Dice un Maestro che ogni volta che un essere umano muore per volontà e ad opera
di un altro essere umano ci assale lo sgomento che si prova di fronte all’assurdo.
“Questa è la guerra”, si dirà. Ed è vero.
Ma una constatazione, dice ancora il Maestro, non può essere motivo di rassegnazione.
Non è vero che la guerra è necessaria, dolorosa ma necessaria, come ci raccontano.
La guerra non può essere considerata uno strumento come tanti altri.
Perché è portatrice di lutti e disperazione, morte e devastazione. E’ uno strumento
vecchio e barbaro. Sarebbe come se cercassimo di accendere il fuoco della cucina
a gas con una pietra focaia.
Per questo, ogni volta che un essere umano o un gruppo di esseri umani realizza concretamente un passo verso la pace ci prende una grande emozione. PeaceReporter voleva uscire tra qualche giorno.
Avevamo bisogno ancora di un po' di tempo per rifinire il sito, rodare la macchina,
aggiustare le altre lingue.
Ma le stesse ragioni che ci hanno spinto a fare questo giornale, ci hanno costretto
ad uscire oggi.
L'appello “Cessate il fuoco” è talmente simile, nei suoi contenuti, a quello
che PeaceReporter vuole diventare da grande che ci siamo guardati in faccia e
ci siamo detti: usciamo. Subito. Al lavoro. Di giorno, di notte. Ma dobbiamo esserci.
Perché è davvero ora di smetterla. La morte di un essere umano non può avere come significato la vittoria: la perdita di una vita è sempre e comunque una sconfitta.
PeaceReporter avrebbe voluto nascere in un altro momento, in una situazione diversa.
In un inizio di secolo più vicino alla pace che alla catastrofe. Invece siamo
in uno dei peggiori momenti della storia dell'umanità.
Noi non perdiamo la speranza, perché veniamo da esperienze come il mondo missionario
della Misna e quello di Emergency, abituate al fare. Abituate a risolvere i problemi
e i conflitti costruendo concretamente situazioni che sottraggono motivazioni
alla guerra.
Non i motivi di chi la guerra dichiara, che sono il potere e i soldi. Ma le motivazioni
di chi la guerra la fa, di chi viene mandato a decidere di togliere la vita a
qualcuno: sono quelle della disperazione. Di mancanza di speranza.