INIZIO
7 ottobre 2001
VITTIME
Circa 50 mila morti (quasi 2 mila soldati Nato, almeno 27 mila guerriglieri, 14 mila civili e 7 mila militari afgani)
PARTI IN CONFLITTO
Truppe Nato (missione Isaf a comando Usa, affiancata da truppe regolari e milizie paramilitari locali) contro gruppi guerriglieri della resistenza afgana (talebani della 'Shura di Quetta' comandati dal Mullah Omar, miliziani della 'Rete Haqqani' comandati da Sirajuddin Haqqani, combattenti del 'Hezb-i-Islami' di Gubuddin Hekmatyar, più bande armate locali)
SOSTEGNI ESTERNI
La resistenza afgana è appoggiata dai servizi segreti militari pachistani (Isi) in funzione anti-indiana (per contrastare la crescente influenza politica, economica e culturale di Nuova Delhi in Afghanistan)
SITUAZIONE ATTUALE
Nonostante l'invio di massicci rinforzi e il lancio di 'grandi offensive', le truppe d'occupazione della missione Isaf stanno perdendo la guerra contro la resistenza afgana, ormai in controllo della maggior parte del paese e infiltrata in tutte le città, a partire da Kabul.
Questa situazione di stallo, accompagnata dal continuo aumento dei caduti occidentali, sta mettendo a dura prova la tenuta dell'alleanza militare atlantica (divenuta ormai la vera posta in gioco politica di questo conflitto), al punto che alcuni paesi hanno già effettuato (Olanda) o deciso (Canada) il ritiro dei propri contingenti.
Per uscire dall'imbarazzante pantano afgano, senza perdere il controllo del paese, Usa e Nato hanno programmato una 'exit strategy' parziale, che prevede l'afganizzazione del conflitto con il ritiro graduale, entro il 2014, delle truppe alleate da combattimento, pur mantenendo stabilmente nel paese basi e uomini con funzioni di supporto e addestramento alle forze armate locali. Il tutto accompagnato da un processo di riconciliazione con i talebani, affidato al presidente afgano Hamid Karzai e al Pakistan.
ORIGINI E CAUSE DEL CONFLITTO
La motivazione ufficiale dell'invasione dell'Afghanistan da parte delle forze della Coalizione a guida Usa è la rappresaglia collettiva (ex articolo 5 del Trattato nordatlantico) agli attacchi dell'11 settembre 2001, decisa sulla base del fatto che il regime talebano di Kabul ospitava Osama Bin Laden e i campi di addestramento di Al Qaeda.
In realtà, l'intervento militare Usa in Afghanistan era stato pianificato mesi prima degli attacchi a New York e Washington (1), ufficialmente sempre per distruggere le basi di Al Qaeda, che nell'ottobre del 2000 aveva attaccato il cacciatorpediniere USS Cole.
Secondo molti esperti di geopolitica, invece, l'invasione dell'Afghanistan aveva, e ha tutt'oggi, lo scopo di stabilire una presenza militare duratura (con basi militari stabili) in un'area geografica dall'altissimo valore strategico vista la sua vicinanza a Cina, Iran, Pakistan, India ed ex repubbliche sovietiche.
Un'altra interpretazione (2, 3, 4), meno nota ma degna di approfondimento, spiega la decisione Usa di occupare l'Afghanistan con la necessità di riavviare la produzione di oppio che nel luglio del 2000 il Mullah Omar aveva vietato nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.
L'unica vera ricchezza dell'Afghanistan (povero di risorse naturali, petrolio e gas, e tagliato fuori dalle rotte dei gasdotti proprio a causa della sua instabilità - il progetto Unocal della pipeline transafgana è stato abbandonato a favore della più sicura rotta caucasica: quella della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan) è infatti l'oppio, fonte del 90 per cento dell'eroina smerciata nel mondo e di un giro d'affari annuo da centinaia di miliardi di dollari l'anno.
La coltivazione su vasta scala di papaveri da oppio in Afghanistan era iniziata negli anni '80 nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici armati dalla Cia, raggiungendo livelli altissimi negli anni '90 sotto il regime talebano sostenuto da Usa e Pakistan e rimpiazzando le piantagioni del Triangolo d'Oro in Indocina (sviluppatesi sotto controllo Cia negli anni '70 durante la guerra in Vietnam).
Dopo l'invasione del 2001 la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell'eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell'epoca talebana. Le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere noti signori della droga, tra cui il fratello di Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della Cia (5). L'agenzia d'intelligence americana avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al 'narco-Stato' guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all'estero su cargo militari Usa diretti nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo (6, 7), salvo appaltarlo a contractors privati (8).
Che la Cia abbia sempre promosso la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava è un dato storico acquisito (9), per quanto poco ricordato.
Quello che non si sapeva, e che svela forse la vera ragione della guerra in Afghanistan, è che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale in momenti di crisi, come spiegato dal direttore generale dell'Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa (10).
http://www.e-ariana.com/ariana/eariana.nsf/allDocs/C19A8AB9E328507E87256E6F005C3088?OpenDocument
http://www.nytimes.com/2009/10/28/world/asia/28intel.html?_r=2&ref=world
http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/oct/20/drugstrade-drugspolicy-afghanistan