Israele - Palestina
 
Bandiera Palestina
 
 
     
 
 
Ordinamento politico: Repubblica parlamentare
Capitale: Gerusalemme (autoproclamata da Israele e Palestina), ma Ramallah per l'Anp e Tel Aviv per Israele
Superficie: 20700 kmq ( un po' meno della Toscana)
Popolazione: 5.643.500 (80,1 % ebrei, 19,9% arabi)  
Lingue: ebraico e arabo
Religione: ebraica 78,1 %, musulmani 15,1%, cristiani 2,1%
Alfabetizzazione: 95.4% della popolazione (Italia: 98%)
Mortalità infantile: 5,9 per mille  (Italia: 5,7 per mille)
Speranza di vita: 77 M, 81F  (Italia: 76 M, 82 F)
Popolazione sotto la soglia di povertà: 18 % della popolazione 
Prodotti esportati: software, armamenti, taglio dei diamanti, prodotti agricoli, prodotti tessili e chimici
Debito estero: 53 miliardi di euro
Spese militari: 9,2 % del PIL (Italia: 1,6%)
 
n.b. tutti i dati si riferiscono solo a Israele in quanto la Palestina è un Paese occupato militarmente e questo rende difficile avere delle stime certe

Mappa Israele-Palestina 
GEOGRAFIA

I confini dello stato di Israele coincidono per un lungo tratto con quelli del futuro stato palestinese. Confina a nord con il Libano, a nord-est con la Siria, a est con la Giordania e la Cisgiordania, a sud-ovest con l’Egitto e la striscia di Gaza. Si affaccia sul Mediterraneo e a sud sul golfo di Aqaba. La parte meridionale è occupata dal deserto del Negev. Israele ha 242 colonie in Cisgiordania, 42 nelle terre occupate delle alture del Golan e 29 a Gerusalemme. 
Il problema principale è il controllo delle scarse risorse idriche del paese su cui manca l’accordo tra Israele e Palestina.



STORIA
Dopo la dichiarazione Balfour (ministro degli esteri inglese) nel 1917, in cui per la prima volta si fa riferimento al diritto del popolo ebraico a rivendicare un “focolare nazionale” in Palestina, nel 1947 la Gran Bretagna rimette il suo mandato sulla Palestina all'Onu, che sancisce (risoluz. 181) la spartizione del territorio e la nascita di due Stati separati, uno arabo e uno ebraico. La decisione non viene accettata dagli arabi che incitano alla ribellione gli abitanti della zona. I palestinesi, stretti tra il nazionalismo arabo e i gruppi sionisti che reclamano immediatamente la terra, fuggono abbandonando i territori che nel 1948, dopo la proclamazione di Ben Gurion, diventano lo Stato d'Israele. In risposta, i paesi arabi confinanti muovono guerra al neonato stato ebraico che, grazie alla sua superiorità militare si appropria di un territorio molto più ampio di quello assegnatogli dal mandato Onu. Una nuova ondata di profughi palestinesi si riversa fuori da Israele. Nel 1956 gli scontri si trasformano in un vero e proprio conflitto che vede contrapposti Egitto a Israele. Le truppe israeliane invasero il deserto del Sinai (con l'appoggio diplomatico di Francia e Gran Bretagna) per forzare il blocco del canale di Suez imposto dal governo di Nasser. Nel 1964 viene fondata dalla fusione dei movimenti laici e di sinistra l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), mentre in territorio israeliano iniziano le azioni di guerriglia dei feddayn palestinesi, in particolare del gruppo Al-Fatah, guidato da Yasser Arafat. La tensione sale fino all'esplosione di un nuovo conflitto nel 1967, noto come la "guerra dei sei giorni", durante il quale Israele occupa la parte est di Gerusalemme, i territori palestinesi di Cisgiordania e Gaza, il Sinai egiziano e il Golan siriano. L'Onu impone ad Israele di ritirarsi (risoluz. 242), ma questo non avviene. Nel 1969 Arafat diventa presidente dell'Olp e imbocca la strada della lotta armata contro lo stato israeliano. Nello stesso periodo iniziano anche gli attentati da parte dei gruppi palestinesi più radicali come "Settembre nero". Nel 1973-'74 (guerra del Kippur), Egitto e Siria tentano la riconquista del Sinai e del Golan, senza riuscirvi. Nel conflitto intervengono con ponti aerei di rifornimento militare l'Urss a sostegno dell'Egitto e gli Stati Uniti a sostegno d’Israele. (L'esercito israeliano si ritirerà dal Sinai solo nel 1981, dopo un accordo di pace separato con l'Egitto). Alla fine della guerra, l'Onu riconosce il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione e all'indipendenza, condanna la moltiplicazione delle colonie ebraiche nei territori occupati e condanna il sionismo israeliano come forma di razzismo, minacciando sanzioni a Israele, mai applicate per il veto americano.
Nel 1982 Israele invade il Libano per annientare le strutture militari dell'Olp (che aveva trasferito qui la sua base operativa dopo la cacciata dalla Giordania nel 1970). Durante l'assedio israeliano di Beirut, guidato dal generale Ariel Sharon, milizie filo-israliane massacrarono oltre duemila civili palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila. Il Libano meridionale viene occupato stabilmente dall'esercito israliano, contro il quale inizia la guerriglia del gruppo Hezbollah, sostenuto da Siria e Iran. (Israele si ritirerà dal Libano nel 2000). Cacciato dal Libano, Arafat sposta a Tunisi il quartier generale dell'Olp, che i caccia israeliani bombardano nel 1985. Il progressivo intensificarsi della repressione israeliana nei Territori Occupati fa esplodere nel 1987 un'insurrezione popolare (intifada) del popolo palestinese contro le truppe israeliane. Uomini, donne e bambini si scagliano con tutti i mezzi contro un esercito tra i più efficienti del mondo. Nessun obiettivo militare poteva essere raggiunto ma l'opinione pubblica internazionale si mobilita per la causa palestinese. Nel 1988 Arafat proclama la nascita di uno Stato palestinese nei Territori Occupati, riconoscendo per la prima volta il diritto all'esistenza dello stato israeliano e ripudiando il terrorismo.
Dopo la fine della guerra fredda e dopo la prima guerra in Iraq si aprono i primi spiragli di pace: l'avvio di trattative segrete tra l'Olp e il governo israeliano del laburista Itzhak Rabin portano nel settembre del 1993 all'accordo di Oslo, con cui Israele riconosce l'autonomia limitata dei Territori Occupati e l'avvio di forme di autogoverno palestinese con la costruzione (1994) di un'Autorità nazionale palestinese (Anp) presieduta da Arafat. A questo accordo si oppongono gli estremisti di entrambe le parti: i coloni ebrei e la destra israeliana (sarà un ebreo ortodosso estremista  ad assassinare Rabin nel 1995) e gli integralisti islamici di Hamas nei Territori, che avviano una sanguinosa campagna di attentati con l'effetto di rafforzare le posizioni della destra israeliana, che nel 1996 va al potere. L'elezione del premier Benjamin Nethanyau blocca il processo di pace per due anni fino alla firma di un accordo per il parziale ritiro delle truppe israeliane dalla Cisgiordania. I negoziati si interrompono del tutto nel 2000 dopo il fallimento del vertice di Camp David (luglio 2000) tra Arafat e il premier israeliano Ehud Barak, che non riescono a trovare un accordo su due punti principali: il ritorno dei profughi palestinesi e lo status di Gerusalemme, rivendicata come capitale da entrambe le parti. Inutile la mediazione dell'amministrazione Usa del presidente democratico Clinton che voleva lasciare la presidenza con un importante successo diplomatico. 
Nel settembre del 2000 la situazione precipita. La provocatoria passeggiata di Ariel Sharon, futuro Primo Ministro israeliano, sulla Spianata delle Moschee nel giorno dell’anniversario dei massacri di Sabra e Chatila, è il pretesto per scatenare la seconda intifada. Da quel momento l’intifada ha causato la morte di più di tremilacinquecento persone, tra israeliani, palestinesi e giornalisti. I tentativi per riportare la questione ad un piano diplomatico sono naufragati in una spirale di attentati e rappresaglie sempre più sanguinose. Il 30 aprile del 2003, con la mediazione del cosiddetto “Quartetto” (Unione Europea, Russia, Usa e Onu), si è tracciata una bozza di accordo nota come “Road Map” che prevedeva, attraverso fasi differenti, il ritorno alla pace. Le diplomazie occidentali sono divise sulla figura di Arafat, ritenuto troppo ambiguo verso la lotta al terrorismo. La figura su cui confluiva l’appoggio di tutti era quella di Abu Mazen, moderato dell’ANP, ma il suo governo è durato poco, schiacciato dalla lotta di potere all’interno dell’ANP. Il governo di Ariel Sharon ha avviato la costruzione di un muro di sicurezza che dovrebbe impedire ai kamikaze palestinesi di entrare in Israele. Questo progetto, più volte condannato dall’Onu, dagli Usa e dall’Unione Europea, dovrebbe correre sulla linea dei confini dettati dai trattati del 1967, ma i palestinesi denunciano sconfinamenti.
Oggi la speranza è riposta nel documento noto come “Accordo di Ginevra”, perché appoggiato dal governo svizzero, stipulato dopo due anni di trattative tra la sinistra israeliana, polemica verso le scelte dell’esecutivo Sharon, ed esponenti moderati dell’Autorità Palestinese. Le due figure di riferimento sono Yossi Beilin per Israele e Yasser Rabbo per l’ANP, tutti e due ex ministri dei rispettivi paesi. 
L' 11 novembre 2004 è morto Yasser Arafat, l'uomo che nel bene e nel male ha dato alla causa Palestinese una dignità internazionale. Oggi il potere dell'Anp è nelle mani di Abu Mazen, eletto il 9 gennaio Presidente dell'ANP con il 66 per cento dei voti.
Il 23 agosto del 2005 viene terminato il piano di smantellamento di 21 insediamenti nella Striscia di Gaza e di 4 in Cisgiordania. Deciso senza consultare i Palestinesi e motivo di laceranti polemiche tra il governo Sharon e il movimento dei coloni, ha segnato comunque una svolta storica per la questione israelo-palestinese. Sharon è atteso al varco dall'opinione pubblica israeliana che valuterà i risultati di un passo come questo che ha lasciato una profonda ferita nel movimento dei coloni e della destra religiosa. Una ferita non rimarginabile, tanto da portare alla scissione del Likud: la destra israeliana perde la sua guida storica Ariel Sharon che, assieme a Shimon Peres e a molti transfughi del Likud e dei laburisti fonda il movimento Kadima a metà novembre 2005. I sondaggi danno per sicuro vincitore alle prossime elezioni politiche israeliane del 28 marzo, ma un grave malore colpisce Sharon all'inizio del mese sucessivo, lasciando all'improvviso senza guida politica Israele. Nel frattempo l'ANP è invece chiamata a dimostrare, avendo per la prima volta un territorio d'amministrare, di essere capace di vincere la corruzione e di emarginare i movimenti armati. Mazen ha fatto quello che ha potuto, ma le elezioni politiche del 25 gennaio 2006, le prime in Palestina dal 1996, segnano il trionfo di Hamas che ottiene 76 seggi su 132. L'impegno nel sociale di Hamas  ha sconfitto la corruzione di Fatah, ma adesso il rischio di una Palestina dimenticata dai grandi della Terra è sempre più forte.
L'Unione europea e gli Stati Uniti, che con le loro donazioni tengono in pratica in vita l'agonizzante economia palestinese, bloccano quasi del tutto i finanaziamenti ai palestinesi, in quanto per Washington Hamas è un'organizzazione terroristica, mentre per Bruxelles neanche un soldo verrà più concesso fino a quando Hamas non riconoscerà lo Stato d'Israele. La situazione della popolazione civile nella Striscia di Gaza si fa insostenibile. Cominciano a emergere le rotture tra il gruppo dirigente di al-Fatah e quello di Hamas, con accuse reciproche riguardo alla responsabilità della situazione attuale. Israele, pur ritirandosi dalle colonie, controlla la situazione a Gaza, anche militarmente. La tensione è alta e, alla fine di giugno 2006, una pattuglia israeliana viene attaccatta e un caporale dell'esercito di Tel Aviv viene rapito. L'esercito israeliano, pur impegnato a nord nella guerra in Libano contro Hezbollah, lancia una dura offensiva militare, chiamata 'pioggia d'estate', che causa lutti e dolore alla popolazione civile palestinese. A quel punto, la tensione tra le milizie di Hamas e quelle di Fatah deflagra: in più occasioni, con 'cessate il fuoco' temporanei che saltano sistematicamente, i guerriglieri dell'una e dell'altra parte si combattono apertamente per le strade di Gaza. Non era mai successo prima. Intanto, a ottobre 2006, il governo israeliano lancia una nuova operazione, 'nuvole d'autunno', che aggrava ancor di più la situazione umanitaria nella Striscia. La crisi inter-palestinese continua ad aggravarsi progressivamente, fino a quando, nel giugno del 2007, sfocia in scontri aperti che culminano con la conquista della Striscia di Gaza da parte di Hamas, mentre in Cisgiordania Fatah accusa il partito islamico di aver fatto un colpo di Stato, e fonda un governo di Emergenza. Israele nei mesi successivi dichiara Gaza “entità nemica” e stringe la Striscia sotto un durissimo embargo, impedendo l'apertura dei confini, incluso quello di Rafah, tra la Striscia e l'Egitto. Un embargo che nel gennaio 2008 spinge Hamas a distruggere tratti della barriera di confine, per consentire alla popolazione di sfondare in Egitto in massa, per procurarsi generi di prima necessità.
Sull'altro fronte, nel novembre 2007, Israele e l'Autorità Palestinese di Abu Mazen e del premier Salam Fayyad, iniziano un percorso di colloqui di pace con la supervisione Usa ad Annapolis. Le trattative, però, procedono da subito a rilento per l'indisponibilità da parte di Israele a discutere i temi chiave del conflitto: lo status di Gerusalemme e quello dei profughi palestinesi. Non solo, Israele prosegue anche imperterrito la costruzione e l'ampliamento delle colonie in Cisgiordania, allo scopo di creare dati di fatto sul terreno, che non potranno essere coinvolti nella trattativa. Le proteste in questo senso della Segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, rimangono inascoltate, mentre le concessioni israeliane ad Abu Mazen si limitano alla liberazione di alcuni detenuti con pene in scadenza, e di militanti delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa, a condizione che rinuncino alla lotta armata. Il colloqui di Annapolis promettevano di portare alla nascita di uno Stato palestinese entro la fine del 2008. Nell'autunno 2008, però, la carriera del premier israeliano Olmert viene compromessa da guai giudiziari che portano la ministro degli Esteri Tzipi Livni a prendere il controllo del partito Kadima. La scadenza dei colloqui a quel punto diventa impossibile da rispettare, e tutto slitta al 2009, dopo le elezioni in Israele e la fine del mandato di Abu Mazen. La contesa per il futuro governo israeliano è soprattutto tra la Livni e Banjamin Netanyahu del Likud, la destra oltranzista. Mentre ancora non è affatto certo che le elezioni palestinesi si terranno.
Nel giugno 2008, Hamas aveva dichiarato una tregua con Israele, impegnandosi a cessare il lancio di razzi verso il sud del territorio israeliano in cambio della riapertura dei valichi della Striscia. Una tregua interrotta da diversi raid israeliani attuati per compiere omicidi mirati di miliziani, e da sporadici lanci di razzi da parte delle milizie non direttamente legate con Hamas. Nel frattempo i confini della Striscia vengono aperti solo di rado, e la popolazione di Gaza continua a impoverirsi sfiorando in più periodi un'autentica crisi umanitaria. Tra novembre e dicembre 2008, corpi speciali israeliani compiono piccoli attacchi dentro la Striscia, provocando la reazione di Hamas che, allo scadere della tregua, il 18 dicembre 2008, riprende massicciamente il lancio di razzi, lasciando intendere l'intenzione di concordare una nuova tregua, che garantisca la reale apertura dei confini.
Israele non reagisce per alcui giorni finchè, il 27 dicembre, lancia a sorpresa l'offensiva denominata Cast Lead, Piombo Fuso. La Striscia di Gaza viene bombardata per cinque giorni e successivamente viene invasa dall'esercito israeliano.


POLITICA
Dopo il grave malore che ha colto il premier Ariel Sharon, il governo è passato nelle mani di Ehud Olmert, vice di Sharon sia al governo che nelle fila del movimento Kadima. In Israele comunque non si terranno elezioni anticipate e il Paese andrà regolarmente al voto il 28 marzo prossimo, me i pronostici davano per facile vincitore Sharon e adesso è tutto più complicato. 
 
Il voto politico del 25 gennaio 2006 ha sancito i trionfo di Hamas.
Invece di riconoscere il governo palestinese di Hamas democraticamente eletto, presieduto da Ismail Haniyeh, Stati Uniti e Israele hanno da subito cerato di rovesciarlo, fomentando una guerra civile intra-palestinese e armando le milizie di Fatah per imporre ai palestinesi un nuovo governo non eletto. Lo stallo politico e gli scontri tra Fatah e Hamas proseguono per oltre un anno, causando centinaia di morti tra le due parti.
Nel marzo 2007 Hamas accetta di formare un governo di unità nazionale con Fatah. Ciononostante gli scontri tra le due fazioni non si fermano, anzi, nel mese di maggio si intensificano fino a sfociare a giugno nella battaglia di Gaza. Abu Mazen dissolve il governo di unità nazionale proclamando lo stato d'emergenza e Hamas conquista militarmente il controllo della Striscia di Gaza, instaurando un governo presieduto sempre da Ismail Haniyeh. Il presidente Abu Mazen, Israele e Stati Uniti non riconoscono il nuovo governo di Gaza, accusando Hamas di 'colpo di Stato'.
Hamas rivendica la propria legittimità a governare in virtù della vittoria elettorale del gennaio 2006.


SOCIETA'

La popolazione di Israele è tradizionalmente composta da ebrei ashkenaziti, cioè provenienti dall’Europa Orientale, e da ebrei sefarditi, provenienti dall’Africa Settentrionale. Dopo il crollo del Muro di Berlino si è verificata un’immigrazione di massa dall’ex Unione Sovietica (quasi un milione di persone dal 1989 al 2000) di persone che a stento conoscono l’ebraico e che sono molto poco inserite. Oltre un quinto della popolazione è composto dai cosiddetti arabi-israeliani , rimasti in Israele dopo il 1948, che godono dei diritti politici ma sono esclusi dal servizio militare.

 
I Palestinesi sono una popolazione araba. Moltissimi di loro vivono in campi profughi, in patria o all’estero. Le tensioni sociali hanno raggiunto un punto di non ritorno. La popolazione ha perso fiducia nel gruppo dirigente della prima intifada, ma Arafat viene strenuamente difeso dagli attacchi israeliani. Il fondamentalismo islamico riesce sempre più ad aggiudicarsi consensi tra i Palestinesi delusi da decenni di trattative internazionali senza esiti pratici sulla qualità della loro vita. La durezza dell’occupazione militare, i controlli che rendono la vita un check point, la disoccupazione quasi totale non sono più tollerati. Un problema da affrontare sarà quello del diritto al ritorno dei profughi e della sovranità sulla parte orientale di Gerusalemme.


ECONOMIA

Recentemente la Banca Centrale d'Israele ha lanciato un appello preoccupante: gli israeliani sotto la soglia di povertà sono triplicati negli ultimi tredici anni. Israele conosce la più grave crisi economica della sua storia, schiacciata dalle spese per la difesa. Per molti anni Israele è stato considerato un paradiso fiscale e Tel Aviv resta uno degli agglomerati urbani più ricchi del mondo e con una concentrazione di impiego nell’alta tecnologia superiore a Sidney. Assieme alla Palestina è priva di risorse naturali significative, ma investe tantissimo in ricerca e innovazione. In una zona fortemente depressa, rappresenta sicuramente un modello di sviluppo occidentale, nonostante la crisi economica. La mancanza della manodopera palestinese, bloccata dalle misure di sicurezza, è stata sostituita da forza lavoro di recente immigrazione.

 
L’economia palestinese è al collasso. La massima parte della popolazione lavorava in Israele. Le misure di sicurezza e la crisi economica hanno creato una disoccupazione di massa. La Palestina non ha praticamente risorse naturali e, al momento, vive di solidarietà internazionale, soprattutto dell’Unione Europea. Una fonte di reddito fondamentale era il “turismo religioso”: il pellegrinaggio dei fedeli di tutto il mondo nei Luoghi Santi garantiva un notevole afflusso di denaro che ora è venuto meno per i timori rispetto all'incolumità dei viaggiatori. Lo sfruttamento degli uliveti era una importante fonte di ricchezza per i Palestinesi, ma l’occupazione militare rende impossibile lavorare e ha distrutto tantissime piante.


MASS MEDIA

290 quotidiani, 520 radio e 300 televisioni in Israele testimoniano una pluralità d'informazione e dibattito che non ha paragoni nella zona.
Tutte le componenti sociali hanno una voce di riferimento e godono di rispetto e tutela. Di tutta l'area mediorientale è l'unico Paese ad avere accessi ad internet per la grande maggioranza della popolazione.

 
Per la Palestina, nonostante l'estrema povertà della popolazione, sono pochissime le abitazioni senza una parabola satellitare.
I canali arabi sono ovviamente i più seguiti, soprattutto Al-Jazeera.
Le radio e le televisioni hanno vita difficile: alla censura degli israeliani, spesso si affianca quella dell'autorità palestinese. I fondi per iniziative editoriali vengono dagli estremisti.