18/11/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La bozza in discussione al parlamento iracheno, con un commento del generale Mini

Pareva giusto una formalità, ieri, la firma dell'accordo tra il ministro degli esteri iracheno e l'ambasciatore Usa a Baghdad Ryan Crocker per la permanenza dei soldati statunitensi nel paese. Invece, quella del cosiddetto accordo Sofa (Status of Forces Agreement) è una partita ancora tutta da giocare.

L'accordo è già in discussione al parlamento iracheno, dovrà essere letto due volte e alla terza verrà votato. L'iter potrebbe richiedere oltre una settimana. Si prevede l'inizio delle votazioni verso la fine di novembre. Il premier Al Maliki, che sostiene l'accordo, dovrà superare diverse resistenze, per prime quelle degli sciiti del partito di Al Sadr. Questi, che protestano da mesi chiedendo l'immediato ritiro delle truppe Usa, ora vogliono che l'eventuale accordo sia approvato con i due terzi del parlamento. Questa istanza potrebbe essere sostenuta anche dalle fazioni curde, che sono favorevoli e spingono per un'approvazione che larga possibile.

Per ora, quello che si sa dei 31 articoli della bozza è che prevedono il ritiro dei militari Usa all'interno delle basi entro il 31 giugno del 2009 e il ritiro completo dal paese entro il 2011. Oggi il capo degli stati maggiori riuniti, l'ammiraglio Usa Mike Mullen, ha definito il piano "una grande sfida". Secondo lui per ritirare in sicurezza 150 mila soldati e l'equipaggiamento saranno necessari "fra i due e i tre anni", durante i quali bisognerà anche riportare in sicurezza le province che ancora vivono nella violenza, come Baghdad e Mosul, prima di passare la responsabilità agli iracheni. Il ritiro, secondo l'ammiraglio, dovrebbe avvenire in funzione delle condizioni della sicurezza, e non seguire un calendario prefissato in anticipo.

Questa vicenda però non è chiara: si parla di un accordo sullo status delle forze armate e si stabilisce prima di tutto una scadenza per il ritiro delle stesse. "I Sofa sono accordi tra un paese occupato e un paese occupante - spiega il generale Fabio Mini -. Definiscono la giurisdizione sopra i soldati e quello che possono fare nel paese. In questo tipo di accordi non si stabiliscono calendari per il ritiro". In effetti, nei mesi scorsi il dibattito sull'accordo si è concentrato proprio sulla giurisdizione dei militari Usa nel paese: Washington premeva perché i suoi soldati fossero sottoposti alla sola legge americana, una condizione inaccettabile per buona parte dei partiti iracheni. Secondo quanto trapelato finora, la bozza dell'accordo prevede che i soldati Usa saranno sottoposti alla giurisdizione statunitense solo all'interno delle basi, mentre nel resto del territorio iracheno dovranno rispondere alla legge e agli organi giudiziari iracheni.

Se l'accordo finale fosse questo, un soldato Usa che commettesse un crimine fuori dalle basi dovrebbe essere giudicato da un tribunale iracheno. "É uno scenario impossibile - afferma il generale Mini - , se così fosse sarebbe una novità assoluta. Ma le pare possibile che dopo aver rifiutato di sottostare alla giurisdizione del tribunale internazionale ora accettino di stare sotto quella della magistratura irachena? Del resto basta ricordare il caso del soldato Mario Lozano (che il 4 marzo 2005 uccise l'agente del Sismi Nicola Calipari, ndr). Il punto non è che i soldati Usa verranno giudicati secondo la legge irachena, ma il contrario: che la polizia irachena non avrà il diritto di entrare nelle basi per controllare che non si commettano reati".

Probabilmente si giungerà a una dichiarazione di principio in cui verrà affermata la sovranità di Baghdad su tutto il territorio iracheno, ad eccezione delle basi. "In questo caso saremmo di fronte a una sottrazione di sovranità da una parte del territorio iracheno - conferma il generale Mini -. Ma c'è un fatto fondamentale da tenere presente: la sovranità sul territorio rimane sempre del paese. Non esiste diritto internazionale che ne autorizzi la sottrazione. Fino a oggi un accordo Sofa tra Usa e Iraq non c'era perché presuppone lo status di occupazione che, formalmente, è rimasto in vigore solo pochi mesi". Si è giocato con le parole, insomma: nei fatti, l'Iraq non ha mai perduto la sovranità sul suo territorio, a essere abbattuto è stato un regime, non lo stato. Il seggio alle Nazioni Unite per l'Iraq è sempre rimasto, salvo per quei tre mesi del 2003 in cui il paese è stato sotto occupazione.. "occupazione che che Usa e Nazioni Unite hanno fatto prestissimo a cancellare" conclude Mini che aggiunge: "Solo parole però, mentre nei fatti è continuata fino a oggi".

 

 

Naoki Tomasini

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