scritto per noi da
Alessandro Ursic
Dove non sono arrivati i principi morali, forse ce la farà il soldo. Di fronte alla crisi economica, e appesantiti da bilanci sempre più in rosso, diversi Stati negli Usa stanno considerando proposte di legge per abolire la pena di morte, seguendo un semplice ragionamento: contrariamente a quanto pensino molti, costa più dell'ergastolo.La scorsa settimana, nel New Mexico il Congresso ha approvato il testo finale della legge che lo farebbe diventare il 15esimo Stato americano senza esecuzioni: manca solo la firma del governatore democratico Bill Richardson, in passato favorevole alla pena di morte ma ora - l'ha ammesso lui - non più così sicuro delle sue convinzioni. Altri nove Stati ne stanno comunque discutendo. In alcuni casi, come nel Colorado e nel Kansas, le proposte citano esplicitamente il risparmio per le casse statali, in caso di abolizione. Il New Jersey, che a fine 2007 è stato l'ultimo Stato a disfarsi della pena capitale, lo fece anche per ragioni economiche.
Ma perché costerebbe meno tenere in cella una persona a vita, invece di portarla nelle mani nel boia? Innanzitutto per i costi giudiziari dell'annosa sequenza di sentenze, appelli e controappelli: i procedimenti richiedono un numero extra di avvocati, specializzati in questi casi e quindi dalle parcelle più onerose. La raccolta delle prove è un'altra voce che alza il prezzo, perché un test del Dna costa più di una ordinaria analisi del sangue. Infine, anche la detenzione nel braccio della morte è più costosa di quella in una semplice prigione: i condannati vengono rinchiusi in celle individuali, in sezioni a parte dei centri di detenzione, con un maggior numero di guardie pro-capite. Se si aggiunge il fatto che dalla sentenza all'esecuzione passano anche 15-20 anni, il conto è presto fatto. Una commissione californiana l'anno scorso ha calcolato in 90mila dollari il costo aggiuntivo per ogni condannato a morte - e nello Stato al momento ci sono 667 detenuti in attesa di esecuzione. Secondo alcuni esperti, in sostanza la pena capitale costa dieci volte tanto un ergastolo."E' la prima volta che il costo rappresenta la questione prevalente nella discussione sulla pena di morte", conferma Richard Dieter, direttore del gruppo abolizionista Death Penalty Information Center. Negli anni Novanta, i primi semi del dubbio nel dibattito americano sul tema erano legati più alla possibilità - evidenziata da decine di scarcerazioni successive all'esame del Dna - di giustiziare degli innocenti, per quanto non esista ancora nessuna prova che ciò sia avvenuto. Negli ultimi tre anni, nuovi "ostacoli" alla pena di morte sono giunti da studi sul dolore provato dai condannati sottoposti a iniezione letale, il metodo usato in tutti gli Stati Usa tranne uno. In un caso, in Florida, un detenuto impiegò 34 minuti a morire. Per nove mesi le esecuzioni si sono di fatto fermate, in attesa di una sentenza della Corte Suprema (che la scorsa primavera ha poi sbloccato la moratoria, sostenendo che l'iniezione letale non costituisce "pena crudele e inusuale").
Qualsiasi ragione si voglia trovare, è un fatto che la tendenza negli Usa è quella di un declino delle condanne e delle esecuzioni: le prime sono passate dalle 284 del 1999 alle 111 dell'anno scorso, le seconde da 98 a 37. Dopo George W. Bush, che da governatore del Texas mise la sua firma su 152 condanne a morte, il nuovo presidente Barack Obama appare più tiepido sul tema: ha dichiarato di essere favorevole alle esecuzioni solo in casi estremi. Come molti politici negli Usa, Obama ha però in sostanza evitato la questione; forse anche perché conscio che il 60 percento degli americani rimane a favore della pena di morte, e specie nel sud più religioso e conservatore il consenso è ancora più alto. Ma anche se fosse un abolizionista convinto, Obama non avrebbe neanche l'autorità per scavalcare i vari Stati.