Qualche mese fa il quotidiano The New Vision di Kampala ha condotto un'inchiesta sul giro d'affari che gravita intorno ai contractors ugandesi, uomini e donne disposti a tutto pur di essere spediti in Iraq come guardie private per 600 dollari al mese.
Le società, i truffatori e la speranza. Messo a confronto con gli stipendi dei colleghi statunitensi, che partono da un minimo di 4 mila per arrivare, in alcuni casi, fino a 15 mila dollari al mese, quello degli uomini d'Uganda fa ridere; ma non importa: queste persone farebbero comunque carte false per partire. Non sono pochi gli esempi di quelli che dopo solo un anno di lavoro in Iraq, considerato il Paese più pericoloso al mondo, sono ritornati in patria e hanno acquistato casa e aperto nuove attività commerciali. E' stato calcolato che sono circa 12 mila gli ugandesi, tra uomini e donne, impiegati a sorvegliare aeroporti, basi militari, cisterne di acqua e istallazioni petrolifere dislocate in Iraq. Secondo fonti governative ugandesi, il sistema delle rimesse costituisce attualmente il primo introito per lo stato, superando di 20 milioni di dollari l'esportazione del caffè che si attesta su un valore annuo di 70 milioni.
Le quattro società di reclutamento autorizzate dal governo - Watertight, Askar, Dreshak, Gideon's Men - provvedono alla formazione "professionale". In quello che un tempo era un campo di calcio, gli istruttori insegnano a un plotone di centinaia di uomini e donne l'uso di armi automatiche, la loro manutenzione e i rudimenti per l'auto-medicazione. Non tutti quelli che si presentano avranno poi la sicurezza di guadagnare un biglietto per l'Iraq. Solo chi risulta idoneo sarà ingaggiato. Le entrate di queste società "esportatrici di manodopera", derivano principalmente dai corsi formativi e in secondo luogo da una percentuale, generalmente intorno al 10, dedotta dal primo stipendio di coloro che vengono poi impiegati in Iraq. E poi c'è l'indotto, quello illegale. Ci sono molti truffatori che riescono a farsi pagare fino a 500 dollari promettendo viaggio e lavoro in Iraq, salvo poi sparire nel nulla. Da quelle parti, dunque, l'annuncio del presidente Usa Barack Obama di voler ritirare le truppe dall'Iraq anche prima del 2011, non deve essere stato accolto di buon grado.
Il buon affare. In Uganda, parte dell'opinione pubblica si è schierata contro il governo che permette questa forma di schiavitù moderna. Inoltre, le notizie arrivate nel Paese africano secondo cui gli ugandesi verrebbero trattati dagli americani come bestie, picchiati e sodomizzati, e che le donne sarebbero usate come oggetti sessuali, non hanno fatto che inasprire la polemica.
The Christian Science Monitor di Boston ha cercato di dare una spiegazione al boom dei contracotrs ugandesi. La guerra in Iraq, si legge in un articolo a firma di Max Delany, è il conflitto più "privtizzato" della storia. Secondo i dati forniti dal Congressional Budget Office, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha chiuso contratti con aziende private per un valore di oltre 100 miliardi di dollari. Per le multinazionali impegnate in Iraq, pescare nel bacino ugandese si è rivelato un grande affare: in quanto ex colonia della Corona, si ha a che fare con persone anglofone; la venetennale lotta con la guerriglia di Joseph Koni e la Lra (Lord's Resistence Army), rappresenta un ulteriore elemento di esperienza che gli ugandesi possono aver guadagnato sul campo. Ma soprattutto, l'elevato tasso disoccupazione e le bassissime condizioni di vita, rendono la manodopera ugandese molto conveniente. Tanto che da quando sono entrati "nel mercato", i loro stipendi hanno avuto una forza attrattiva, verso il basso, anche per gli altri. Gli indiani, per rimanere competitivi, si sono visti costretti a un taglio sui loro stipendi del 40 percento.
Nicola Sessa