scritto per noi da
Matteo Fagotto
Poco più di due anni fa, alla fine di dicembre del 2006, migliaia di soldati etiopi entravano in Somalia per aiutare il governo di transizione locale (Tfg) a contrastare le Corti islamiche, che avevano accerchiato le truppe governative a Baidoa e si preparavano all'attacco finale. Oggi, a due anni di distanza, la situazione non è cambiata di molto: nei prossimi giorni, le truppe etiopi si ritireranno definitivamente dal Paese, lasciando alla mercé degli insorti un governo che controlla solo la città di Baidoa e alcuni quartieri della capitale Mogadiscio. Sono poche le speranze di sopravvivenza per l'esecutivo, alla prese con una crisi politica interna dopo le dimissioni del presidente Abdullahi Yusuf. A difendere Baidoa e i pochi quartieri della capitale ancora in mano del governo rimarranno l'indisciplinato esercito somalo e le 3.600 truppe dell'Unione Africana, che nei prossimi mesi potrebbero ottenere rinforzi con l'invio di altre 2.500 unità da parte di Uganda, Burundi e Nigeria. Nel frattempo, però, per rimanere in piedi il governo dovrà sperare nelle divisioni interne al movimento islamico, spaccatosi da alcuni mesi in due tronconi: uno moderato, facente capo all'ex-leader delle Corti islamiche Sheikh Sharif e pronto a scendere a patti con il governo, e un'ala più radicale, guidata da Sheikh Hassan Dahir Aweys e decisa a continuare la lotta armata. Una divisione che si riflette da una settimana sul campo di battaglia, dove le due formazioni islamiche dello Shabaab e del neonato gruppo Ahlu Sunna Waljamaca si scontrano per il controllo del territorio.
Il ritiro delle truppe etiopi è sempre stato chiesto dagli insorti come precondizione per avviare trattative con il governo. La partenza dei soldati di Addis Abeba, accusati dagli insorti di essere degli invasori al soldo degli Stati Uniti loro alleati, potrebbe perciò aprire nuove prospettive di pace. Il pericolo più immediato, però, è che il ritiro della formazione armata più preparata e meglio addestrata presente sul territorio somalo possa creare un vuoto di potere pericoloso da gestire, in un momento in cui il governo somalo non è mai stato così debole e le Nazioni Unite, preoccupate più dell'emergenza pirateria nel golfo di Aden, non hanno alcuna intenzione di inviare un contingente di peacekeepers nel Corno d'Africa. "Speriamo che il ritiro aumenti le prospettive di pace, ma al momento tutti gli scenari sono possibili. E' una situazione estremamente fluida", spiega a PeaceReporter un uomo d'affari residente a Mogadiscio, che preferisce non essere identificato per ragioni di sicurezza.Più di diecimila morti, almeno un milione di sfollati e un'emergenza umanitaria senza precedenti, acuita dalle difficoltà che le organizzazioni internazionali incontrano nell'assistere la popolazione civile. La crisi somala è riassunta in questi pochi numeri, che testimoniano come la già precaria situazione del Paese sia precipitata negli ultimi due anni. Lacerato da lotte intestine e abbandonato dalla comunità internazionale, che non ha fornito alcun aiuto finanziario, il Tfg ha man mano perso terreno nei confronti degli insorti, che con i loro attacchi hanno logorato la resistenza delle truppe etiopi, per le quali rimanere a Mogadiscio si è rivelato sempre più oneroso. Con l'avvicinarsi della vittoria, però, anche il fronte islamico ha mostrato le proprie crepe, nonostante gli insorti abbiano conquistato quasi tutto il sud del Paese e buona parte della Somalia centrale. Il rischio che i due fronti si spacchino ulteriormente, sfociando in una guerra civile di tutti contro tutti, rimane concreto.
Matteo Fagotto