12/01/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La guerra di Gaza vista dagli ex coloni che vissero nella Striscia fino al 2005

Dal nostro inviato in Israele

Per trovarlo bisogna avere tanta voglia di vederlo. Il museo di Gush Katif, dal nome della principale colonia ebraica nella Striscia di Gaza, si trova in un vicoletto subito alle spalle di Jaffa Road, una delle arterie principali della caotica Gerusalemme. Una ragazza timida, occhi azzurri e foulard da colono sulla testa, all'ingresso accoglie come stupita i visitatori, che non saranno molti.

Il governo israeliano, dopo lo sgombero forzato degli insediamenti nella Striscia di Gaza, ordinato dall'allora primo ministro Ariel Sharon, ad agosto 2005, li ha dimenticati. Ottomila persone prese di peso e trascinate via, non senza combattere. La guerra di questi giorni, a Gaza, passa anche dalle loro vite, dopo i circa venti anni passati in quelle terre. Un piccolo appartamento, foto dello sgombero alle pareti e una sala proiezioni dove viene trasmesso un documentario girato all'epoca. Racconta la storia di una delle famiglia di coloni portate via, ne racconta il dolore, i ricordi legati a una terra che nessuno sottolinea essere stata rubata in passato ai palestinesi. Loro, però, si sentivano in missione per conto di Dio e politici cinici hanno sfruttato il loro fanatismo religioso per conquistare terre come ai tempi delle Crociate. Un dolore autentico, anche se non giustificabile, traspare da quelle immagini e dalle storie di queste persone. Un dolore che uno di loro, Dror Vanunu, ha deciso di eternare in questo museo. Che ha un gemello, ad Ashkelon, cittadina israeliana sulla costa a pochi chilometri dalla Striscia di Gaza. Elemento che, da qualche tempo, vuol dire a tiro di razzo. Proprio ad Ashkelon vennero portate le migliaia di persone evacuate da Gaza, alcune in città altre in un insediamento chiamato Nizton, giusto per non perdere l'abitudine di prendere terre che le Nazioni Unite considerano palestinesi. L'idea era quella di sistemazioni temporanee, ma sono passati quasi quattro anni e i coloni sono ancora lì, vittime di una tragicomica legge del contrappasso rispetto ai milioni, interni ed esterni, di profughi palestinesi.

Ashkelon si apre sul mare con tutte le caratteristiche di un porto del Mediterraneo. La giornata è fredda, gelata da un maestrale che rende l'aria limpida. Non c'è molta gente in giro; nelle ultime ore sono stati lanciati almeno venti razzi dalla Striscia verso la stessa Ashkelon, verso Beer Sheba, verso Ashdod. All'apparenza, però, tutto sembra normale, fino a quando il suono di una sirena non sconvolge l'armonia mediterranea della città. Una nota stridula sale d'intensità, stonata con tutto il resto, riporta all'improvviso indietro l'orologio della storia, con un sapore di Seconda Guerra mondiale, oscuramenti e bombardamenti. Alcuni sembrano non farci neanche caso, altri fuggono via veloci verso i rifugi. Dov'è caduto il razzo? Si saprà tra pochi minuti, dalla radio militare israeliana. Quasi sempre cade in aperta campagna, a volte no. Lo sa bene il dottor Eli, del pronto soccorso di uno degli ospedali di Ashkelon. "Cosa è venuto a fare qui, giornalista?", chiede sprezzante, "vuole che le racconti come si fa a guardare negli occhi un bambino, quando si sveglia dall'anestesia, per dirgli che il razzo si è portato via la sua gamba? Che dovrà vivere per il resto dei suoi giorni con una protesi?". Un dolore che, rabbia a parte, non si può raccontare. Come quello delle ottocento vittime di Gaza. Ma l'argomento non fa breccia nel cuore di Eli: "Ne ho abbastanza di questa storia. Lanciano i razzi e hanno quello che si cercano", sibila furente il medico, in barba al giuramento di Ippocrate, aggiustandosi la kippah sulla testa. Quanti sono i feriti? "Non le posso dare un numero, perché questa storia va avanti da anni, non certo dal 27 dicembre", risponde Eli, "uno stillicidio continuo. A volte finiscono lontano, è vero, ma non sarebbe già grave se ci fosse anche un solo ferito? Anche perché morire per un Qassam è quasi impossibile, ma le mutilazioni permanenti non sono meno brutali. Quindi nessuna emergenza, non abbiamo fatto nulla di che, se non implementare i turni al pronto soccorso e attrezzarci con qualche unità mobile, in caso ci siano feriti che è meglio non trasportare".

Seguendo il filo rosso che collega Ashkelon a Gaza si arriva ai coloni. Molti di loro vivono nella zona del porto, uno dei più attivi del Mediterraneo. Come la famiglia di Tamir, di sua moglie e dei suoi cinque figli. Vivevano a pochi chilometri da Gush Katif, in mezzo a quelle serre che la loro ingegnosità aveva strappato al deserto. "Vivevamo in una villetta bellissima, su due piani", racconta Tamir, guardando il mare. Lo stesso che si vede da Gaza, anche se sembra lontano da qui. "L'ho distrutta io stesso, con un'ascia, assieme a mio figlio. Quando il governo, corrotto come Sharon, ci ha abbandonato non volevo lasciare nulla agli arabi". Quelle poche strutture che rimasero in piedi le distrussero i palestinesi, ubriachi di libertà, dopo anni di occupazione. Non sapevano, allora, che quella libertà si sarebbe trasformata prima in una prigione e poi in una tomba. "Adesso siamo ridotti a vivere qui, in questo schifo", commenta Tamir, indicando il palazzone grigio alle sue spalle. "I razzi? E cosa vuole che me ne importi dei razzi! Mi fanno ridere i cittadini di Sderot e di tutte le altre città sotto tiro: in quindici anni noi abbiamo subito quasi duemila attacchi! Sa che significa? Pietre, razzi, colpi di mortaio e bombe. Ogni giorno! E ci vengono a parlare dei razzi...". Inutile ricordare a Tamir che quella non era la loro terra e che i palestinesi li combattevano per riprendersela. "Non sanno fare niente, questa è la verità. E' scritto nei secoli, nelle Sacre Scritture che quelle terre sono Israele! Noi le avevamo rese fertili e guardi adesso come sono ridotte". Più di un anno di assedio non aiuta lo sviluppo dell'urbanistica e dell'economia. "Ecco, come tutti voi europei sapete solo guardare ai palestinesi come le povere vittime. Con loro non ci può essere pace, tutto qua. Sharon, dopo averci usato per anni per vincere le elezioni, ci ha abbandonato, convinto di fare bella figura con voi - strilla Tamir - non è affatto vero che la società israeliana si è stancata di noi e dei nostri privilegi fiscali. Non avevamo bisogno della protezione di nessuno, sappiamo badare a noi stessi. Lei cosa preferirebbe, pagare tutte le tasse del mondo o vivere in mezzo ad attacchi giornalieri? Ma Dio è anche in quelle terre, il nostro Dio, perché anche Gaza è Israele". Il Dio di Tamir non sarà lo stesso dei vertici militari e politici israeliani, perché nessuno verserebbe Piombo Fuso su un milione e mezzo di persone, che pregano un altro Dio, ma abitano la stessa terra.

Christian Elia

 

Categoria: Guerra, Storia
Luogo: Israele - Palestina