Il presidente Rahmon si è visto ritorcere una causa contro una company inglese: smascherati i suoi loschi affari con l'alluminio di Stato
Ecco Imomali Rahmon: un satrapo post sovietico che immaginava di avere impunità
totale - e la aveva - nel suo piccolo canato dell'Asia centrale, dove disponeva
della maggiore azienda del Paese: valeva da sola metà dell'export tagico. Un satrapo che
cambiava le alleanze commerciali dell'azienda di Stato, trattata come affare privato,
a seconda delle sue fortune politiche internazionali. Che chiamò in patria capitali
stranieri per risanare la sua azienda in perdita. Per poi cacciarli quando bussarono
alla sua porta gli amici russi. Che si ritrovò una condanna a pagare 145 milioni
di dollari nella causa da lui stesso intentata contro i vecchi manager. Che capì
di poterne uscire solo richiamandoli a dirigere l'azienda. E per cacciare i russi,
come si fa? Ma si intenta un bel processo per corruzione, via! Il caso di Khodorkovskij
in Russia non insegna nulla?
Imomali forever. Fosse per lui, non lascerebbe mai il potere. Ha d'altronde lottato per cinque
anni di guerra civile (1992-1997) contro indipendentisti islamici che volevano
costituire un Canato asservito al Corano, è giusto che si sia preso con percentuali
bulgare due mandati da presidente (1994-1999), con
elezioni definite "fraudolente" dalle istituzioni internazionali. Ci sta anche che si sia lasciato la possibilità di rimanere in carica a vita
(con terze elezioni vinte nel 2006); e che sia il presidente della più grande
azienda del Paese, la ex
TadAzCo, che ha occidentalizzato in
Talco (
Alluminium of Tajikistan) come ha occidentalizzato il suo ex cognome Rahmonov. La
Talco, un gigante che da solo vale il 48 percento dell'export tagico, il 36 percento
del consumo elettrico, maggior datore di lavoro nel Paese e produttore di metà
del reddito tassato dal governo di Dushanbe.
Un'azienda in perdita, risanata. Però questo colosso che produce 400 milioni di tonnellate d'alluminio annue
(un miliardo di dollari al valore del metallo al
Brent di Londra), dopo lo smembramento dell'Urss e la perdita delle quantità di bauxite
in arrivo da Kazakhstan e Russia, non processava abbastanza materiale grezzo (la
bauxite da cui si ricava l'alluminio) per tenere il passo della propria produzione.
L'azienda perdeva 40 milioni di dollari l'anno ed era arrivata a produrre 200
milioni di tonnellate dai 560 dei tempi sovietici. Finchè non arrivò un manager
tagico-moscovita alleato di un'azienda norvegese quotata alla Borsa di Londra,
la Hydropower. Nei fatti, la 'divisione metalli' della potentissima Hydro, concessionaria
statale del petrolio norvegese, che avrebbe garantito l'acquisto di tutto il metallo
prodotto a Dushanbe. Dal 1996 Avaz Nazarov aveva reso la Talco una gallina dalle
uova d'oro, da un miliardo di dollari annui.. Però solo 200 milioni sul totale
della produzione venivano segnati come in uscita dal Paese, e da tassare. Com'era
possibile? lo vedremo dopo..
"Il più grande boomerang giudiziario della storia" Ma al Presidente non andava bene. Con gli alleati russi aveva parecchi affari
in corso, dal transito delle truppe di Mosca in una base vicino Dushanbe, all'installazione
d'una base spaziale nella steppa tagica, dopo anni di tira e molla con il Pentagono
per far installare una base aerea Usa su territorio tagico. Così a rilanciare
nello spazio ex-sovietico la
Talco arriva la
Rusal. Nazarov e il suo entourage, nel gennaio 2004 vengono accusati di corruzione
dalla magistratura designata dal presidente Rahmon, e si rifugiano in massa a
Londra. I russi s'insediano a febbraio e promettono un investimento da due miliardi
di dollari annui e ancora più affari per il presidente-imprenditore. Ma nell'aprile
2005 da Londra arriva una chiamata dall'Alta corte degli arbitrati internazionali.
Hydro ha un contratto con il quale Talco s'impegna a fornire 80mila tonnellate
almeno d'alluminio ogni anno, e pretende che venga rispettato.
Uh, oh.. e ora che faccio? Imomali deve sentirsi intoccabile. E che architetta? Controrilancia nel maggio
2005 chiamando in causa Nazarov e tutto il suo management per malversazione e
frode fiscale presso l'Alta corte civile britannica. Ma Rahmon ex-Rahmonov non
ha esperienza dell'indipendenza dei giudici occidentali. Che infatti indagano
su quelle strane rimanenze di alluminio non esportato per oltre 500 milioni di
dollari: scoprono che Rahmon e i suoi accoliti nascondono alle tasse, cioè a se
stesso come Presidente del Paese, ma anche agli altri 7 milioni di tagichi in
qualità di contribuente, qualcosa come quasi 200 milioni di dollari l'anno. E
la maggior parte degli abitanti della più povera Repubblica ex sovietica vive
sotto il livello di sussistenza.
Un disastro giudiziario su tutta la linea ("il più grande boomerang finanziario
mai visto" titola il Financial Times di Londra) che si aggiunge alla expertise indipendente della Corte di Arbitrato: la Hydro norvegese ha diritto a 145 milioni di dollari di danni dalla Talco. Brutta faccenda per il presidente. Che richiama per trattative i donatori internazionali,
Banca mondiale e banca Europea degli Investimenti, il 24 giugno 2006 a Dushanbe,
insieme con la controparte norvegese.
Contrordine compagni! Adesso a venire accusati di malversazione e frode fiscale sono il management
russo della Rusal, e Hydro può tornare trionfalmente alla testa della Talco con
i vecchi russo-tagichi con residenza londinese. Rahmon chiede solo tempo: nel
novembre 2006 ci sono le elezioni, e se gli danno il tempo di riconfermarsi, provvederà
lui a aggiustare i contratti negli anni perché Hydro riesca a compensate le sue
richieste, purché ufficialmente non pretenda di essere ripagata dei 145 milioni
di danni. Ovviamente il buon Imomali viene riconfermato con percentuali bulgare
che non vale la pena riportare. Ovviamente i russi vengono allontanati dal Paese.
Ovviamente i norvegesi adesso sono i salvatori della patria. Ovviamente i report 2006 di World Bank e Banca Europea degli investimenti sul regime di Dushanbe
sono positivi: d'altronde Bruxelles ha prestato solo 56 milioni di euro ai tagichi,
e Washington dei 440 milioni di dollari prestati nel 1996 ne ha visti tornare
indietro ben 337. Di trasparenza nella governance, affidabilità fiscale, Stato di diritto, meglio non parlare se fate business
in Tagikistan. Imomali è un gran simpaticone: si farebbe una risata fragorosa
e vi assesterebbe un pacca sulla spalla da lussarvi le articolazioni.