scritto per noi da
Matteo Fagotto
Il momento tanto atteso dalla maggioranza della popolazione di Mogadiscio è arrivato. Da alcuni giorni, le truppe etiopi stanziate nel Paese dalla fine del 2006 stanno facendo ritorno in patria, svuotando le principali basi della capitale e lasciando la città alla mercé degli scontri tra l'esercito e le milizie islamiche. Gli insorti, che già due giorni fa avevano preso possesso di alcune basi etiopi abbandonate, ieri hanno attaccato il palazzo presidenziale a colpi di mortaio. Isolato e senza più l'appoggio dell'alleato etiope, il governo di transizione (Tfg) rischia di capitolare."Il ritiro delle forze etiopi è una buona notizia per i civili, visto che i soldati di Addis Abeba non sono mai stati molto popolari qui. Troppe volte sono stati coinvolti nella morte di civili innocenti", racconta a PeaceReporter un residente di Mogadiscio, che preferisce non essere identificato per ragioni di sicurezza. "Ma ora le incognite per noi aumentano". Una volta completato il ritiro, a difendere il governo dalle milizie islamiche rimarranno solo i contingenti di esercito e polizia, male equipaggiati e alle prese con un avversario meglio addestrato. Non è un caso che, al momento, in mano del governo rimangano solo la città di Baidoa, sede delle istituzioni politiche, e alcuni quartieri della capitale. Diviso al suo interno e alle prese con l'elezione del nuovo presidente, dopo le recenti dimissioni di Abdullahi Yusuf, l'esecutivo spera in un accordo di pace con l'ala più moderata degli islamisti, con i quali però non mancano motivi di divergenza.
In base agli accordi di pace siglati la scorsa estate a Gibuti, le "colombe" del movimento islamico dovrebbero trovare posto nelle istituzioni somale, allargando così la base di consenso su cui si appoggia il governo. Un tempo unito nella guerra contro le truppe etiopi, percepite come invasori, negli ultimi mesi il movimento islamico si è spaccato in numerose fazioni, alcune delle quali ora in lotta tra loro per il controllo del Paese. Nel complesso, in mano degli insorti sono cadute la Somalia meridionale e parte delle regioni centrali del Paese. L'ala più radicale degli insorti, composta dalle milizie Shabaab, ha più volte ribadito di non voler intavolare trattative con il governo.L'unica seria speranza di sopravvivenza per il Tfg sembra essere l'arrivo di una forza multinazionale in Somalia, un'ipotesi al momento non realizzabile. A Mogadiscio sono già presenti poco più di tremila unità dell'Unione Africana, che nei prossimi mesi dovrebbero essere raggiunte da nuovi contigenti militari. A breve termine, però, governo e peacekeepers dell'Ua dovranno fare da soli, anche in conseguenza della riluttanza dell'Onu a inviare proprie truppe sul teatro di guerra. Nessuno stato membro, infatti, vuole inviare i propri uomini in una missione così rischiosa, senza contare che la comunità internazionale è già alle prese con l'emergenza della pirateria al largo delle coste del Paese, contro la quale le Nazioni Unite hanno dispiegato navi militari per proteggere le rotte commerciali. Intanto, l'emergenza umanitaria cresce di giorno in giorno: dall'inizio del 2007, gli sfollati interni sono almeno un milione, mentre le vittime del conflitto si contano a migliaia. La recente spaccatura del fronte islamico, che ha scatenato nuovi combattimenti, potrebbe peggiorare ulteriormente la situazione del Paese.
Matteo Fagotto