scritto per noi da
Alessandro Ursic
La Norimberga della Cambogia è iniziata, a trent'anni dal crollo del regime dei Khmer Rossi. Il "compagno Duch", come il 66enne Kaing Guek Eav era chiamato ai tempi, è il primo esponente di quel regime - responsabile di almeno 1,7 milioni di morti nel folle disegno di una "nuova Cambogia" agricola - a comparire davanti all'apposita corte istituita a Phnom Penh. L'udienza di oggi era procedurale, nell'attesa che il processo vero e proprio inizi tra un mese. Ma il fatto che la macchina abbia cominciato a muoversi è abbastanza per obbligare la Cambogia a ritornare su uno degli orrori peggiori della storia dell'umanità.Il responsabile del carcere di Tuol Sleng è rimasto in silenzio, protetto da lastra trasparente infrangibile per proteggerlo da potenziali attacchi dei familiari delle vittime. Scoperto per caso nel 1999 nel nord del Paese, dove lavorava come addetto turistico, il "compagno Duch" è accusato di crimini contro l'umanità, crimini di guerra, omicidio e tortura nella prigione che dirigeva, oggi diventata un memoriale per le vittime. Sotto di lui, durante il regime di Pol Pot morirono circa 16mila persone; sopravvissero solo una ventina di detenuti, risparmiati per caso o particolari competenze professionali. Dei cinque leader arrestati, per quanto abbia ribadito di aver solo eseguito degli ordini e che se non l'avesse fatto sarebbe stato ucciso lui stesso, Duch è l'unico ad aver ammesso parte della colpa. Si è convertito al cristianesimo, e l'anno scorso - durante una visita al famigerato carcere - chiese perdono in lacrime. Gli altri quattro ex Khmer Rossi - il "fratello numero due" e ideologo del regime Nuon Chea, l'ex ministro degli esteri Ieng Sary, l'ex capo di stato Khieu Sampan con la moglie Ieng Thirith - non andranno alla sbarra prima del prossimo anno.
Per quanto una sentenza di colpevolezza sia scontata - al massimo un ergastolo, la corte non può optare per la condanna a morte - l'esistenza del tribunale e i suoi poteri sono oggetto da anni di critiche da parte di diverse associazioni per i diritti umani ed esperti legali. Nata dopo anni di negoziati su come strutturarla, la corte è un ibrido di magistrati cambogiani e stranieri, sotto l'egida dell'Onu: molti analisti temono per la sua libertà di manovra e indipendenza di giudizio. Il primo ministro cambogiano Hun Sen, un padre-padrone del Paese al potere in sostanza dalla metà degli anni Ottanta, è - come molti politici cambogiani - un ex ufficiale dei Khmer rossi. Già lo scorso dicembre, uno dei procuratori cambogiani si è opposto alla richiesta di rinvio a giudizio di altri sei ex esponenti del regime, motivando la scelta con esigenze di "riconciliazione nazionale".
La Cambogia, intanto, segue l'intera vicenda con sentimenti contrastanti. Metà della popolazione è nata dopo quegli anni, e il Paese ancora oggi manca di una classe dirigente, completamente cancellata dalla follia di Pol Pot. Da una parte, i sopravvissuti esprimono sollievo perché intravedono più vicina la possibilità di vendicare gli orrori subiti, e si sono costituiti parte civile con la possibilità di chiedere dei risarcimenti. Ma la maggior parte del Paese appare indifferente. Lo stesso Hun Sen, una volta, ammise che la Cambogia è "un Paese che ha scavato un buco per cercare di seppellire il suo passato". L'anno scorso, una ricerca dello Human Rights Center all'università californiana di Berkeley portò alla luce il trauma ancora vivo dei cambogiani, ma anche la scarsa conoscenza dei fatti. Su mille persone intervistate, due terzi dissero di voler vedere soffrire gli ex leader del regime, mentre il quaranta percento espresse desideri di vendetta. Ma l'85 percento sapeva poco o niente del tribunale. "Questo tribunale non potrà essere un successo, anche se i processi sono giusti, finché il popolo cambogiano non saprà o capirà cosa sta succedendo", spiega Heather Ryan, portavoce della Open Society Justice Initiative, che segue la vicenda dal punto di vista legale.