Dal nostro corrispondente a Kabul (Afghanistan) – Mussafer è un ragazzone di ventotto anni. Non parla inglese quindi devo farmi
tradurre da Farid, uno dei nostri medici afgani. Faccia piena, molto spigliato,
cappellino, gilet sopra al camicione afgano, grande bracciale di rame al polso,
la barba non molto lunga. Proviene dal sud dell’Afghanistan, per la precisione
dalla zona di Lashkargah, da una famiglia di contadini. Quando gli ho chiesto
cosa pensava di fare quando sarebbe uscito mi ha risposto: “Sterminerò tutti quelli
di Emergency e poi mi metterò a coltivare papaveri da oppio”. Gran burlone Mussafer!.
“Ero un comandante talebano”, mi racconta tornando serio. “Sono stato catturato
dai mujaheddin dell’Alleanza del Nord dopo un combattimento alla fine del 2001
e imprigionato nella Valle del Panjshir. Dopo pochi mesi sono stato liberato in
uno scambio di prigionieri a subito ricatturato in un altro combattimento. Questa volta sono finito nella
prigione di Shebergan”.
Mussafer è stato il primo detenuto registrato da Emergency nel programma di assistenza
umanitaria ai prigionieri di guerra. La prigionia di Mussafer è durata in tutto
tre anni. “Ho un figlio di sei anni: non vedo l’ora di rivederlo. Spero solo che
si ricordi ancora di me. Una volta libero mi piacerebbe lavorare per Emergency
nel nuovo ospedale di Lashkargah”, la sua zona d’origine, che probabilmente verrà
inaugurato il 20 di questo mese, “come autista o con qualche altra mansione”.
Mohamed è un ragazzo di ventidue anni proveniente dal Pakistan. Indossa un piccolo
cappellino bianco ricamato e decorato con paillette luccicanti. Anche lui ha la
barba piuttosto corta e una faccia tonda e piuttosto scura. Parla inglese abbastanza
bene. “Ma ho fatto finta di non saperlo – racconta – quando sono venuti gli americani
(tre volte) perché questo era il criterio principale con cui venivano scelti quelli
da mandare a Guantanamo: chi parlava la loro lingua veniva portato via. Prima
della guerra ho fatto due anni di college a Islamabad dove ho studiato come odontoiatra.
Non avevo ancora finito gli studi sono partito con un gruppo di talebani diretto
in Afghanistan. Durante gli ultimi scontri mi sono arreso assieme a tanti altri
consegnando le armi. Da allora sono tre anni che sono in prigione, due anni a
Shebergan e circa un anno a Kabul, nel carcere di Pol-i-Charki”. Quando gli chiedo
cosa farà una volta libero mi dice che anche lui vorrebbe lavorare per Emergency,
e quando gli dico che Emergency non ha ospedali in Pakistan perché lì non ci sono
guerre, Mohamed giustamente mi ricorda che in Kashmir la guerra c’è da lungo tempo.
A quel punto gli dico che farò presente la cosa a Gino Strada. Ma non penso che
farà l’infermiere perché prima di essere catturato, come odontoiatra guadagnava
1.500 rupie (circa 300 dollari) e con noi guadagnerebbe la metà. “Comunque terminerò
probabilmente i miei studi da odontoiatra. E magari troverò moglie. Non sono sposato:
adesso vivo con la mia famiglia”.
Hamid è un giovane di 24 anni. Anche lui viene dal Pakistan. Anche lui indossa
un cappellino tondo, ma giallo, con le paillette luccicanti, elegante con il camicione
lungo e il gilet. Ha la barbetta rada con pizzetto su un viso affilato e gli occhi
buoni, non sfigurerebbe in un locale ‘trendy’ delle nostre città. Non parla inglese,
ma con l’aiuto di Farid riusciamo a comunicare. Ma lui è distratto, affascinato
dal mio telefono cellulare che ho poggiato sul pavimento della cella. Lo prende,
se lo rigira fra le mani e mi chiede quanto costa, discutendone poi con i suoi
compagni di cella. Il fascino della tecnologia tocca anche i talebani. “Sono stato
catturato nella provincia di Kunduz, nel sud dell’Afghanistan, dopo che ci eravamo
arresi e avevamo consegnato le armi”, racconta. “Sono sposato, ma non ho figli.
In Pakistan i miei genitori hanno un negozio di alimentari. Penso che una volta
a casa andrò a lavorare da loro”.
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