08/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un viaggio attraverso le province settentrionali dell’Afghanistan

 

dal nostro inviato
Enrico Piovesana
 
DostumUn piccolo aereo bi-elica di fabbricazione russa, un po’ malconcio, con sedili di velluto a motivi floreali rossi in rilievo, più adatti a un salotto d’epoca che alla carlinga di un aereo. Sulla fusoliera non ci sono le insegne della compagnia di bandiera afgana, l’Ariana, ma quelle della Kam Airlnes, la compagnia privata del generale Abdul Rashid Dostum, il potente signore della guerra uzbeco che ancora oggi è il padrone assoluto delle province settentrionali del paese. Questo sanguinario ex generale dei paracadutisti sovietici, poi passato con i mujaheddin tagichi del comandante Massud, oggi sta con il governo provvisorio di Karzai e con gli americani, ma non perde occasione di ribadire, con le armi, le proprie mire autonomistiche.

Un tempo la città santa sciita di Mazar-i-Sharif, famosa per la grande mosche azzura in cui è sepolto il profeta Alì, era la sua roccaforte. Ora lì c’è una guarnigione tagica del governo centrale. Lui si è ritirato a Shebergan, sua città natale. Per arrivare nel suo ‘regno’ si sorvolano le vette innevate dell’Indukush che separano Kabul dalle pianure settentrionali. Si atterra nel piccolo aeroporto militare di Mazar, sperduto in mezzo a un paesaggio desertico riarso da un sole accecante e da un vento caldissimo e polveroso. Il silenzio è totale. Lo scalcinato edificio dell’aeroporto, una piccola costruzione verde acqua e celeste, sembra come abbandonato. Dentro ci sono solo rondini che volano, entrando e uscendo dalle porte aperte. Nessun annuncio di voli in partenza dagli altoparlanti, muti, trasformati in nidi. Si sente solo il cinguettio delle rondini. Gli unici frequentatori dell’aeroporto sono stranieri che lavorano per varie organizzazioni internazionali.

Lungo la strada che collega Mazar a Shebergan, campi minati e decine di carcasse di carri armati testimoniano che in questa zona la guerra è stata dura. Prima tra Dostum e talebani, poi, fino a poco tempo fa, tra Dostum e il generale tagico Muhammed Atta, che in queste terre rappresenta in qualche modo l’autorità centrale di Kabul. Il corpulento generale uzbeco, gran bevitore di vodka fino alla sua recente conversione all’Islam, non vuole mollare la presa su queste province.

Per capire perché basta guardare fuori dal finestrino mentre si viaggia verso Shebergan attraversando una fertile piana disseminata di villaggi di casette di fango, tutte con il tetto a cupola. Parallelo alla strada corre un malridotto gasdotto. Questa zona è ricchissima di giacimenti di gas naturale. All’epoca dell’occupazione sovietica questa risorsa veniva sfruttata per il mercato russo. Oggi invece sono gli abitanti di queste regioni ad usufruirne. E Dostum a guadagnarci. Ma la sua fortuna economica, e quindi politica e militare, deriva anche dalla droga. I campi coltivati che si attraversano durante il viaggio sono quasi tutti tinti di rosa. E’ il colore dei papaveri da oppio fioriti. Laddove domina il verde, cioè dove i petali sono caduti lasciando scoperta la capsula del fiore pronta per essere incisa e raschiata, i contadini sono al lavoro. Questo è il periodo in cui inizia il raccolto.

Oppio Pensare che questo lattice marrone finisce poi nell’ottanta per cento delle siringhe d’eroina dei tossici europei fa impressione. Ma per questi contadini è l’unica fonte di sussistenza decente. Vendendo l’oppio ai trafficanti che girano per le campagne o frequentano i bazar guadagnano almeno dieci volte tanto rispetto ai miseri ricavi che potrebbero avere dalla vendita del grano. Ovviamente, dato che qui non si muove foglia che Dostum non voglia, anche per questo signore della guerra i ricavi sono eccellenti. Tutti questi soldi, che puzzano di gas ed eroina, Dostum li investe prima di tutto per sé e per la sua forza politico-militare, il Jumbesh-i-Milli (Movimento Nazionale). Ci compra armi, auto di lusso e ville. Imperdibile la sua residenza privata a Shebergan: un’orrenda palazzina rosa e bianca protetta da alte mura con grandi torri circolari agli angoli e guardie armate fino ai denti lungo tutto il perimetro. Il tutto in una città che assomiglia ad una grande baraccopoli del terzo mondo, con tutte le strade sterrate affollate da poveri contadini e pastori, bancarelle, carretti, biciclette, asini, pecore e cammelli.

Ma la gente della minoranza uzbeca che vive qui lo ama. “Certo, sappiamo che lui è ricco, ma anche per noi ha fatto tanto – spiega un locale seduto su un tappeto a mangiare kebab in un ristorante popolare della città –. Grazie a lui abbiamo la luce. Ma soprattutto qui siamo liberi: qui da noi le donne studiano e lavorano senza il burka. Dostum vuole… come è quella parola che usate voi occidentali…vuole la democrazia”, conclude soddisfatto guardando le due foto del generale appese al muro, una che lo ritrae in divisa, l’altra con i vestiti tipici uzbechi. Poi si volta verso il televisore acceso in fondo al ristorante. Hanno alzato il volume al massimo: c’è Dostum che parla.


 

Categoria: Guerra
Luogo: Afghanistan