La repubblica serbo-montenegrina si trova in Europa sud orientale, e confina con sette stati: Albania, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Ungheria, Macedonia, Romania. Ha uno sbocco sul mare Adriatico e controlla una delle vie di terra più importanti che collegano l’Europa occidentale alla Turchia e al Vicino Oriente. Presenta un territorio estremamente vario: al nord, ricche pianure fertili; a est, giacimenti di pietra calcarea; a sud est, le propaggini occidentali dei Balcani; a sudovest, le Alpi Albanesi (la cui cima maggiore è il Monte Dravica, 2.656 m) e una costa rocciosa alta senza isole nelle sue acque territoriali. Il territorio è attraversato dal Danubio, in cui confluiscono i fiumi Tibisco, Morava e Sava.
Nel 1918 si forma il Regno di Serbi, Croati e Sloveni, il cui nome viene mutato
in Jugoslavia nel 1929. Nel 1941 il Paese viene invaso dalla Germania nazista,
e si crea una resistenza di vari gruppi paramilitari che, oltre a combattere l’invasore,
si scontrano tra di loro. Il gruppo comandato dal maresciallo Josip Broz Tito
prende il controllo del Paese dopo la liberazione nel 1945. Il suo nuovo governo
apre una fruttuosa “terza via” ai due blocchi della guerra fredda, pur rimanendo
di stampo comunista: all'inizio del 1946 nasce la Repubblica Federativa Popolare
di Jugoslavia. In questo modo Tito, con la sua autorità, riesce a far convivere
le diverse etnie presenti sul territorio, favorendo l'intreccio delle persone
e dei popoli in una società multietnica. Il comandante muore il 4 maggio 1980
e da quel momento inizia un processo di lacerazioni e conflitti etnici della Repubblica
federale.
Nel 1989 il neo-eletto capo dello Stato postcomunista serbo Slobodan Milosevic
abolisce lo statuto autonomo della provincia del Kosovo a suo tempo decretato
da Tito. All’inizio degli anni ’90 cominciano ad evidenziarsi le divisioni etniche
all’interno della popolazione presente sul territorio: nel ’91 si dichiarano indipendenti
Slovenia, Croazia, Macedonia; segue la Bosnia Erzegovina nel 1992.Sempre nel ’92 Serbia e Montenegro proclamano la nascita di una nuova “Repubblica
federale di Jugoslavia” (FRY) e nello stesso anno sotto al presidente Milosevic
la Serbia compie una serie di interventi militari nell’intento, non riuscito,
di riunire gli stati confinanti in una “Grande Serbia”. Nel 1999 espulsioni di
massa degli albanesi residenti in Kosovo ad opera delle forze della FRY e dei
paramilitari serbi provocano una risposta internazionale: il bombardamento della
Serbia da parte della Nato con 78 giorni di raid aerei, e l’instaurarsi di missioni
di peacekeeping nella provincia kosovara.
Le elezioni federali nell’autunno 2000 provocano la caduta di Milosevic e acclamano
il democratico Vojislaav Kostunica come presidente. Milosevic viene arrestato
nel 2001 e trasferito all’Aja per essere processato dal Tribunale Penale Internazionale
per crimini contro l’umanità. Nel 2001 il paese viene di nuovo accettato nelle
organizzazioni delle Nazioni unite sotto il nome di Jugoslavia. Dal giugno ’99
il Kosovo è governato dall’Unmik (UN interim administration in Kosovo) in seguito
alla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza.
In Montenegro il decennio di Milosevic provoca una profonda spaccatura fra indipendentisti
e filo-serbi, causa di una lunga instabilità politica che si risolve solo con
le elezioni legislative del 2002. Nel 2002 i componenti serbi e montenegrini avviano
negoziazioni che hanno come frutto un’entità federale più “leggera” con il nuovo
nome di “Serbia e Montenegro”, divenuto quello attuale nel febbraio 2003.
Nel giugno del 2004 le elezioni presidenziali sono state vinte dal
democratico Boris Tadic, che governerà il Paese per cinque anni. Tadic
ha battuto di stretta misura il candidato ultra-nazionalista Tomislav
Nikolic che ha ottenuto il 45, 4 percento delle preferenze rispetto al 53, 24
percento
del nuovo presidente.
Il 21 maggio 2006, con il 55,5 percento delle preferenze dei
votanti, un referendum popolare ha sancito che il Montenegro si è
separato dalla Serbia. Il governo di Belgrado, come misura simbolica
quanto scarsamente efficace, sottopone alla popolazione un referendum
per la modifica della Costituzione. Il nuovo testo ruota attorno a un
concetto fondamentale: il Kosovo è parte integrante e inalienabile
della Serbia. Il 28 ottobre i serbi votano in massa per la riforma, ma
il 2 febbraio 2007 l'inviato speciale delle Nazioni Unite per il Kosovo
Maarti Athisaari presenta il piano Onu per il destino del Kosovo. E
come tutti si attendevano, anche se la parola non viene mai utilizzata,
si concede alla regione serba a maggioranza albanese un'autonomia
enorme.I vertici di Belgrado rifiutano il piano, ma il destino del
Kosovo sembra segnato.
Il corso democratico instaurato nel 2000 con la presidenza di Voijslaav Kostunica
deve fare i conti con alcune pesanti eredità lasciate dal decennio nazionalista
di Milosevic. In particolare le spinte indipendentiste nel sud serbo a maggioranza
albanese, e la questione ancora irrisolta dello status del Kosovo. Tre elezioni
presidenziali sono fallite negli ultimi anni per la mancanza del necessario quorum
di votanti: ciò è dovuto alla disillusione dell’elettorato alimentata da numerosi
scandali per corruzione che hanno investito il mondo della politica e dall’instabilità
generale.
Ad accrescere la sfiducia verso le istituzioni ha contribuito anche l’assassinio
del 12 marzo 2003 del premier Djindic per una congiura fra forze nostalgiche,
cosche criminali e servizi segreti deviati. L’attentato ha messo in luce persistenti
legami fra criminalità e mondo politico. L’equilibrio si è rivelato ancora precario
con le elezioni legislative repubblicane del 28 dicembre 2003, che hanno visto
una decisa vittoria del partito radicale dell’ultranazionalista Voijslaav Seselij,
sotto processo al tribunale penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra
nella ex Jugoslavia.
Alle elezioni è seguito un lunghissimo interregno che si è concluso solo nel
marzo 2004 con la nascita di un nuovo governo guidato da Kostunica e passato per
soli quattro voti al parlamento. Ambigue le dichiarazioni programmatiche sul Kosovo,
del quale si chiede la cantonalizzazione, e soprattutto l’appoggio esterno dato
all’esecutivo dal Partito socialista di Slobodan Milosevic.
I risultati delle ultime elezioni parlamentari nel dicembre 2003 segnalano una
forte componente di nazionalismo presente nella società civile serba. Alle urne
ha infatti trionfato il radicale ultranazionalista Voijslav Seselj, con promesse
che ricalcano quelle di Milosevic nei primi anni '90: l'ideale imperialista di
"Grande Serbia", il dominio sul Kosovo, il rifiuto dei processi agli ex criminali
di guerra all'Aja.
La povertà diffusa e la generale disillusione verso la politica sono due caratteristiche
che attraversano la popolazione, eternamente divisa fra la maggioranza serba e
gli albanesi, che si concentrano nella parte meridionale del Paese. La questione
del Kosovo rimane uno dei fattori di tensione più rilevanti: la regione a maggioranza
albanese rispecchia in pieno la divisione etnica che attanaglia i Balcani.
Un lungo periodo di sanzioni economiche e i danni alle infrastrutture e all’industria
durante la guerra hanno praticamente dimezzato la ricchezza del paese rispetto
al 1990. Grazie ad aiuti dall’estero, compresa la ri-negoziazione del debito iugoslavo
da parte degli Stati creditori e la ripresa di investimenti stranieri, si è registrata
nel 2001-02 una rapida crescita dell’economia. I principali partner commerciali
di Belgrado sono Germania e Italia, anche per la compatibilità di sistemi economici:
l’unione serbo-montenegrina punta sulla piccola media impresa, punto di forza
dell’economia italiana.
La disoccupazione rimane tuttavia elevata e i livelli salariali bassi, con un’inflazione
ancora troppo alta. Alcuni osservatori ritengono che se gli investimenti stranieri
continuano ad aumentare il paese potrebbe entrare in una fase di forte sviluppo.
Il Montenegro mantiene la sua economia separata da quella Serba e ha adottato
una valuta parallela (il marco tedesco, mentre la Serbia conserva il dinaro),
si amministra da solo e ha le proprie entrate doganali. Il Kosovo dipende ancora
dalla comunità internazionale per assistenza tecnica e finanziaria: la provincia
rimane amministrata dalla missione delle Nazioni Unite in Kosovo (Unmik) e ha
come monete ufficiali sia l’euro che il dinaro. Il territorio dell’unione serbo-montenegrina
costituisce un punto cruciale nel flusso di eroina proveniente dall’Asia sudorientale
verso l’Occidente.
Nonostante i passi avanti verso la democratizzazione del sistema mediatico, casi di controllo e interferenza della politica sui media sono ancora all'ordine del giorno. Vi è però una serie di enti e organizzazioni che lavorano a favore di un'informazione corretta e indipendente. Da citare, il lavoro della radio indipendente B92 e Aim, Alternativna Informativna Mreza. Questa rete di informazione alternativa nata circa dieci anni fa si è fatta carico di ripristinare la circolazione e gli scambi di informazioni nelle repubbliche ex jugoslave. Si distingue per la sua oggettività e multietnicità, colmando in questo modo quello spazio vuoto nell'informazione causato dalla guerra del '99.