31/03/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



All'Aja la Conferenza internazionale Onu sulla guerra afgana

I ministri degli Esteri di settantadue Paesi si sono riuniti all'Aja per delineare una nuova strategia per vincere la guerra in Afghanistan. Strategia che, in realtà, è stata già decisa dagli Stati Uniti e che si può riassumere in pochi punti: invio di più truppe da combattimento, potenziamento dell'esercito afgano ed estensione del conflitto al Pakistan. Niente di nuovo, quindi, rispetto alla linea già tracciata dall'amministrazione Bush.

L'Iran è ininfluente in Afghanistan. Per camuffare la sostanziale continuità della politica Usa, l'amministrazione Obama ha creato il diversivo del coinvolgimento dell'Iran nella soluzione della questione afgana: una mossa - regolarmente enfatizzata dai mass media - più utile alla ripresa delle relazioni Usa-Iran che alla soluzione della guerra in un contesto in cui l'Iran non ha nessuna possibilità di influenza, e nessun potenziale vantaggio per sé. Teheran sa bene che l'Afghanistan non è l'Iraq, dove una popolazione per il 60 percento sciita ha fornito la base per un massiccio coinvolgimento nelle questioni interne del Paese (nel bene e nel male). Gli sciiti sono una minoranza esigua (meno del 20 percento) e marginalizzata sia in Afghanistan che in Pakistan. La guerriglia, sia afgana che pachistana, è composta da integralisti sunniti che disprezzano e gli sciiti non meno degli infedeli occidentali. Non si vede quindi quale potrebbe essere l'influenza dell'Iran in questa regione.
La risposta dell'Iran all'invito alla conferenza è stato infatti piuttosto freddo: da Teheran è arrivato in Olanda solo il viceministro degli Esteri iraniano, Mohammad Mehdi Akhoondzadeh, il quale ha subito messo in chiaro che solo il vero problema dell'Afghanistan è la presenza delle truppe occidentali e la pretesa dell'Occidente di decidere il destino degli afgani.
Ma gli Stati Uniti e la Nato non hanno nessuna intenzione di ritirare le loro truppe dall'Afghanistan. Anzi, Obama si appresta a mandare al fronte altri 21 mila soldati (ai quali entro l'anno dovrebbero aggiungersene altri) mentre il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, dichiara che non si può prevedere quanto bisognerà restare in Afghanistan.

I rischi della guerra in 'Af-Pak'. L'altra 'novità' della strategia Usa riguarda l'estensione del conflitto dall'Afghanistan al Pakistan, parte di un unico fronte di guerra per cui Obama ha anche coniato l'espressione 'Af-Pak'. Parole nuove dietro cui si nasconde solo la continuazione delle operazioni militari segrete avviate in Pakistan l'estate scorsa da Bush: incursioni di forze speciali e bombardamenti aerei che in pochi mesi hanno causato oltre 500 morti.
Obama - questa si che sarebbe una novità - vorrebbe però estendere questi raid anche all'area di Quetta e oltre, per colpire i leader della resistenza afgana e dei movimenti integralisti che secondo la Cia preparano "nuovi 11 Settembre" contro gli Stati Uniti e che minacciano la stabilità del governo pachistano alleato (e la sicurezza del suo arsenale atomico).
Sarebbe una decisione estremamente rischiosa, questa di Obama, che potrebbe accelerare, invece che evitare, una svolta integralista in Pakistan. "Per i pachistani - scriveva ieri il Wall Street Journal - i nostri raid nel loro Paese significano che l'America ha deciso di invadere un suo alleato. Portare la guerra in Pakistan significa far diventare antiamericana l'opinione pubblica locale, indebolendo il sostegno popolare al governo pachistano che consente questi raid".

 

Enrico Piovesana

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