Col pretesto di colpire l'islam radicale, israele confisca scuole e orfanotrofi a Hebron
Dal nostro inviato
Naoki Tomasini
A Hebron gli opposti si toccano. In questa che è la più grande città della Cisgiordania,
a sud di Betlemme, 200mila palestinesi vivono a stretto contatto con 3/400 coloni,
noti per essere tra i più radicali e inclini alla violenza. Qui i contrasti e
le ferite del conflitto sono esposti, anche se alla pubblica indifferenza. La
lotta degli uni contro il terrorismo palestinese, degli altri contro l'occupazione,
assume più che altrove connotati religiosi. Così accade che le anche autorità
israeliane si lascino guidare dal noto pregiudizio secondo cui islam è uguale
a terrorismo, e poco importa se, questa volta, le vittime del teorema sono solo
dei bambini.

Da quasi un anno il governo israeliano prende di mira le organizzazioni e le
singole personalità legate ad Hamas in Cisgiordania, per favorire il governo di
Abu Mazen e per spingere il partito islamico a consegnare la Striscia di Gaza,
che controlla dal giugno 2007. Le autorità israeliane in particolare hanno requisito
diverse organizzazioni caritatevoli di Hamas, per colpire il loro principale strumento
di proselitismo tra le fasce più deboli della popolazione palestinese. La carità
del resto è uno dei pilastri dell'islam, però Hamas ne detiene il monopolio.
A Hebron chi si occupa dei bambini disagiati, e di quel piccolo esercito di orfani
che quel contesto ha creato, sono due organizzazioni islamiche, l'Islamic Charity
Movement, e l'Islamic Youth Association, che con Hamas non hanno legami. Eppure,
lo scorso febbraio, l'esercito israeliano ha effettuato una serie di raid nelle
strutture delle due organizzazioni, sequestrando beni per circa 200 mila dollari
e annunciando l'imminente sgombero delle stesse. Il motivo? Sostegno ad un'organizzazione
terrorista. Lo si legge nelle ordinanze militari di sgombero che sono state consegnate
ai responsabili delle scuole e degli orfanotrofi, in cui si accusano le organizzazioni
caritatevoli di essere una copertura col fine di raccogliere fondi per la rete
terrorista di Hamas e di indottrinare i giovani con l'ideologia radicale islamica.

“Il nostro movimento è stato fondato nel 1971, sedici anni prima della nascita
di Hamas” spiega seccamente Abd el Alim Danaa, del Comitato Nazionale dell'Islamic
Charity Movement, un uomo robusto sulla sessantina, con alle spalle un passato
nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e 23 anni nelle carceri
israeliane. “Siamo una Ong riconosciuta dal ministero dell'Interno palestinese,
che controlla la provenienza e l'impiego dei nostri fondi. Non solo -continua-
nelle nostre scuole adottiamo i programmi imposti dal ministero dell'Istruzione
palestinese, non facciamo alcun tipo di propaganda e non siamo un'istituzione
radicale. E del resto se nei nostri istituti lavorassero esponenti di Hamas li
avrebbero già arrestati come hanno fatto con tutti i simpatizzanti del movimento”.
Nella provincia di Hebron ci sono otto scuole e due orfanotrofi gestiti dell'Islamic
Charity Movement, che dall'inizio di aprile attendono di essere sgomberati. Secondo
Danaa si tratta di circa 6mila bambini e oltre 300 orfani. “Non sappiamo che fare
-spiega sconsolata la direttrice di una scuola per bambine gestita dall'Icm- forse
faremo lezione per le strade. Abbiamo ricevuto l'ordinanza di sgombero ma non
abbiamo molti mezzi per contestarla: abbiamo organizzato delle manifestazioni
con i bambini che portavano i banchi di scuola per strada, per attirare l'attenzione
della gente e dei media, abbiamo anche avviato delle azioni legali. Solo che i
nostri avvocati non si possono appellare alle corti israeliane. Non abbiamo fiducia
nella loro giustizia che mette sempre i problemi di sicurezza davanti a quelli
dei civili palestinesi”. “Il provvedimento di sgombero non è legittimo -l'interrompe
Abd el Alim Danaa- questa secondo gli accordi di Oslo è Area A, cioè sotto il
controllo dell'Autorità palestinese. L'esercito israeliano non ha il diritto di
sequestrare proprietà in questa zona, ma quando i nostri avvocati lo hanno fatto
presente si sono sentiti rispondere che il ricorso deve essere inoltrato all'Anp”.

Nell'aula dell'istituto per bambine la maestra di inglese spiega alle alunne
che la loro scuola potrebbe essere presto chiusa e insegna loro a gridare “please
save our school”, lo slogan che grideranno per le strade al termine della lezione.
Loro ripetono a squarciagola senza perdere il sorriso. Suona la campanella e,
dopo pochi minuti, la via principale di Hebron è invasa da bambini e bambine che
bloccano il traffico con cartelli che domandano “perché chiudere la mia scuola?”
e “sono forse un terrorista?” Gli automobilisti osservano senza perdere la pazienza
la massa di marmocchi che urla, corre e salta sui banchi portati dalle aule. Stessa
situazione davanti all'orfanotrofio femminile, ma decisamente più compassata.
Anche qui banchi per strada, striscioni, cartelli e bambine che percuotono le
gavette col cucchiaio, mentre alle loro spalle le ragazze più grandi, coperte
da hijab e chador nero, osservano in silenzio.
“I miei genitori sono entrambi morti” racconta Nibel, 17 anni, “e da allora l'Islamic
Charity si è preso cura di me. Mi hanno dato una scuola, un posto dove dormire
e tutto ciò di cui avevo bisogno. Sono stati una famiglia per me, non posso pensare
che un luogo come questo venga chiuso”. Si scalda Nibel quando qualcuno le chiede
se sia mai stata forzata a comportarsi in modo religioso: “No mai! Mi hanno solo
aiutato a capire che la via della fede è quella giusta”. Al suo fianco una sua
amica, intensi occhi azzurri sotto il foulard bianco, si chiama Rahida e viene
dagli Stati Uniti. Racconta di come dopo l'11 settembre i media statunitensi le
avessero fatto un lavaggio del cervello, “alla fine mi vergognavo di essere araba,
e mi avevano convinto che tutti gli islamici sono terroristi. Poi mio padre mi
ha obbligato a trasferirmi qui, all'inzio mi sentivo morire, non parlavo la lingua
e mi trovavo in un ambiente tutt'altro che liberale. Poi però ho iniziato a capire
quanto bene si fa in luoghi come questo ed è iniziata la mia trasformazione”.
Oggi Rahida presta servizio volontario all'orfanotrofio per bambine, e non riesce
a trattenere la sua rabbia all'idea che quelle creature vengano abbandonate al
loro destino.

Pochi chilometri più in là, al limite orientale della città, c'è un palazzone
di recente costruzione che ospita l'altro orfanotrofio, quello per i maschi. Inaugurato
nel 2004, questo edificio è stato costruito con fondi provenienti da Qatar, Francia
e Gran Bretagna per ospitare i casi più disperati, nel tentativo di restituire
loro un'infanzia normale e un'atmosfera sana. Anche qui i soldati israeliani hanno
comunicato l'imminente sgombero ma, già all'inizio di marzo, avevano sequestrato
i due autobus che l'organizzazione usava per trasportare i bambini dal dormitorio
alle scuole. “Non c'è stato modo di averli indietro -spiega il dirtettore del
centro- abbiamo dovuto prenderne altri in affitto dalla compagnia di trasporti
nazionale”. Se non fosse per la minaccia di chiusura che potrebbe essere esegiuita
in qualunque momento, l'istituto per gli orfani parrebbe proprio un'isola felice.
Stanze ordinate e spaziose, bagni lindi, aule per studiare, un ampio campo da
gioco e una sala mensa che, dopo la fine delle lezioni, diventa una bolgia.
Grida esagitate, risate, rumore di piatti e sorrisi. “Ci sono bambini dolci e
altri che sono molto aggressivi -spiega lo psicologo del centro durante il pranzo-,
dipende da quanto tempo hanno trascorso nella struttura. Comunque qui anche quelli
più agressivi mostrano dei miglioramenti”. Poi inizia a camminare tra i tavoli
per indicare i ragazzini con le storie più difficili: “Questo è Jamal -dice, abbracciando
un bambino in sovrappeso col viso simile a un adulto. Lo abbiamo tirato su dalla
strada dove faceva l'elemosina. Nel centro gli è stato offerto un posto letto
e dove mangiare e 10 shekel al giorno se avesse smesso di mendicare. Da qualche
tempo va anche a scuola”. Lo psicologo fa qualche altro passo e riprende: “Lui
è Sa'èb, ha perso la madre, ma suo padre non si prende cura di lui perché è un
tossicodipendente, mentre quest'altro è Suleiman, il padre è morto anni fa in
un incidente e la madre è gravemente malata di cancro. E c'è anche il caso di
Muhammad, un bambino che i genitori li ha ancora, ma non può più vivere con loro
per via di una faida familiare. Se torna a casa i nemici della sua famiglia lo
uccidono, qui ha trovato una nuova vita”.

Lo psicologo è convinto che la chiusura di questo orfanotrofio avrà un effetto
disastroso su questi bambini, ma sarà un fatto negativo anche per Israele, “Se
vengono abbandonati -spiega- diventeranno dei criminali con cui prima o poi l'esercito
dovrà avere a che fare. Alcuni di loro odiano l'intera umanità per la situazione
in cui vivono, invidiano chiunque abbia qualcosa”. Odiano eppure hanno paura,
lo sostiene il direttore della scuola femminile, secondo cui da quando vivono
con lo spettro dello sgombero, i bambini hanno incubi e i loro risultati scolastici
sono peggiorati. “Faccio questo mestiere da anni ma per la prima volta in questi
giorni ho pianto -conferma lo psicologo dell'orfanotrofio maschile- questi bambini
per certi aspetti sono degli adulti, si rendono conto della situazione e nell'intimità
dei nostri colloqui mi dicono “Tu che conosci le nostre storie, dicci che cosa
potremo fare dopo”.
La data ufficiale dello sgombero era fissata per il 7 aprile, ma da allora le
autorità israeliane hanno concesso delle proroghe, ogni volta della durata di
una settimana. Le manifestazioni dei bambini hanno attirato l'attenzione di alcuni
media internazionali e hanno raggiunto anche le colonne del quotidiano israeliano
Haaretz. In sostegno degli orfani di Hebron si è spesa anche l'organizzazione
israeliana dei Rabbini per i Diritti Umani, per bocca del rabbino Arik Ascherman,
secondo cui il provvedimento è “incompatibile con il concetto ebraico di giustizia”.
Persino i quadri di Fatah, che vedono di buon occhio qualsiasi attacco contro
Hamas, si sono spesi per fare in modo che l'ordinanza non venga eseguita. Ma nel
frattempo i bambini cercano di continuare a vivere in modo normale. Nelle scorse
settimane al loro fianco si sono schierati anche i volontari internazionali del
Christian Peacemaker Team, che si sono offerti di dormire negli orfanotrofi per
mostrare ai bambini come comportarsi in caso di irruzione dell'esercito e, nel
caso, per documentare e testimoniare gli sgomberi.

Se l'aggressione contro l'Islamic Charity Movement è stata dettata dal pregiudizio
anti-islamico, questi gesti dimostrano almeno che la solidarietà nei loro confronti
è stata ecumenica. Ma che ruolo ha davvero la religione in quel che si insegna
nelle scuole dell'Islamic Charity Movement? “Io insegno in questa scuola da 12
anni” si presenta un insegnante di inglese. “Non sono di Hamas e non credo nella
violenza. Non sono un terrorista, non odio né gli ebrei né i cristiani e non ho
mai detto una sola parola contro le altre religioni davanti ai ragazzi. Noi siamo
musulmani e non lo nascondiamo, ma siamo prima di tutto degli educatori, abbiamo
il dovere di discutere con i bambini argomenti importanti, come tutti i cattivi
esempi di islam radicale con cui entrano in contatto. Sono stato picchiato tre
volte dai soldati israeliani, sempre davanti ai miei studenti, ma non ho mai insegnato
loro ad odiare”. “Io a volte uso brani del Corano -si inserisce lo psicologo-
perchè mi permette ad esempio di spiegare ai bambini che fine hanno fatto i loro
genitori, ma anche per giustificare valori come il rispetto e la pace”. Israele
vuole chiudere le nostre scuole perché ritiene che qui si formino i sucide bombers,
ma da noi si insegna a interpretare la religione in modo moderato. Il contrario
di quello che gli verrebbe inculcato se questi istituti venissero chiusi.

L'Islamic Charity Movement è finanziato all'80 percento da donatori stranieri,
e in parte si sostiene anche comprando immobili in città da affittare a privati.
L'esercito israeliano però non è andato per il sottile e ha disposto ordinanze
di sequestro anche per tutti gli immobili collegati all'organizzazione. Quindi
oltre che sulle scuole e gli orfanotrofi, la spada di Damocle pende anche sulla
testa di una libreria per bambini, un panettiere che rifornisce le mense, una
clinica per la riabilitazione, un negozio di abbigliamento e persino una beauty
farm. Sfortuatamente, quando le istituzioni perdono la capacità di distinguere
i valori di una religione dalle sue aberrazioni, capita anche che perdano il senso
del ridicolo.