Nome ufficiale: |
Republic of Uganda |
Ordinamento politico: |
Repubblica |
Governo attuale: |
Yoweri Museveni, presidente dal 25 gen. 1986 in séguito a una guerra civile e
eletto il 26 aprile dello stesso anno |
Capitale: |
Kampala |
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Superficie: |
241.040 Kmq |
Popolazione: |
25.800.000 abitanti |
Densità: |
103,7 ab./Kmq |
Crescita demografica annua: |
2,73% |
Lingua: |
Inglese, swahili, luganda |
Religione: |
Cattolica, protestante, animista, musulmana |
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Popolazione urbana: |
12,2% |
Alfabetizzazione: |
68,9% (78,8% maschi; 59,2% femmine) |
Mortalità infantile: |
8,8% |
Aspettativa di vita: |
42 anni |
Tasso HIV/AIDS: |
4,1% |
Indice sviluppo umano: |
0.493 – 146esimo su 177 stati |
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Moneta: |
Scellino ugandese |
PIL: |
6.200 milioni USD |
Ripartizione PIL: |
Agricoltura 32,4%; Industria 21,2%; Terziario 46,4% |
Crescita economica (2004):
|
5,7% |
Reddito nazionale lordo per ab.: |
250 USD/ab. |
Pop. sotto soglia povertà: |
35% |
Inflazione: |
7,9% |
Esportazioni: |
562 milioni USD |
Importazioni: |
1.252 milioni USD |
Principali risorse economiche: |
Caffè, mais, te, turismo |
Spese militari: |
170,3 milioni USD (2,74% del PIL) |
GEOGRAFIA
Situato nell’Africa
centro-orientale, l’Uganda confina a nord con il Sudan, a sud con Ruanda e
Tanzania, a est con il Kenya e a ovest con la Rep. Dem. del Congo. L’ambiente
è
inevitabilmente condizionato dalla presenza uno dei più vasti bacini idrici del
continente, costituito dai Laghi Vittoria e Albert collegati tra di loro dal
Nilo. La sovrabbondanza d’acqua fa sì che il paese sia uno dei più fertili
dell’Africa e che fornisca una costante eccedenza di derrate alimentari.
Nonostante la morfologia del paese sia sostanzialmente pianeggiante,
l’altitudine media è di circa 1.000 metri anche se le poche montagne presenti
sono quasi tutte concentrate presso il confine con il Ruanda. L’altitudine
condiziona anche il clima tropicale che viene mitigato: da dicembre a gennaio
le temperature possono arrivare al massimo fino a 29 gradi. La stagione delle
piogge va da aprile a ottobre, ma nel sud del paese può prolungarsi fino a
novembre.
STORIA
Indipendente dal 1962, la storia
dell’Uganda è una delle più travagliate del continente. La politica britannica
di “divisioni tribali” adottata durante il suo protettorato dalla Gran Bretagna
ha lasciato il segno nel paese, dando il via a una lunga serie di colpi di
stato, repressioni e purghe che hanno provocato centinaia di migliaia di morti.
L’uomo forte dell’indipendenza è
Milton Obote, un insegnante che negli anni ’50 fonda i primi movimenti politici
nel paese. Quando l’Uganda si separa da Londra però Obote decide di fare tutto
da sé, esautorando ben presto il re della tribù Buganda (quella favorita dalla
politica britannica) e trasformando il paese in una repubblica formale dove
tutti i poteri sono però concentrati nelle sue mani. Protagonista del colpo di
mano è anche Idi Amin, capo di stato maggiore dell’esercito e “braccio” di
Obote almeno fino al 1971, quando il secondo golpe nella storia del paese porta
al potere proprio Amin.
Gli 8 anni di governo del nuovo
dittatore saranno i più sanguinosi della storia del paese. Si calcola che circa
300.000 persone, classificate quasi tutte come “oppositori politici”, siano
state passate per le armi dall’esercito. Un regno del terrore vero e proprio,
aggravato dall’instabilità dei paesi vicini e dalle ondate di profughi che
periodicamente invadono il paese. Il governo di Amin è disastroso anche sotto
il profilo economico, visto che l’espulsione di massa degli Indiani (avvenuta
nel 1972) fa crollare il settore dei
commerci. Alla fine dell’era-Amin le casse dello stato sono esauste, tanto che
i soldati sono costretti a massacrare la fauna del paese per vendere pelli e
avorio e autofinanziarsi. Amin tenta un’ultima mossa diversiva, attaccando nel
1979 la Tanzania, ma la debacle militare costringe il dittatore a fuggire in
Libia e a lasciare strada ancora una volta a Obote, tornato proprio dalla
Tanzania.
Le elezioni che riportano Obote
al potere nel 1980 vengono sfacciatamente truccate e il nuovo presidente
ugandese si attiva in una politica di favoritismi alle tribù del nord,
tradizionalmente svantaggiate ma che costituiscono la maggioranza
nell’esercito. La nuova amministrazione però non migliora le condizioni di vita
della popolazione, impegnandosi solamente in una repressione sistematica del
dissenso che porterà alla morte di altre 100.000 persone in 5 anni. Le
malversazioni di Obote superano il limite e un nuovo golpe militare guidato da
Tito Okello nel 1985 apre la strada a una serie di rivolte armate che non si
sono ancora concluse.
Il traballante regime di Okello
viene infatti rovesciato appena un anno dopo dal Nra (National Resistance Army)
di Yoweri Museveni, esule dai tempi di Amin che nel gennaio 1986 conquista
Kampala alla testa di 20.000 uomini e viene legittimato tramite una sorta di
plebiscito in aprile. Museveni viene riconfermato nelle successive tre
elezioni, tutte rigorosamente senza avversari, ma la sua amministrazione è
stata impegnata da subito in una serie di guerre che hanno minato l’economia
del paese. Numerosi gruppi ribelli che hanno le proprie basi nei paesi vicini
hanno infatti provato a rovesciare Museveni dal 1988, data di inizio dei
combattimenti con il Lra (Lord Resistance Army) guidato da Joseph Kony. Le
trattative di pace tra governo e ribelli, cominciate nell'estate 2006, non si
sono ancora concluse.
Tra il 1997 e il 2002 l’Uganda è stata anche impegnata nella guerra
congolese, il conflitto più sanguinoso dalla seconda guerra mondiale. Le truppe
ugandesi hanno occupato per diversi anni l’estremità nord-orientale della Rep.
Dem. del Congo, e si sono ritirate solo nel 2002 in séguito alla firma degli
accordi di pace. L’Onu ha però più volte accusato Kampala di condizionare il
processo di transizione in Congo e di sfruttare indebitamente i traffici di
minerali preziosi presenti nel paese.
POLITICA
Forte di un vasto credito politico per essere stato il
“liberatore” dell’Uganda,
Museveni si prepara a guidare il paese almeno fino al 2011, dopo la
chiara vittoria ottenuta alle presidenziali di febbraio 2006. Il
presidente uscente è infatti stato riconfermato con il 59 percento
delle preferenze, contro il 37 percento del principale avversario,
Kizza Besigye, ex-alleato di
Museveni e già suo principale
rivale delle consultazioni nel 2001. Dopo esser stato sconfitto alle
urne
Besigye fuggì in Sudafrica temendo per la propria vita e ha fatto
ritorno nel
Paese solo nell'ottobre 2005 per poter partecipare alle elezioni nel
2006. E'
stato però subito incarcerato con le accuse di stupro e tradimento.
Accuse che molti ritengono un escamotage
di
per togliere di mezzo il rivale più pericolo dell'opposizione.
Un'ipotesi suffragata dal fatto che le accuse contro Besigye sono state
fatte cadere pochi giorni dopo la proclamazione dei risultati
elettorali.
Per lungo tempo sostenuto dagli Usa dopo aver rinnegato l’ideologia marxista,
Museveni vive però una stagione difficile visto che la fine della guerra sudanese
(in cui Kampala sosteneva i ribelli del sud) ha privato l’Uganda della funzione
stabilizzatrice nella regione. Sono così arrivate puntuali le prime lamentele
degli ex-alleati, occidentali in primis, stanchi della dittatura mascherata del
National Resistance Movement, che ha perso il monopolio politico solo nel 2005 quando un referendum ha legalizzato
l'esistenza dei partiti.
Le priorità del paese rimangono la fine della guerra con il Lra e
una conseguente politica di riconciliazione con le tribù del nord, oltre che la
ripresa economica.
SOCIETA'
Buona parte dei conflitti che
hanno insanguinato l’Uganda sono stati causati anche dalle divisioni tribali
all’interno del paese. L’appoggio dato dall’amministrazione britannica alle
tribù meridionali ha condannato quelle del nord, Acholi e Lango in particolare,
a una lunga politica discriminatoria attenuata parzialmente dall’importante
ruolo ricoperto nell’esercito. Ma dopo le persecuzioni subite sotto Idi Amin,
la
politica di riequilibrio nelle Forze Armate cominciata da Museveni dovrà essere
controbilanciata da alcune aperture per non spingere le tribù del nord a
appoggiare altre insurrezioni armate.
Nonostante sostanziali miglioramenti nella lotta all’Aids, che ora
colpisce il 4% della popolazione rispetto al 18% del 1990, le condizioni di
vita risentono pesantemente della guerra soprattutto nei distretti
settentrionali. La politica di scolarizzazione sta portando buoni risultati ma
il reddito pro-capite è ancora molto basso, il 35% della popolazione vive sotto
la soglia di povertà e il paese non occupa una posizione onorevole nell’indice
di sviluppo umano.
ECONOMIA
I successi ugandesi in economia
non devono far dimenticare che circa la metà del Pil è garantito dalle
donazioni internazionali. Proprio per questo i paesi donatori hanno adottato
una politica di maggior controllo sui conti pubblici spingendo le autorità di
Kampala a intensificare la lotta alla corruzione, vera piaga per il paese, e a
ridurre le spese militari con gran disappunto dei vertici delle Forze Armate.
L’economia si basa soprattutto sui proventi agricoli, con la produzione
di caffè che è stata affiancata da quelle di mais, pesce e fiori che hanno
permesso una diversificazione nelle esportazioni e più alte entrate. Lo
sviluppo del settore industriale e del terziario dovrà invece attendere la fine
delle guerre nella regione, quando l’Uganda potrà far pesare la sua posizione
strategica di collegamento tra l’Africa sub-sahariana e quella meridionale.
MASS MEDIA
I progressi rispetto ai regimi
del terrore di Amin e Obote sono innegabili, ma il monopartitismo mascherato di
Museveni non giova certo alla libertà di stampa. Più volte l’unico vero
quotidiano indipendente del paese, il “Monitor”, è stato chiuso per aver
pubblicato notizie scomode soprattutto riguardo le spese belliche affrontate
nel corso della guerra con il Lra.
Ciò non toglie che il giornale, assieme al filo-governativo “New
Vision”, rimanga un’autorevole fonte di informazione, testimonianza di un
controllo governativo nei confronti dei media comunque più blando rispetto ai
precedenti regimi.