Nove persone sono state impiccate stamattina nel carcere iraniano di Evin, a Teheran. Tra le persone condannate a morte anche una donna. La notizia è stata diffusa dall'agenzia di stampa Fars, che non ha fornito però dettagli sull'identità dei condannati. La sentenza è stata eseguita dopo che la Corte Suprema aveva convalidato l'accusa di omicidio per gli otto uomini, mentre non si hanno notizie del reato commesso dalla donna. In Iran la condanna a morte può essere comminata per l'assassinio, lo stupro, la rapina a mano armata, il traffico di stupefacenti e l'adulterio.
Con le condanne di oggi salgono a 243 le esecuzioni avvenute in Iran dall'inizio dell'anno, un triste primato che pone la Repubblica islamica al secondo posto, subito dopo la Cina.
Fondato nel 1971 dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi per reprimere tutte le forme opposizione alla sua autorità, il carcere di Evin, a pochi chilometri a nordest di Teheran, è una delle poche istituzioni monarchiche sopravissute alla rivoluzione islamica. Al suo interno, secondo la denuncia di numerose associazioni che operano per il rispetto dei dirtti umani, vengono applicate diverse forme di tortura e gran parte degli oppositori politici sono passati per questo centro di detenzione. Secondo Human Rights Watch, alcune sezioni del carcere sarebbero gestite direttamente dai Pasdaran, i guardiani della rivoluzione, e dal ministero dell'Intelligence.