14/01/2004
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L’odissea di Arbi, giovane benzinaio sequestrato dalla famigerata polizia speciale
Arbi, 27 anni, gestisce una pompa di benzina alla periferia di Grozny.
Un pomeriggio di circa due mesi fa gli agenti della polizia speciale
del regime filo-russo di Kadyrov hanno fatto irruzione nel suo
ufficio-baracca. Gli hanno preso il passaporto e poi lo hanno portato
via e caricato su un’auto che aspettava fuori. “Appena salito in
macchina uno di loro mi ha detto che secondo le informazioni in loro
possesso io ero un ribelle, che combattevo contro il presidente
Kadyrov”.
Dopo un breve viaggio, l’auto si è fermata davanti a una casa
abbandonata, nel villaggio di Gil Gen. “Mi hanno portato dentro e hanno
iniziato a picchiarmi con una spranga, ordinandomi di parlare, di
confessare le mie colpe. Io ho detto che avevo combattuto la prima
guerra d’indipendenza (quella del 1994-1996, n.d.r.), ma che adesso me
ne stavo a casa. Allora i sei poliziotti hanno preso i loro
Kalashnikov, hanno smontato i caricatori e, usando i fucili come mazze,
mi hanno colpito ai reni, con forza, senza sosta, per almeno un quarto
d’ora, ordinandomi di confessare e di fare i nomi di altri ribelli se
non volevo rimanere storpio. Alla fine, mezzo morto, mi hanno
ricaricato in macchina e portato all’ospedale, dove i medici mi hanno
detto che i miei reni avevano subito gravi danni”.
Arbi è rimasto in ospedale per vari giorni. Ogni tanto i poliziotti
tornavano per interrogarlo. Ma lui non aveva niente da dire. Così, un
giorno, gli agenti sono arrivati e, senza proferire parola, lo hanno
portato via di nuovo. “Ero terrorizzato: avevo paura che mi volessero
consegnare ai russi. Ma loro mi hanno detto che mi stavano portando nel
villaggio di Hosi Yurt, il che non mi ha tranquillizzato affatto”.
Per Arbi, come per tutti i ceceni, questo nome fa rabbrividire. Hosi
Yurt, a pochi chilometri da Tsentaroi, la roccaforte del presidente
Kadyrov, è un covo di suoi fedelissimi, sede di un centro di detenzione
dove chiunque sia sospettato di sostenere gli indipendentisti viene
interrogato e torturato per giorni. Se sopravvive, viene rilasciato
dietro riscatto. “Conoscevo storie tremende su quel posto: persone
picchiate con le spranghe per quaranta giorni di fila, costrette a
tenere le mani su un tavolo mentre gli aguzzini gli schiacciavano le
dita con un martello”.
Nei giorni successivi Arbi ha avuto modo di verificare la fondatezza di
queste voci e di conoscere di persona il terrore di tutti i ceceni: il
capitano Ramzan, figlio del presidente Kadyrov nonché capo della
polizia speciale, la famigerata milizia privata di 4 mila ceceni
‘collaborazionisti’ (o ‘traditori’ come li chiamano i ceceni) creata lo
scorso ottobre dopo l’elezione-farsa organizzata da Mosca che ha
portato al potere Akhmad Kadyrov. Il loro compito è fare quel ‘lavoro
sporco’ che il presidente russo Vladimir Putin non vuole più far fare
ai militari russi: rastrellamenti, torture, esecuzioni extragiudiziali,
insomma tutto quello che il Cremlino chiama ‘operazioni di pulizia’ o
‘operazioni antiterrorismo’ volte a ‘stabilizzare’ la Cecenia. La
chiamano “cecenizzazione del conflitto”, nel senso che non ci sono più
russi contro ceceni, ma ceceni filo-russi contro ceceni
indipendentisti.
Arbi è stato portato nei sotterranei di un edificio di cemento. “Mi
hanno chiuso in una cella assieme ad altri tre uomini. Ci hanno
ordinato di metterci in fila lungo il muro, sull’attenti. Dopo un po’ è
entrato lui, Ramzan. Ci ha chiesto se sapevamo chi fosse lui. Gli altri
sono rimasti in silenzio, terrorizzati. Io, con il massimo rispetto, ho
risposto che sì, lo sapevo. A quel punto lui mi ha colpito alla testa
per poi sferrarmi un violento calcio all’inguine. Sono caduto a terra.
Le guardie che lo accompagnavano si sono avventate su di me e hanno
iniziato a picchiarmi e a prendermi a calci. Mi hanno rotto il naso”.
Per tre giorni Arbi è stato malmenato e torturato. Ramzan non si è più
fatto vedere. Il suo inferno è finito quando i suoi familiari sono
riusciti a pagare il riscatto chiesto per la sua liberazione: tre
fucili Kalashnikov, recuperati tramite conoscenze in polizia.
Arbi, che oggi, seppur malconcio, è tornato a gestire la sua pompa di
benzina a Grozny, è stato tra le prime vittime dell’ondata di violenza
repressiva scatenata da Kadyrov. Una violenza che colpisce
indiscriminatamente i civili ceceni di orientamento indipendentista
(praticamente tutti), anche se non hanno nulla a che fare con la lotta
armata dei ‘terroristi’ della guerriglia islamica separatista guidata
dall’ex presidente Aslan Mashkadov e dal comandante Shamil Basayev. Per
il regime filo-russo di Kadyrov tutti i ceceni sono potenziali
‘ribelli’. “Non è sempre stato così – dice Arbi –. La guerra non è una
novità ma la violenza indiscriminata contro la popolazione non ha mai
raggiunto i livelli di oggi. Questo è il periodo più brutto degli
ultimi anni. Le cose sono peggiorate dopo l’elezione di Kadyrov. Il suo
brutale regime è solo l’ultima versione dell’occupazione russa, alla
quale i ceceni non smetteranno mai di resistere. Penso che un giorno il
nostro Paese sarà libero: fino ad allora nessuno si rassegnerà”.
Enrico Piovesana