Ultima opera-operaia di Ken Loach. Su come esistano ancora tanti proletari. E su come non siano tutelati
Spietati occidentali “Il
vostro paese è molto difficile. Può essere molto
spietato. I vostri occhi,,,, sono spietati. Spietati quando ci
guardate, quando sentite il nostro accento. Possiamo sentire che non
ci volete qui a casa vostra”.
Karol
è un bel ragazzo, sveglio e simpatico (ottima interpretazione
di Leslaw Zudek, un altro immigrato da est). Si confessa davanti a
Angie, la provocante 'recruiter' (agente) che in Polonia lo ha
assunto per conto di una agenzia di lavoro temporaneo britannica,
portandolo nel caos londinese. Senza diritti, senza garanzie, senza
un permesso. L'unica fortuna di Karol, e altri suoi conterranei, è
il passaporto polacco, che da qualche anno vale come comunitario. La
loro unica salvezza, la possibilità di alzare la testa e dire
“no” al padrone che chiede orari impossibili e offre paghe
sottovalutate. Per evitare di finire come l'iraniano cui hanno negato il permesso
da rifugiato, che vive da clandestino con moglie e due figlie, in una cartiera
abbandonata senza infisse o stufe nell'inverno londinese sottozero.
Ken
Loach ('
Terra e Libertà' 2002,
'Il vento che
accarezza l'erba' 2006) si avventura in un terreno invisibile,
con la sua ultima opera operaia, '
In questo mondo libero': il
mondo degli ultimi, i paria dei paria; i lavoratori irregolari, i
clandestini, gli immigrati irregolari. Asilanti rifiutati, o
lavoratori in cerca di una paga migliore, la scena è la
periferia '
working class' londinese, ma potrebbe essere Madrid
come Treviso come Francoforte sul Meno come Lione, una qualsiasi
grande realtà industriale dell'Europa occidentale. Ritratti con la solita cinepresa
senza fronzoli, con luce naturale e nessun effetto speciale: vita vera in presa
diretta, come si addice a un vero romanzo proletario sugli sfruttati e i deboli.
Questi
alzano la testa “Non è più come ai vecchi tempi,
Angie. Da quando sono comunitari, alzano la testa, ti guardano negli
occhi, e magari ti dicono che non bissano il turno e se ne vanno a
casa. Non lavorano più come prima. Anche i rumeni, è un
disastro da quando sono europei.. bisogna trovarli ucraini, oppure,
che so, turchi.. insomma un posto da dove abbiano paura di essere
rispediti, capisci? e poi lo vedrai come stano zitti, testa bassa ed
eseguono gli ordini, se hanno paura di venire rispediti a casa” A
parlare è il padrone di una magliera, il primo cliente di
Angie; la protagonista della vicenda ha lasciato il lavoro da
dipendente - dopo il 30esimo licenziamento, da brava ''flessibile''
del XXiesimo secolo - per mettersi in proprio. Senza chiedere fidi in
banca. Senza dichiarare fatturato. Senza pagare tasse o contributi.
Senza registrarsi. Senza nessuna regola rispettata, solo lo
sfruttamento del lavoro venuto dall'Est, la spremitura di ogni
quattrino dai nuovi proletari, anche affittando loro i posti letto a
turni di 12 ore in appartamenti che rendono 10 volte l'affitto
regolare pagato dalle sfruttatrici inglesi, come nei racconti di
Dickens dalla IIa rivoluzione industriale ('esistono ancora dei
proletari in Europa?' Lo sentiamo spesso chiedere nei dibattiti e sui
fogli di stampa, in editoriali vergati da autorevoli professori..
beh, se avete presente la filmografia di Ken Loach, da ''Riff Raff'
su su fino a ''Piovono pietre'' e questo ''In questo mondo libero'',
si viene portati a crederci, che ci sia ancora gente che non ha
niente per le mani, se non la propria forza-lavoro).
Mandati
allo sbaraglio “Ma che cosa stai facendo? Non ti interroghi su
che società lasci a tuo figlio Jamie? Non basta comprargli la
moto-giocattolo perchè ha 10 anni e lo fai contento così:
non ti chiedi se quando crescerà avrà impossibilità
a trovare un lavoro o lo troverà a salario infame, perché
tu stai abbassando il mercato con tutti questi poveri cristi kosovari
e albanesi e rumeni che recluti ogni mattina nel retro del tuo
ufficio, questi disperati che porti nei cantieri per una paga da fame
e magari senza la sicurezza d'essere pagati a fine mese?” Qui è
il padre di Angie (recitazione molto convincente di Kierston Wareing,
anche lei non britannica) a parlare in un altro snodo del film: un
vecchio laburista che pone delle domande etiche sulle implicazioni di
questo sfruttamento, agevolato dal regime di frontiere aperte che
vige da oltre 10 anni in Europa per la forza lavoro. Sulle
implicazioni etiche dello sfruttamento dei lavoratori, sulle
conseguenze del male arrecato a dei poveri disperati venuti a
occidente per migliorare la propria condizione; su come questo male,
nel puro stile Dickens delle novelle morali di fine '800, alla fine
si ritorca contro la sua stessa malefattrice, il film si snoda –
anche con un crescendo di suspence – in maniera molto più
convincente di come potremmo riuscire a rendere con una recensione. Di come
le fatture non pagate e la rivolta dei lavoratori per l'ennesima
ditta che fallisce, scomparendo senza i loro stipendi dell'ultimo
mese, alla fine ripaghino con la stessa moneta chi si era dimenticato
dei propri scrupoli etici per un profitto smisurato.
PeaceReporter
non vuole togliere il piacere del finale a sorpresa ai
lettori/cineamatori. Loach ci ha consegnato l'ennesimo spaccato di
quel che siamo, di come siamo diventati. E non si può fare a
meno di andare a vedere ''I
t's a Free world'' per capire e
interrogarci su cosa siamo divenuti, in questa parte d'Europa, nello
sguardo di chi viene qui alla disperata ricerca dell'occasione buona
nella vita.