11/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Detenuti, in attesa di essere scarcerati: la storia di Mussafer e Mohamed

Dal nostro corrispondente a Kabul (Afghanistan) – Mussafer è un ragazzone di ventotto anni. Non parla inglese quindi devo farmi tradurre da Farid, uno dei nostri medici afgani. Faccia piena, molto spigliato, cappellino, gilet sopra al camicione afgano, grande bracciale di rame al polso, la barba non molto lunga. Proviene dal sud dell’Afghanistan, per la precisione dalla zona di Lashkargah, da una famiglia di contadini. Quando gli ho chiesto cosa pensava di fare quando sarebbe uscito mi ha risposto: “Sterminerò tutti quelli di Emergency e poi mi metterò a coltivare papaveri da oppio”. Gran burlone Mussafer!. “Ero un comandante talebano”, mi racconta tornando serio. “Sono stato catturato dai mujaheddin dell’Alleanza del Nord dopo un combattimento alla fine del 2001 e imprigionato nella Valle del Panjshir. Dopo pochi mesi sono stato liberato in uno scambio di prigionieri  a subito ricatturato in un altro combattimento. Questa volta sono finito nella prigione di Shebergan”.
Dietro le sbarreMussafer è stato il primo detenuto registrato da Emergency nel programma di assistenza umanitaria ai prigionieri di guerra. La prigionia di Mussafer è durata in tutto tre anni. “Ho un figlio di sei anni: non vedo l’ora di rivederlo. Spero solo che si ricordi ancora di me. Una volta libero mi piacerebbe lavorare per Emergency nel nuovo ospedale di Lashkargah”, la sua zona d’origine, che probabilmente verrà inaugurato il 20 di questo mese, “come autista o con qualche altra mansione”.

Mohamed è un ragazzo di ventidue anni proveniente dal Pakistan. Indossa un piccolo cappellino bianco ricamato e decorato con paillette luccicanti. Anche lui ha la barba piuttosto corta e una faccia tonda e piuttosto scura. Parla inglese abbastanza bene. “Ma ho fatto finta di non saperlo – racconta – quando sono venuti gli americani (tre volte) perché questo era il criterio principale con cui venivano scelti quelli da mandare a Guantanamo: chi parlava la loro lingua veniva portato via. Prima della guerra ho fatto due anni di college a Islamabad dove ho studiato come odontoiatra. Non avevo ancora finito gli studi sono partito con un gruppo di talebani diretto in Afghanistan. Durante gli ultimi scontri mi sono arreso assieme a tanti altri consegnando le armi. Da allora sono tre anni che sono in prigione, due anni a Shebergan e circa un anno a Kabul, nel carcere di Pol-i-Charki”. Quando gli chiedo cosa farà una volta libero mi dice che anche lui vorrebbe lavorare per Emergency, e quando gli dico che Emergency non ha ospedali in Pakistan perché lì non ci sono guerre, Mohamed giustamente mi ricorda che in Kashmir la guerra c’è da lungo tempo. A quel punto gli dico che farò presente la cosa a Gino Strada. Ma non penso che farà l’infermiere perché prima di essere catturato, come odontoiatra guadagnava 1.500 rupie (circa 300 dollari) e con noi guadagnerebbe la metà. “Comunque terminerò probabilmente i miei studi da odontoiatra. E magari troverò moglie. Non sono sposato: adesso vivo con la mia famiglia”.

Hamid è un giovane di 24 anni. Anche lui viene dal Pakistan. Anche lui indossa un cappellino tondo, ma giallo, con le paillette luccicanti, elegante con il camicione lungo e il gilet. Ha la barbetta rada con pizzetto su un viso affilato e gli occhi buoni, non sfigurerebbe in un locale ‘trendy’ delle nostre città. Non parla inglese, ma con l’aiuto di Farid riusciamo a comunicare. Ma lui è distratto, affascinato dal mio telefono cellulare che ho poggiato sul pavimento della cella. Lo prende, se lo rigira fra le mani e mi chiede quanto costa, discutendone poi con i suoi compagni di cella. Il fascino della tecnologia tocca anche i talebani. “Sono stato catturato nella provincia di Kunduz, nel sud dell’Afghanistan, dopo che ci eravamo arresi e avevamo consegnato le armi”, racconta. “Sono sposato, ma non ho figli. In Pakistan i miei genitori hanno un negozio di alimentari. Penso che una volta a casa andrò a lavorare da loro”.

Maurizio Papalia*

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