Spagna e governando il Paese fino al 1902. Fu così che entrò in vigore la Costituzione cubana che incluse l’ormai noto “Emendamento Platt”, ovvero il diritto degli Stati Uniti a mantenere Guantanamo come base militare.
Dopo l'11 settembre 2001, le relazioni con Washingon sembravano registrare una breve e costruttiva tregua. Castro condanna l'attentato alle Torri Gemelle e gli Stati Uniti autorizzano l'esportazione di prodotti farmaceutici e alimentari purché Cuba paghi in contanti.

Ma, sei mesi fa Bush istituisce una speciale commissione, chiamata “Cuba libera”, col compito di stilare un rapporto sulle misure più efficaci per destituire “la dittatura di Fidel” ed esportare la libertà e la democrazia anche nell’isola.
Non solo.
Il dito puntato contro l’isola torna nuovamente a farsi pesante da Ginevra. In aprile, durante la sessione annuale della Commissione dei diritti umani - anche se con una risicata maggioranza - 53 Paesi membri hanno approvato una risoluzione che deplora le pesanti condanne di dissidenti e giornalisti inflitte l’anno scorso nello stato di Fidel. L’Onu ha dunque deciso di esortare le autorità cubane ad astenersi dall’adottare misure che potrebbero mettere in pericolo i diritti fondamentali, la libertà d’espressione e il diritto a un processo equo, e a cooperare con la rappresentante speciale dell’Alto commissariato per i diritti umani, Christine Chalet. Tra i firmatari sono comparsi anche alcuni Paesi dell’America latina e questo ha provocato un’amara reazione di Castro e la rottura diplomatica con Messico e Perù.
Intanto, a difesa del Diritto a vivere della rivoluzione cubana è stata lanciata anche una petizione firmata, tra gli altri, dai Nobel per la Pace Rigoberta Menchù e Adolfo Pérez Esquivel
Agli inizi di maggio la commissione “Cuba libera” consegna la prima relazione nelle mani del presidente. Da allora, le cose sembrano precipitare.

La Casa Bianca comincia concretamente a vagliare tutte le possibilità di propiziare la caduta di Castro. Si tratta di proposte basate principalmente sui suggerimenti dei settori anticastristi di Miami e che includono una sezione finora rimasta segreta, dove i cubano-americani suggerirebbero l’uccisione di Castro e l’immediato dispiego sull’isola di marines, al fine di impedire “la continuità della rivoluzione al potere”.
"I cubani devono essere al più presto liberati dalla tirannia e noi accelereremo il giorno in cui saranno liberi. Noi non stiamo aspettando il giorno della libertà di Cuba, stiamo lavorando perché arrivi quanto prima", ha affermato Bush annunciando le nuove misure.
Questo il programma:
  • Il dispiegamento di aerei militari per impedire che il governo cubano, con interferenze, renda difficile raggiungere il Paese caraibico e i suoi abitanti alle emittenti radiofoniche e televisive dei fuoriusciti cubani , finanziate e sostenute da Washington.
  • Nuovi fondi a favore delle iniziative dei dissidenti contro il governo di Fidel Castro.
  • L’adozione di meccanismi che impediscano alle rimesse dei cubani che vivono negli Stati Uniti di finire nelle casse dell’Avana, rafforzando il regime.

Come prima cosa, intanto, ha inasprito ulteriormente l’embargo economico e commerciale che perseguita Cuba da sempre. “Chiediamo solidarietà e appoggio a tutte le nazioni – ha affermato Alberto Gonzalez, ambasciatore cubano in Honduras – perché solo con una mobilitazione generale dell’opinione pubblica potremmo scongiurare che gli Usa invadano Cuba. Noi ci stiamo preparando per una guerra di Bush, che ha già dimostrato quanto sia capace di aggredire altri paesi andando perfino contro le Nazioni Unite”.
Le voci sulla gravità della crisi fra Castro e Bush, infatti, si rincorrono da una parte all’altra del mondo. “Cuba si prepara all’invasione statunitense”, ha intitolato il The Australian, uno dei più autorevoli quotidiani nazionali dell'Australia.
“Cuba si aspetta il peggio”, esordisce il Milenio di Città del Messico, che sottolinea come dalla crisi nucleare del 1962 questa sia la prima volta che la possibilità di uno scontro militare diretto è avvertita così seriamente.
Lo stato di allerta nell’isola è ai massimi livelli.

Stella Spinelli

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