"Guerra o pace per noi pari sono". Disinnescata la crisi andina, la tensione resta alta
dal nostro inviato
Stella Spinelli
“Lo sapevo! Non ho creduto un solo
momento a questa guerra di frontiera. Nessuno ha il coraggio di
immischiarsi fino in fondo in questo nostro pazzo paese. Ci chiamano
Locombia mica per niente!”. Sorride divertito John Jairo, 33 anni,
di Medellin, responsabile di un'impresa import-export colombiana,
mentre commenta le ultime notizie sparate dal notiziario di Canale
Uno, trasmesso nel bar dell'aeroporto internazionale di Bogotà:
Colombia, Ecuador e Venezuela, riuniti venerdì a Santo Domingo
per la XX Cumbre del Gruppo
di Rio, hanno scelto la via del compromesso, col beneplacito
del Nicaragua, terzo paese ad aver rotto le relazioni diplomatiche
con Palazzo Narino. L'emergenza internazionale sembra rientrata: pace
fatta.
Il menager. “Evviva – saltella, espressione
ironica il giovane manager – Ma diciamoci la verità: anche
se Chavez e Correa non avessero concesso la stretta di mano a Uribe,
alla fine dei conti che sarebbe cambiato per noi colombiani in guerra
da sempre?”. Parole amare, che descrivono uno stato d'animo comune
qui in Colombia, dove la stanchezza per un conflitto che la piega da
quasi cinquant'anni emerge unanime. Nonostante la profonda dicotomia
politica, sociale ed economica fra città e campagna, infatti,
questa settimana di crisi diplomatica è stata vissuta con la
medesima partecipazione in ogni angolo del paese: dai campi coltivati
a cacao dell'Urabà, alle strade affollate di Bogotà,
passando per la calda Amazzonia. Di panico o preoccupazione, però,
nemmeno l'ombra: “Tanto, peggio di così - commentava
un'anziana
campesina di Apartadò, dipartimento di
Antioquia, ascoltando la sua malandata radiolina che diffondeva
ininterrottamente gli scambi di accuse fra i tre capi Stato –.
Siamo abituati alla violenza. Un inasprimento del conflitto non ci
spaventa, anzi. Magari assieme agli aerei di Chavez arriverebbe anche
l'attenzione del mondo. Questo nostro disgraziato paese da sempre è
teatro di crimini inenarrabili passati sotto il più totale e
colpevole silenzio. Questa crisi servirà quanto meno a tenere
accesi i riflettori su di noi”.
Piaghe. Il non detto è fra le più
gravi piaghe della Colombia, che soltanto le recenti manifestazioni
di massa stanno cercando di risanare. “Stiamo assistendo a un
risveglio di coscienza – commentava, infatti, uno studente italiano
che da cinque anni vive nel paese andino, osservando la marea di
gente che giovedì 6 marzo sfilava per la Avenida Settima di
Bogotà, per dire basta ai crimini di Stato e al
paramilitarismo -. Una delle cose più drammatiche del
conflitto interno fra guerriglia, esercito e paras è
l'ignoranza di molti colombiani. Sono le grandi distese rurali i
teatri di battaglia, lontani anni luce dalla vita cittadina. Ma
qualcosa sta cambiando”. Un risveglio lento, ma catartico, in cui
si cominciano a delineare colpevoli e vittime. “Finalmente il paese
intravede dove finiscono le colpe dei gruppi armati rivoluzionari e
dove iniziano quelle di militari, gruppi di estrema destra e governo
– si è impegnato a sottolineare un professore di scienze
politiche dell'università di Cali, intervenuto alla
manifestazione - Un passo indispensabile per noi se vogliamo
incamminarci verso la pace e la riconciliazione”.
Verso la pace. Una strada che,
dopo la scelta delle Farc di liberare unilateralmente 6 ostaggi, per
i colombiani sembrava avvicinarsi. “Poi la morte di Raul Reyes, e
io ho temuto il peggio – interviene un impiegato comunale
bogotano,
uribista convinto, ammettendo il suo stupore di fronte all'attacco
militare in territorio ecuadoriano del primo marzo, che ha ucciso il
numero due delle Farc e scatenato la settimana di crisi diplomatica
latinoamericana più grave degli ultimi anni –. Il braccio
destro di Marulanda era fra i più propensi allo scambio
umanitario, fra i più portati a intraprendere una via
diplomatica al conflitto. E non ho capito perché il nostro
presidente abbia scelto di eliminarlo. Qualsiasi siano le sue
ragioni, comunque, davanti alle minacce esterne di Caracas e Quito
dobbiamo aver fiducia in lui e serrare le fila. Che entrino pure in
questa nostra guerra. Vediamo chi vince”. Un atteggiamento che
aveva accomunato molti cittadini filo-governativi e che fra i
militari impegnati in prima linea si era tradotto in appoggio
incondizionato: “Sono convinto che il Venezuela ci penserà
due volte prima di mettersi contro di noi. E se anche fosse, in soli
quattro anni li distruggiamo. Non possono competere, siamo troppo
abituati a combattere”. Così parlava domenica 2 marzo, un Maggiore della Brigata
22 dell'Esercito, divisione
Anti-guerriglia, di stanza nella regione amazzonica del Caquetà,
dipartimento del sud colombiano, la
zona roja per eccellenza.
“Qui gli scontri con le Farc sono quotidiani – spiegava, cartina
satellitare appesa al muro della stanza diroccata in cui aveva scelto
di allestire l'accampamento provvisorio –. E a soli 90 chilometri
in linea d'aria verso sud c'è il punto esatto in cui abbiamo
lanciato l'attacco a Reyes. Grazie ai fondi del Plan Patriota siamo
equipaggiati alla perfezione. Gli Stati Uniti resteranno al nostro
fianco. Ci hanno addestrato, armato e ora siamo degni compagni di
battaglia. Venga chiunque, noi ci siamo”.
Accordi. Poi la Cumbre, e
dagli insulti agli abbracci reciproci. “Bene per Caracas e Quito –
scuote la testa Beatriz, cuoca nella scuola elementare di Florencia,
capitale del Caquetà - che eviteranno così di mandare
al macello i loro ragazzi, ma per noi colombiani poco cambia. La
nostra guerra resta, perché le Farc stanno già
riorganizzando il loro Stato Maggiore, la povertà della
maggioranza dei colombiani pure, e l'indifferenza del mondo in cui
ripiomberemo anche”.