22/01/2004
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La storia di Aslan, ceceno di 14 anni, vittima innocente della guerra
Aslan ha 14 anni. Vive nel villaggio di Kalinovskaya, nel distretto di
Naur. Lo scorso 30 dicembre stava giocando per la strada con i suoi
amici. Per terra ha visto un oggetto luccicante: un accendino Zippo.
Ovviamente non ha resistito e lo ha raccolto. Lo ha aperto e gli è
esploso in mano. Tutto il villaggio ha sentito l’esplosione correndo in
strada. Aslan era a terra, steso in un lago di sangue. Sembrava morto.
Sua madre non riusciva a fare altro che piangere. Suo padre non ha
perso tempo: ha caricato Aslan sulla macchina di un amico ed è corso
all’ospedale di Naur. Lì lo hanno operato d’urgenza, ma un’ora dopo il
piccolo era steso sul lettino, senza una mano e senza un occhio.
Poco dopo è arrivato in ospedale un ufficiale dell’esercito russo. E’
venuto dritto da Aslan, per spiegare a suo padre come erano andate le
cose. “Suo figlio fa parte di una fazione armata ribelle ed è rimasto
ferito mentre stava piazzando una mina. Quindi è in stato di arresto e
ora lo portiamo via”. I genitori e i parenti di Aslan, arrivati nel
frattempo, insorgono contro il militare, costringendolo a lasciare
Aslan in ospedale. Il russo alla fine accetta, ma specificando che il
ragazzino è comunque in stato d’arresto e che quindi rimarrà in
ospedale piantonato dai militari.
L’ufficiale se ne va, per ripresentarsi pochi giorni dopo, quando in
ospedale arriva una bambina di sei anni, senza mani. Anche lei aveva
raccolto un accendino. Questa volta il russo non ha avuto il coraggio
di accusarla: era troppo piccola. Forse per vergogna, ha ordinato ai
suoi uomini che stavano di guardia ad Aslan di venire via.
Accendini, giocattoli, penne, palline da tennis. La fantasia assassina
delle forze russe d’occupazione non ha limiti. Come la fatale curiosità
dei bambini sulla quale fa affidamento. Nessun ordine dall’alto, nessun
disegno lucidamente premeditato. Gli ufficiali chiudono un occhio e
coprono i loro uomini. Ma sono questi ultimi che, dopo mesi e mesi di
servizio sul fronte afgano, si trasformano in efferati assassini di
uomini, donne e bambini.
Sono questi atti, così come gli stupri delle donne, le torture e le
esecuzioni e sommarie di civili che danno modo agli indipendentisti
ceceni di accusare i russi di ‘genocidio’ del loro popolo. E, quel che
è peggio, sono queste cose che danno ai comandanti della guerriglia
separatista il pretesto per giustificare il terrorismo contro i civili
russi come legittimo strumento di resistenza. Occhio per occhio, dente
per dente. Tra questi c’è, purtroppo, il comandante supremo della
resistenza cecena, Shamil Basayev, principale sostenitore di questa
strategia, come dimostrano gli ultimi attentati condotti anche in
territorio russo. A questa linea si oppone il capo politico della
guerriglia indipendentista, l’ex presidente ceceno Aslan Mashkadov,
evidentemente con poco successo.
Nonostante la propaganda russa sulla ‘pacificazione’ e la
‘normalizzazione’ della situazione cecena, e nonostante l’embargo
totale imposto dal Cremlino alla stampa mondiale (le grandi agenzie
internazionali non battono una riga sui combattimenti quotidiani), la
guerra in Cecenia entrata nel suo quinto anno (se non si calcola la
guerra del ’94-’96) con la stessa intensità di sempre e con un bilancio
di circa centomila morti, in maggioranza ceceni.
Usman, 37 anni, comandante di una piccola cellula di guerriglieri nel
distretto di montagna di Achkhoi-Martan, dà la sua visione della
situazione. “L’esercito russo le ha provate tutte negli anni scorsi, ma
ha fallito. Ormai c’è una postazione russa in ogni villaggio del paese,
ma questo non ha cambiato niente. L’occupazione completa di un
territorio non significa la vittoria sul nemico. La storia dimostra che
mai nessun esercito è riuscito a sconfiggere un movimento partigiano.
La nostra guerra di resistenza continua senza sosta nelle regioni
montuose del sud e nelle principali città del nord, Grozny in testa. Il
nostro bollettino della 227esima settimana di guerra parla di 56
invasori uccisi, di cui 11 traditori ceceni, cinque blindati, due
camion e quattro veicoli russi distrutti. Con i miei uomini conduciamo
ogni giorno operazioni contro i russi: imboscate, agguati con
mine-anticarro, atti di sabotaggio”.
Vitaly, 31 anni, caporale dell’esercito russo, conferma le parole di
Usman, smentendo la propaganda del presidente Vladimir Putin. “La
guerra non è finita. Non passa giorno senza un agguato o un attacco,
senza che qualcuno di noi rimanga ucciso dai ribelli. Non ci sono più
battaglie campali come prima del 2000 ma questo non significa che le
cose vadano meglio. Anzi. Questa è diventata una vera e propria guerra
partigiana condotta da piccoli gruppi, più pericolosi di un esercito
regolare perché più imprevedibili e difficili da localizzare e
neutralizzare. Questa situazione può andare avanti per anni, come è
successo in Afghanistan”.
Usman, il ceceno, sembra pensarla allo stesso modo. “La guerra durerà
finché i russi non se ne andranno. Noi non abbiamo fretta”.
Lui no, ma gran parte della popolazione cecena, stremata dalla guerra,
non ne può più. Secondo Murad Mashkhoev, analista politico ceceno
indipendente, “molti non capiscono più quello che succede e non pochi
iniziano a pensare che tra comandi russi e comandanti ceceni vi sia una
collusione, o almeno una convergenza d’interessi nel proseguimento
della guerra, come spesso accade in tutte le guerre che durano da
anni”.
Enrico Piovesana