04/05/2004
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In Afghanistan venticinque anni di guerra hanno portato il caos
dal nostro inviato
Enrico Piovesana
Periferia nord di Kabul. Questa mattina. Qais, tredici anni, sta giocando con
i suoi amici davanti casa. Suo padre è al lavoro in città. Fa il tassista. Anche
sua madre è fuori, forse al mercato. Un ragazzo di qualche anno più grande di
loro si avvicina. Ha in mano una pistola. E’ di suo padre. In Afghanistan ogni
famiglia tiene un’arma in casa. Il ragazzo, forse per fare lo sbruffone con i
più piccoli, comincia ad armeggiare con il revolver davanti a loro. Parte un colpo.
Qais viene colpito alla testa. Cade a terra in un lago di sangue. Rimane da solo.
Tutti i suoi amici se ne scappano via spaventati. Un vicino si accorge di quanto
accaduto e senza perdere tempo carica il bambino in macchina e corre in città,
all’ospedale di Emergency.
Qais ci arriva in coma, mezz’ora dopo. I medici lo operano subito, ma sanno che
forse sarà inutile. E se anche, per miracolo, sopravvivesse, i danni subiti al
cervello, o meglio a quello che ne è rimasto, lo costringerebbero a una vita da
vegetale. Qais non è stato colpito durante un combattimento o un bombardamento,
ma anche lui è una vittima della guerra. Vittima delle conseguenze di una guerra
che dura da venticinque anni e continua a uccidere indirettamente in tanti modi
diversi.
Non solo con le migliaia di mine rimaste sul terreno, la più micidiale eredità
di ogni conflitto armato, ma anche con la diffusione delle armi, che tutti possiedono
e che tutti maneggiano come oggetti della vita quotidiana. Compresi i più giovani,
che con la guerra e le armi ci sono nati e cresciuti. E con la diffusione della
violenza: in Afghanistan due vicini che litigano non si urlano addosso, si sparano.
E’ la guerra che li ha abituati così.
Un altro modo, spesso ignorato, in cui la guerra continua a uccidere è sulle
strade. Gli incidenti stradali in Afghanistan sono un fenomeno di dimensioni inimmaginabili.
Qui non c’è un codice della strada, non ci sono limiti di velocità, non c’è segnaletica.
Non esistono patenti: guidano anche i bambini.
Sulle auto viaggiano sempre in almeno sei persone. Quindi ogni incidente, e ce
ne sono tantissimi, si trasforma in una strage. Gli ospedali traboccano di vittime
della strada ridotte in condizioni indescrivibili. E’ una vera ecatombe.
Questo perché venticinque anni di guerra hanno distrutto ogni regola di convivenza,
comprese le più banali, ma non meno importanti, come quelle di ‘convivenza stradale’.
Non solo mine, quindi, ma anche diffusione delle armi e della violenza, e perfino
l’anarchia stradale. Anche questa è l’ombra lunga della guerra che continua a
ferire, mutilare e uccidere il popolo afgano.