L'esercito australiano arriva nelle comunità aborigene per combattere gli abusi sessuali e l'alcolismo
Abituati a missioni all'estero dall'Iraq a Timor Est, e addestrati recentemente
con un apposito corso intensivo, alcuni soldati australiani sono arrivati nei
giorni scorsi al fronte nella nuova guerra dichiarata dal primo ministro John
Howard: quella contro l'alcolismo e l'abuso di minori nelle comunità aborigene.
O “il nostro uragano Katrina”, come l'ha descritto il premier, accusato di paternalismo
e di sfruttamento del problema in vista delle elezioni di quest'anno. Nonostante
le minacce dei leader aborigeni di impedire ai turisti l'accesso a Uluru (Ayers
Rock), la montagna simbolo dell'outback australiano, finora il dispiegamento delle forze dell'ordine non ha portato
a grossi problemi con la popolazione locale, anche se alcuni nativi denunciano
la paura di vedersi portare via i bambini e la terra. Paure esagerate e infondate,
secondo Howard.
L'emergenza e la risposta del governo. L'intervento del governo federale è stato deciso in gran fretta dopo la pubblicazione
di un rapporto che denunciava i “gravi, diffusi e spesso passati sotto silenzio”
abusi su minori nelle comunità native dei Territori del Nord, lo stato dove vivono
circa 50mila aborigeni. La ricerca, frutto delle informazioni raccolte in 45 comunità,
era intitolata “I bambini piccoli sono sacri”. Ma, secondo il documento, anche
vittime di sfruttamento alla prostituzione in cambio di alcool, nonché esposti
a immagini pornografiche fin dai primi anni di vita. Il governo di Canberra è
intervenuto nei Territori del Nord sottraendoli di fatto alla competenza delle
autorità locali, introducendo misure come le visite mediche obbligatorie per tutti
i minori di 16 anni e collegando i sussidi sociali alla frequenza scolastica;
ma in alcuni casi è stato anche fortemente limitato l'accesso agli alcolici, e
soprattutto il governo ha rilevato per cinque anni le proprietà delle comunità.
Inoltre, Howard sta pensando di riformare il sistema in vigore da trent'anni,
secondo cui un estraneo ha bisogno di un permesso per visitare i villaggi aborigeni.
Secondo il governo, questo isolamento faciliterebbe gli abusi.
Le critiche degli aborigeni. La risolutezza con cui sono state messe in pratica queste misure è stata criticata
da più parti. Rex Wild, uno degli autori del rapporto, ha paragonato le visite
dei funzionari governativi a “un'invasione di locuste”. I leader aborigeni non
hanno negato la gravità dei problemi, ma si sono lamentati dell'approccio del
governo, imposto dall'alto e non tramite soluzioni concertate con i nativi: per
questo, con l'obiettivo di ricevere migliori servizi pubblici nel campo degli
alloggi popolari, dell'istruzione e del lavoro, hanno scritto una lettera aperta
al premier. E secondo gli aborigeni, togliere l'obbligo del permesso per entrare
nelle comunità darebbe più facile accesso ai contrabbandieri di liquori fuorilegge.
Sfruttamento elettorale. Il governo ha cercato di rassicurare le comunità spiegando che i terreni rilevati
per cinque anni, alla fine di questo periodo, potranno essere acquistati dalle
singole famiglie, senza essere restituiti alla competenza dell'intera comunità
come prevede il sistema attuale. Ma Howard deve anche far fronte alle accuse di
sfruttare l'emergenza a scopi elettorali. Nei sondaggi attuali, il premier conservatore
è in svantaggio rispetto ai laburisti. Alcuni fanno notare come anche nel 2001,
prima di essere rieletto per la terza volta, Howard aveva cavalcato la questione
dello sbarco di rifugiati sulle coste australiane. I problemi degli aborigeni
sono noti da anni. Già quattro anni fa uno dei loro leader, Mich Dodson, avvertì
che “i nostri bambini sopportano orrendi livelli di violenza e abusi sessuali”.
Ma all'epoca il governo non si mosse.