19/05/2004
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Il racconto del terribile mestiere dello sminatore in Afghanistan
dal nostro inviato
Enrico Piovesana
Case
distrutte e abbandonate, campi incolti disseminati di rottami di carri
armati. Un panorama di devastazione si estende ai bordi di questa
strada che attraversa longitudinalmente la Piana di Shomali, un’ora di
jeep a nord di Kabul, nei pressi dell’aeroporto militare di Bagram.
Questa striscia di asfalto che corre tra ex villaggi di fango ed ex
campi di grano è stata per quattro anni la linea del fronte tra
talebani e mujaheddin.
Le due armate erano trincerate nelle case ai bordi della strada,
separate da poche decine di metri. Sul lato sud i soldati del mullah
Omar; su quello nord i combattenti dell’Alleanza del Nord di Massud.
Questa striscia maledetta, per chi ci abitava, è stato il fronte
strategico della guerra dal 1998 fino al 13 novembre 2001, quando i
mujaheddin sono improvvisamente riusciti a sfondare le linee talebane
martellate dai bombardieri Usa e a conquistare Kabul. Il risultato è
che questa è la zona più minata del paese, e certamente tra le più
minate del mondo.
Andare fuori strada qui significa rischiare di saltare in aria. Sulle
banchine sterrate, appena oltre l’asfalto, un ininterrotto allineamento
di banderuole rosse e pietre bianco-rosse segnala che il terreno ai
margini della carreggiata è minato. Nei fossati dei canali
d’irrigazione che costeggiano la strada i mujaheddin avevano piazzato
migliaia di mine per impedire che i talebani vi si trincerassero. Lo
stesso avevano fatto nei campi e nelle case che si trovavano nella
"terra di nessuno" compresa tra le due linee, per rendere impossibile
le incursioni nemiche.
Oggi, sul bordo della strada, nei fossi dei canali ormai secchi, nei
campi abbandonati e tra le rovine delle case, lavorano centinaia di
afgani in divisa. Non sono soldati, ma sminatori. Lavorano per la più
grande organizzazione di sminamento del mondo, la Halo*Trust, un’ong
britannica che lavora in Afghanistan dal 1988. Duemila sminatori sparsi
per tutto il paese, di cui ottocento concentrati qui nella Piana di
Shomali, lungo l’ex linea del fronte.
Andrew Fimister, responsabile della Halo in Afghanistan, spiega la
situazione davanti a una cartina topografica sovietica montata nel bel
mezzo di un campo minato. “Abbiamo iniziato a sminare la linea del
fronte di Bagram tre giorni dopo la presa di Kabul da parte dei
mujaheddin dell’Alleanza del Nord. Sapevamo che i profughi avrebbero
iniziato a tornare subito alle loro case e ai loro campi, e che questo
poteva trasformarsi in una strage a causa delle mine. Il primo giorno
di lavoro un autobus carico di profughi è saltato su una mina
anticarro: diciotto passeggeri sono morti. Nei mesi successivi, almeno
una persona al giorno saltava su una mina”.
Poi inizia a snocciolare cifre e dati. “Ci siamo concentrati sulla
"terra di nessuno" tra le due linee, cioè sul terreno ai lati della
strada: in tutto circa quattro milioni di metri quadri da sminare. In
due anni e mezzo ne abbiamo bonificati quasi tre e mezzo. Abbiamo
trovato e fatto brillare circa seimila mine. Soprattutto iraniane
(fabbricate nel 1999) e russe, ma anche cinesi e italiane. Quasi tutte
messe dai mujaheddin, dato che i talebani usavano soprattutto trappole
esplosive fatte in casa. Ne abbiamo trovate molte collegate tra loro,
alcune collegate a cariche esplosive più potenti, certe addirittura a
bombe d’aereo da 2.500 chili”.
“Oltre a questo – continua Andrew – abbiamo rinvenuto e reso
inoffensive anche tremila ordigni inesplosi, molti dei quali
disseminati a terra dalle famose bombe a frammentazione lanciate
nell’ottobre-novembre 2001 dagli aerei americani. Di queste cluster
bombs inesplose ne abbiamo trovate novemila in tutto l’Afghanistan.
Fino ad ora. La superficie che ci rimane da bonificare è poca ma ci
vorrà almeno un anno e mezzo perché abbiamo lasciato per ultimi i
canali d’irrigazione, dove il lavoro è più difficile perché le mine
sono state ricoperte dal fango e quindi bisogna perlustrare più in
profondità. Nei fossi uno sminatore procede al ritmo di soli tre metri
quadri al giorno! E poi, a rallentare il lavoro, c’è il fatto che qui
il metal-detector serve a poco dato che il terreno è disseminato di
proiettili e frammenti metallici di ogni tipo. Quindi si lavora
sondando il terreno palmo a palmo con attrezzi manuali”.
Una forte esplosione interrompe Andrew. Dietro un muro distante poche
decine di metri un pennacchio di fumo nero si alza laddove una mina è
appena stata fatta brillare.
“Purtroppo – conclude Andrew – una volta finito qui l’Afghanistan sarà
ancora pieno zeppo di mine. Solo tra una decina di anni le zone più
pericolose potranno essere considerate sicure. Ma una bonifica completa
di questo paese non avverrà mai. Mai”.