Ci sono storie che proprio non si vogliono raccontare. La storia corre in fretta, senza guardarsi indietro. Il 9 giugno 1999, dieci anni fa, finivano i bombardamenti della Nato sulla Serbia. Da allora tante cose sono cambiate, al punto che per alcuni stati il Kosovo non è più una provincia serba a maggioranza albanese ma uno stato indipendente.
Kosovo graffiti. Il conflitto in Kosovo ebbe inizio il 24 marzo 1999 e terminò il 9 giugno dello stesso anno, con l'accordo di pace firmato a Kumanovo. La Nato decise di intervenire per porre fine a quella che ritenne una pulizia etnica perpetrata dal governo serbo contro gli albanesi in Kosovo.
Per 77 giorni i bombardieri Nato, inquadrati nell'operazione Allied Force, martellarono obiettivi militari in Serbia e in Kosovo. Come in tutte le guerre, però, ci sono gli effetti collaterali: il il 5 aprile un missile Nato mancò l'obiettivo ad Aleksinac e uccise 17 civili, il 12 aprile la Nato colpì per errore un treno di civili a Grdelica e ne uccise 55. Due giorni dopo, a Djakovica, sempre per errore, venne colpita una colonna di profughi: 75 morti. Un altro errore il 23 aprile, quando venne colpita la sede della tv a Belgrado e morirono 10 persone, mentre il 27 venne colpita una casa a Surdulica e rimasero uccise venti persone. Poi una corriera a Pristina il il 1 maggio: 47 morti. Il 7 maggio vennero colpiti, per sbaglio, l'ospedale civile e il mercato di Nis: 20 morti. Il giorno dopo venne centrata l'ambasciata della Cina a Belgrado e morirono tre persone. Il 13 maggio una bomba Nato colpì un campo profughi a Korisa uccidendo 87 persone. Furono 20 le vittime del bombardamento dell'ospedale di Surdulica. Una lunga catena di lutti, ormai dimenticati.
Un passato che non passa. Amnesty International, però, non ha dimenticato. In occasione dell'anniversario ha voluto tornare a occuparsi di quelle ''circa 1900 famiglie tra Kosovo e Serbia che ancora non hanno informazioni sul destino o sulle spoglie dei loro parenti dispersi'', come ha spiegato Sian Jones, la ricercatrice di Amnesty in occasione della presentazione di Seppellire il passato: 10 anni di impunità per le sparizioni forzate e i rapimenti in Kosovo, l'appello dell'organizzazione non governativa rivolto a tutti gli attori coinvolti nella vicenda. I governi di Serbia e Kosovo, l'Unione europea e la sua missione civile in Kosovo Eulex. Amnesty chiede all'Ue che vengano stanziate risorse adeguate per sostenere i tribunali che lavorano ai casi dei desaparacidos del conflitto del 1999 e per mettere in cantiere programmi di protezione dei testimoni dei crimini commessi durante il conflitto. ''Un sostegno che deve essere politico, non solo economico'', ha concluso Jones.
I dati di Amnesty sono eloquenti: sono almeno 3mila gli albanesi del Kosovo spariti nel nulla durante il conflitto, per mano di polizia, esercito e milizie paramilitari serbe. A questi vanno aggiunti gli almeno 800 tra serbi, rom (che le milizie albanesi ritennero alleati dei serbi) ed esponenti di altre minoranze etnico - religiose che finirono nelle mani dell'Uck, la milizia albanese del Kosovo.
Pace e giustizia. Un rapporto di 82 pagine, dettagliato e approfondito, che diviene un atto di accusa verso gli investigatori di Unmik, la missione Nato che dopo la fine dei bombardamenti venne dispiegata in Kosovo con l'ordine di vigilare sull'ordine pubblico e di indagare anche sui desaparecidos. Amnesty lo ha fatto, raccogliendo testimonianze e denunce, di persone che hanno paura di parlare per timore di ritorsioni. L'ong ha raccolto comunque una serie di storie che dipinge un puzzle fatto di esumazioni non documentate, documenti smarriti, ingerenze politiche nel sistema giudiziario, inchieste insabbiate e una pletora di soggetti inquirenti coinvolti che ha finito per vanificare gli sforzi delle indagini. Un muro di gomma, che ha privato i parenti dei desaparecidos del diritto di avere accesso alle informazioni sulle inchieste in corso. Una coltre è calata sul destino di almeno 3800 persone, generando un buco nero nella storia di quel conflitto. Un buco nero nel quale sono precipitati luoghi come la fonderia di Mackatica, dove sarebbero stati cremati centinaia di civili albanesi, oppure la famigerata 'casa gialla' nei pressi del villaggio di Burrel, dove circa 300 serbi sarebbero stati uccisi e privati degli organi. Un buco nero nel quale i parenti delle vittime aspettano, dopo dieci anni, di poter guardare. Per dimenticare in pace.
Christian Elia