Ai margini della pista d’atterraggio dell’ aeroporto internazionale gli
sminatori lavorano senza sosta. Gli aerei che atterrano passano loro
accanto, a pochi metri, senza disturbarli, come se stessero passando
dei semplici autobus.
Ma questo non è un aeroporto, è un museo di storia dell’aeronautica.
Parcheggiati ci sono carcasse di biplani come quelli del barone rosso e
ogni sorta di altro aereo ed elicottero d’epoca, soprattutto russi.
Lungo le piste, tra un velivolo e l’altro che rolla, corrono i blindati
dell’Isaf.
In un parcheggio si contano decine di vecchi elicotteri militari
sovietici, rospi panciuti di quelli che erano già vecchi nei film di
Rambo. Gli hangar di cemento sono tutti sforacchiati, con i tetti
sfondati dai missili, alcuni crollati. La città è un’immensa distesa di
casette basse d’ argilla e di rovine che copre interamente una grande
vallata chiusa in un cerchio di montagne.
Dato che si parla di 1.400 metri di altitudine, in città, ci si sente.
Ma non di quelli terrestri, di quelli marziani. Anche il colore è lo
stesso del pianeta rosso: deserti e montagne di terra rossiccia. Marte,
ma un po’ sbiadito. Kabul è un unico grande bazar senza fine, senza
limiti. Una città-bazar.
Rumorosa, congestionata dal traffico di auto strombazzanti, camion che
rombano, fuoristrada bianchi, tanti, taxi gialli, pedoni e biciclette
che zigzagano tra le macchine, carretti trainati da uomini, carri
trainati da cavalli o muli, tutti mescolati tra di loro in un caos che
più che un ingorgo è un incidente stradale collettivo permanente,
sempre evitato per un soffio. Un caos che però funziona, perché nessuno
si ferma. Mai.
Tantomeno i blindati militari dell’Isaf, delle forze d’occupazione,
enormi e minacciosi, carri armati su ruote, che sfrecciano ad altissima
velocità come se la strada fosse vuota, con i soldati ad armi spianate
che sbucano dalla torretta. Quando passano loro, tutti gli altri si
fanno bruscamente da parte per evitare un’impari collisione.
I semafori non esistono, e quei pochi che sono stati messi alcuni mesi
fa vengono semplicemente scansati, nonostante un modernissimo tabellone
luminoso che segnala i secondi di sosta da sopportare prima del
prossimo verde: massimo trenta. Ma quel conto alla rovescia non lo
guarda nessuno. Sono tutti troppo occupati a sgasare con l’acceleratore
e a pestare sul clacson.
Kabul è un bazar speciale però, perché quasi tutte le sue botteghe sono
ricavate da vecchi container abbandonati, di tutte le dimensioni, di
tutti i colori, dominante rosso ruggine, allineati, uno attaccato
all’altro in modo da offrire il portellone alla strada. Botteghe di
mercanti e di artigiani, di contadini che vendono frutta e verdura,
attrezzi agricoli, vestiti, casalinghi, o meccanici, fabbri, calzolai,
falegnami.
Dietro il fronte delle bancarelle, le case in rovina, tutte,
assolutamente tutte quelle non appena costruite, portano i segni dei
bombardamenti: centinaia di fori di proiettile e decine di buchi di
razzi, sui muri e sui tetti. Anche le scuole. Anche l’enorme granaio
cittadino costruito dai sovietici e tutti gli orrendi alberghi a
casermone di cemento che spuntano qua e là dal sottobosco di casupole.
Alcuni quartieri non portano i segni della guerra, perché venticinque
anni di guerre hanno segnato la loro sparizione dalle mappe di Kabul.
L’emblema della distruzione si vede nella parte vecchia della città,
nel pianoro più alto della grande vallata craterica, dove le casupole
d’argilla stanno abbarbicate come in un presepe sulle pendici delle
montagne. Qui c’è l’edifico simbolo della morte definitiva di una
città.
Se la tragedia di Hiroshima ha come sua icona monumentale quel famoso
scheletro di palazzo con una cupolino in cima, la distruzione di Kabul
è ben rappresentata dal Palazzo Reale che si staglia imponente sulla
cima di una collina alla fine di un vialone che un tempo doveva essere
quello delle parate. Questo castello di montagna, un tempo circondato
da un boscoso parco, oggi è ridotto a un merletto di cemento reso
trasparente dalle bombe e dai missili.
Ma dietro allo scheletro di questo ex palazzo del potere, si nascondono
i veri palazzi del potere della Kabul di oggi: la sterminata,
impressionante, base del contingente militare internazionale. Sembra
l’Area-51. Fa paura. Come i soldati americani che occupano il retro del
palazzo che si affaccia sulla base. Uomini armati e postazioni di
mitragliere. Temono che i nemici vi si nascondano per bombardare da lì
la mega-base. Il rudere reale non si può fotografare, è “installazione
militare”, come dicono i cartelli appesi al filo spinato che lo
recinta.
Ma Kabul è soprattutto facce. Facce belle e sorridenti. Di bambini che
urlano e corrono, di uomini col pakul o il turbante in testa, di
anziani che sarebbero tutti da fotografare. E di donne. Sì, perché se è
risaputo che a Kabul molte afgane hanno appeso il burka al chiodo, non
lo è che sono belle. In media hanno dei bellissimi lineamenti,
aggraziati ed eleganti. Persiani. Perché mai nei telegiornali si sono
sempre viste donne afgane brutte e raggrinzite?
Forse perché bombardare della bella gente, far morire sotto le macerie
delle belle donne risulta meno digeribile? Forse. Purtroppo però Kabul
è anche la faccia di un bambino di dodici anni che stamattina stava
giocando con i suoi amichetti alla periferia della città quando ha
visto per terra un oggetto che lo attraeva. Si è chinato a prenderlo e
adesso è senza braccia e senza una gamba. Benvenuti a Kabul.