scritto per noi da
Silvina Grippaldi
È particolare che un funzionario argentino chieda al governo cinese di essere
zen. Pochi giorni fa, Alfredo Chiaradía, segretario al
Commercio e Relaciones Económicas Internacionales de la Cancillería, dopo che la Cina aveva bloccato tre navi cariche di soia pronte a sbarcare
al porto di Pechino, ha detto espressamente all'ambasciatore cinese che il suo
paese deve avere pazienza. L’ordine di fermare le navi era arrivato successivamente
all'annuncio di misure restrittive prese dal governo Kirchner contro l'importazione
di svariati prodotti asiatici (tra i quali abbigliamento, scarpe, giocattoli e
prodotti in pelle), con l'obiettivo di salvaguardare l'industria nazionale argentina
e di fermare il commercio sleale. Mossa che l’Argentina definisce in fase di studio,
invitando a non interpretare in senso anti-cinese.
Misura temporanea. Zhang Tuo, l'ambasciatore cinese a Buenos Aires, ha detto che è stata una misura
temporanea, un semplice controllo di alcune navi. In realtà, la Cina non si può
permettere di chiudere le porte al maggior esportatore del legume. Da più di
dieci anni, il 75 percento dell'olio di soia che si trova nelle cucine cinesi
è argentino e ogni anno arrivano da quello che dovrebbe essere il paese della
carne, 1,3 milioni di tonnellate di soia. Nel 2006, ne sono entrate 6,3 milioni
per un valore di 1.422 milioni di dollari. Gli altri paesi importatori sono Stati
Uniti e Brasile, ma sono ben lontani dalle cifre astronomiche che provengono dal
commercio tra Argentina e Cina.
La Camera di Commercio di Buenos Aires si è pronunciata a favore delle regole
imposte dal governo, perché ritiene che la misura non riguardi solo la Cina, ma
tutti i paesi asiatici e perché oltretutto protegge l'industria nazionale dal
dover competere con prodotti di bassa qualità e a bassissimo costo. I paesi asiatici,
infatti, sembrano non seguire le procedure stabilite dall'Omc (Organizzazione
mondiale del Commercio) nella fatturazione richiesta dalle dogane per giustificare
i costi più bassi. D’ora in poi, dunque, dovranno attenersi a una semplice procedura
burocratica se vorranno che la loro merce oltrepassi le frontiere.
La soia al posto della mucca. Non sono dello stesso parere i produttori di soia, i quali prevedono una debacle
economica se la Cina deciderà di non importare più soia dall'Argentina. Nonostante
le prime coltivazioni in Cina risalgano al XI a.C., l’Argentina, che vide la soia
per la prima volta alla fine dell'800, in poco più di 30 anni è diventata il principale
esportatore del legume. Molti allevatori, vedendo il profitto tratto dall'esportazione
hanno preferito coltivare la soia al posto dell'erba, cibo principale dei bovini
argentini, abbandonando il bestiame in piccoli rimasugli di terra. Un ettaro di
soia alimenta una persona per 5.500 giorni, mentre la carne arriva appena a 600
giorni e inoltre, i costi di produzione sono molto più bassi. Questo ha provocato
non solo un cambiamento del panorama delle pampas (la foto tipica con tante mucche
che pascolavano al posto di intere distese di soia), ma un innalzamento folle
del prezzo dei terreni e migliaia di chilometri di terra disboscata.
Ora, girare per le rutas argentinas significa trovarsi la soia anche sul ciglio
della strada e sulle colline, dappertutto, ma di mucche se ne vedono poche e i
boschi nativi sono sempre meno.