01/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Buenos Aires chiede a Pechino pazienza nei riguardi di misure prese a salvaguardia della produzione argentina
 
scritto per noi da
Silvina Grippaldi
  
È particolare che un funzionario argentino chieda al governo cinese di essere zen. Pochi giorni fa, Alfredo Chiaradía, segretario al Commercio e Relaciones Económicas Internacionales de la Cancillería, dopo che la Cina aveva bloccato tre navi cariche di soia pronte a sbarcare al porto di Pechino, ha detto espressamente all'ambasciatore cinese che il suo paese deve avere pazienza. L’ordine di fermare le navi era arrivato successivamente all'annuncio di misure restrittive prese dal governo Kirchner contro l'importazione di svariati prodotti asiatici (tra i quali abbigliamento, scarpe, giocattoli e prodotti in pelle), con l'obiettivo di salvaguardare l'industria nazionale argentina e di fermare il commercio sleale. Mossa che l’Argentina definisce in fase di studio, invitando a non interpretare in senso anti-cinese.

soiaMisura temporanea. Zhang Tuo, l'ambasciatore cinese a Buenos Aires, ha detto che è stata una misura temporanea, un semplice controllo di alcune navi. In realtà, la Cina non si può permettere di chiudere le porte al maggior esportatore del legume. Da più di dieci anni, il 75 percento dell'olio di soia che si trova nelle cucine cinesi è argentino e ogni anno arrivano da quello che dovrebbe essere il paese della carne, 1,3 milioni di tonnellate di soia. Nel 2006, ne sono entrate 6,3 milioni per un valore di 1.422 milioni di dollari. Gli altri paesi importatori sono Stati Uniti e Brasile, ma sono ben lontani dalle cifre astronomiche che provengono dal commercio tra Argentina e Cina. 
La Camera di Commercio di Buenos Aires si è pronunciata a favore delle regole imposte dal governo, perché ritiene che la misura non riguardi solo la Cina, ma tutti i paesi asiatici e perché oltretutto protegge l'industria nazionale dal dover competere con prodotti di bassa qualità e a bassissimo costo. I paesi asiatici, infatti, sembrano non seguire le procedure stabilite dall'Omc (Organizzazione mondiale del Commercio) nella fatturazione richiesta dalle dogane per giustificare i costi più bassi. D’ora in poi, dunque, dovranno attenersi a una semplice procedura burocratica se vorranno che la loro merce oltrepassi le frontiere.
 
SoiaLa soia al posto della mucca. Non sono dello stesso parere i produttori di soia, i quali prevedono una debacle economica se la Cina deciderà di non importare più soia dall'Argentina. Nonostante le prime coltivazioni in Cina risalgano al XI a.C., l’Argentina, che vide la soia per la prima volta alla fine dell'800, in poco più di 30 anni è diventata il principale esportatore del legume. Molti allevatori, vedendo il profitto tratto dall'esportazione hanno preferito coltivare la soia al posto dell'erba, cibo principale dei bovini argentini, abbandonando il bestiame in piccoli rimasugli di terra. Un ettaro di soia alimenta una persona per 5.500 giorni, mentre la carne arriva appena a 600 giorni e inoltre, i costi di produzione sono molto più bassi. Questo ha provocato non solo un cambiamento del panorama delle pampas (la foto tipica con tante mucche che pascolavano al posto di intere distese di soia), ma un innalzamento folle del prezzo dei terreni e migliaia di chilometri di terra disboscata.
Ora, girare per le rutas argentinas significa trovarsi la soia anche sul ciglio della strada e sulle colline, dappertutto, ma di mucche se ne vedono poche e i boschi nativi sono sempre meno. 
 
Parole chiave: silvina grippaldi, soia, argentina, cina, commercio
Categoria: Politica
Luogo: Argentina