24/07/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Si elegge il Presidente e il Parlamento della regione autonoma: sfida al clan Barzani

Oggi, 25 luglio, due milioni e mezzo di elettori si recheranno alle urne per rinnovare il Parlamento autonomo regionale e per eleggere il presidente del Kurdistan iracheno.Per la prima volta il presidente verrà eletto dal popolo, in quanto quello attuale, Massud Barzani, venne nominato dal Parlamento nel 2005.

Si vota nelle province di Sulaimaniya,  di Arbil e  di Dohuk. Non ci saranno invece elezioni nella provincia di Kirkuk e nei distretti di Niniveh e Diala, nonostante siano a maggioranza curda. Si voterà secondo la legge elettorale del Kurdistan, al centro di velenose polemiche, votata a febbraio scorso. La norma determina che undici dei 111 seggi che compongono l'assemblea siano riservati alle minoranze non curde: cristiani, assiro-caldei-aramei e turkmeni otterranno rispettivamente cinque seggi, mentre il piccolo gruppo degli Armeni ha diritto a un seggio. I rappresentanti della minoranza religiosa degli yezidi e dei curdi feili accederanno al parlamento regionale attraverso le liste curde, in quanto le quote sono state riservate su base etnica e non religiosa. Alle donne dovrebbe essere riservato il 30 percento dei seggi.

La commissione elettorale indipendente dell'Iraq ha comunicato che si presentano alle elezioni 24 partiti o alleanze di partiti. I due partiti attualmente al potere, il Partito Democratico del Kurdistan (Pdk) e  l'Unione Patriottica del Kurdistan (Puk) si presentano insieme. Resta vivo, dunque, lo spirito di santa alleanza che unisce i due schieramenti che, dopo aver combattuto contro il regime di Saddam Hussein, diedero vita a una guerra civile dopo che la Prima Guerra del Golfo aveva istituito la No Fly Zone sulla regione. Liberi dalla repressione di Baghdad, i due leader storici Barzani (Pdk) e Jalal Talabani (Puk) si diedero battaglia per il controllo del Kurdistan iracheno, fino a quando si resero conto che era meglio spartirsi i proventi dei ricchi affari che il nuovo status del Kurdistan iracheno, petrolio compreso, prometteva. Da quel momento, simboleggiato dalla contemporanea presenza dei due leader in ogni foto, dove prima apparivano separati, i due vanno d'amore e d'accordo: Barzani è presidente del Kurdistan, a Talabani è toccata la presidenza dell'Iraq.

A questo granitico blocco di potere si oppongono  quattro candidati, ma sembra che i rivali di Barzani possano puntare su un uomo solo che avrebbe più possibilità di sconfiggere l'attuale presidente e il suo clan, accusato da tutti i candidati di corruzione.I rivali sono Halo Ibrahim Ahmed, esponente di punta del Pdk, fuoriuscito negli anni Sessanta per scontri con il padre di Barzani. Esule in Gran Bretagna prima e in Svezia poi, è tornato in patria dopo il 1991. Aderì al Puk di Talabani, ma abbandonò anche questo partito nel 2008 fondando il partito Progresso. Altro candidato, che ha parlato della candidatura unica, è l'intellettuale Kamal Mirawidly. Scrittore e docente universitario, era il presidente del Kurdistan Workers Union  quando venne arrestato alla fine degli anni Settanta dagli sgherri di Saddam. Rilasciato scappò a Londra, dove diventò il punto di riferimento degli oppositori curdi in esilio in Gran Bretagna. Mirawidly non ha un partito, ma è un candidato indipendente. Gli ultimi due candidati sono l'imprenditore Ahmed Mohammed Rasul e l'agronomo Hussein Garmiyani.

Se la corruzione dei gruppi di potere rappresentati dai partiti Puk - Pdk è il tema centrale, non mancano anche altri motivi di scontento della popolazione che fanno sperare in un risultato positivo i candidati dell'opposizione. Il simbolo delle promesse non mantenute dal governo autonomo è stata la rivolta della popolazione di Halabja, città martire curda, dove migliaia di persone vennero sterminate dai gas di Saddam nel 1988. Durante la cerimonia ufficiale del 2006, la popolazione bruciò il monumento commemorativo e attaccò i leader sul palco. Diritti umani violati, censura e affarismo sono stati un punto debole per l'attuale esecutivo. La posizione di quest'ultimo è complicata dalla tensione interna rispetto alla presenza dei guerriglieri curdi sui Monti Qandil. Il Partito Curdo dei Lavoratori (Pkk) e il Partito della Vita Libera in Kurdistan iraniano (Pjak) combattono, rispettivamente, il governo turco e quello iraniano, utilizzando il Kurdistan iracheno come retrovia. Turchia e Iran, da più di un anno e mezzo, sono arrivati anche a bombardare la regione, accusando il governo autonomo di non fare abbastanza per limitare le incursioni dei guerriglieri. Barzani e Talabani si libererebbero volentieri del Pjak e del Pkk, perché sono molto più interessati agli affari. Solo che il timore di una rivolta popolare, solidale con i curdi sparsi in altri paesi, non li lascia agire liberamente.

Ultimo grande nodo resta la questione di Kirkuk, città mista e ricca di giacimenti di petrolio. Secondo l'attuale Costituzione irachena dovrebbe essere un referendum a stabilire l'annessione o meno di Kirkuk alla regione del Kurdistan, ma anche l'Onu ormai sembra convinta che non sia questa la strada percorribile. I curdi erano la maggioranza, ma Saddam 'arabizzò' la città, dove i curdi son tornati in massa nel 2003 compiendo una vera a propria pulizia etnica. A Kirkuk non si vota, in attesa di una soluzione che più passa il tempo meno sembra si possa trovare in via pacifica.Sul tavolo, per il momento, resta anche la questione dei cristiani che temono di essere rinchiusi in un enclave. Il voto rischia di essere un plebiscito per Barzani e il suo clan, nel bene e nel male. Questo, però, se il voto sarà trasparente, cosa della quale in pochi sono convinti.

Christian Elia

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