L'articolo di Gaiani reca il sottotitolo 'Cronaca di una tavola rotonda organizzata da Emergency e Peacereporter: informazione sempre a senso unico'
Così a senso unico che al dibattito erano stati invitati a parlare due noti pacifisti antimilitaristi come Gianandrea Gaiani e il generale Fabio Mini.
....il video presentato da Enrico Piovesana che ha intervistato alcuni civili feriti durante gli scontri a Helmand. Una buona parte di essi accusano le forze internazionali di averli colpiti, altri invece ammettono di essere stati vittime dei talebani ma attribuiscono la colpa delle loro disgrazie sempre alle forze alleate, la cui presenza ha scatenato l'azione degli insorti. Nessuno tra i tanti feriti che vengono medicati all'ospedale di Emergency è almeno un po' arrabbiato con i talebani? Eppure proprio in quella provincia i miliziani colpiscono più duro obiettivi militari e civili. Possibile che nessuno da quelle parti ne abbia le tasche piene dei miliziani del Mullah Omar?
Perché si scrive che i feriti ricoverati nell'ospedale di Emergency a Lashkargah "accusano" la Nato di averli colpiti o "ammettono" di essere stati vittima dei talebani, sottintendendo che nessuno di loro è stato veramente ferito dalle forze d'occupazione e che quindi sono tutti dei bugiardi o dei fiancheggiatori dei talebani? Perché la versione dei fatti fornita dagli afgani deve sempre essere considerata aprioristicamente inattendibile?
E’ così inconcepibile che una popolazione che da otto anni vive sotto occupazione militare straniera, soffrendo bombardamenti, combattimenti e rastrellamenti e non avendo vista mantenuta nessuna delle promesse fatte dagli invasori (sicurezza e benessere in particolare), sia più "arrabbiata" con le truppe d'occupazione che con i miliziani che resistono contro di esse? Che ne abbia "le tasche piene" degli stranieri che hanno invaso il paese più che dei guerriglieri che cercano di cacciarli?
Cosa ci si può aspettare da una popolazione storicamente allergica alla dominazione di stranieri di lingua, cultura e religione diversa?
Non è normale che gli afgani si riconoscano maggiormente nei miliziani che provengono dalla loro gente e di cui condividono lingua, usi, costumi e valori (che sono ordine e rispetto della tradizione tribale e religiosa, non democrazia e uguaglianza dei diritti: concetti alieni e incomprensibili per l’afgano medio)?
Ognuno dei feriti intervistati nel video incriminato ha vissuto il suo personale dramma, che lo ha segnato nel corpo e nello spirito, portandolo ad avere la sua individuale, concreta e non ideologica visione della guerra e a individuare, nella pratica, i responsabili della sua sofferenza.
Chi è stato ferito nei bombardamenti delle forze straniere se la prende, naturalmente, con queste ultime.
Chi è rimasto vittima degli attentati degli insorti contro le truppe d'occupazione riconosce, lucidamente, nella presenza di queste forze la causa di questi attacchi che, altrimenti, non avverrebbero. Difficile confutare questo ragionamento (la stessa Nato riconosce il legame causa-effetto 'più truppe, più attentati', come si vede in questo video Isaf al minuto 1:46)
Chi è rimasto ferito nel fuoco incrociato tra talebani e truppe Nato coglie, saggiamente, la vera essenza della guerra, così bene riassunta in quel detto centroafricano che recita: "Quando gli elefanti combattono, sono i fili d'erba a soffrire".
Il video, che potrebbe essere tranquillamente distribuito dall'ufficio stampa talebano, ha costituito un buon pretesto per sostenere la tesi che in Afghanistan la gran parte dei civili uccisi è stata colpita dalle truppe alleate. Tesi ardita, confutata dai dati delle agenzie internazionali e che può essere tenuta in piedi solo dalla considerazione, tutta da provare, che molti talebani uccisi fossero in realtà non combattenti. Per la cronaca gli ultimi dati della Missione Onu rivelano che nei primi sei mesi del 2009 sono morti in guerra 1.013 civili dei quali solo 200 colpiti per errore dalle forze alleate, mentre i talebani uccidono quasi sempre con consapevolezza considerando le rappresaglie e gli attentati suicidi che solitamente conducono contro la popolazione. (...) Non è possibile accettare passivamente le speculazioni sulle vittime civili dei raid alleati, quasi sempre gonfiate da interessi locali per i risarcimenti in denaro e da una propaganda talebana che gode di fin troppo credito da noi.
Premessa: la distinzione tra civili afgani vittime della Nato o degli attacchi talebani è questione di lana caprina, visto che sono tutti vittime di una guerra scatenata dall'Occidente.
Detto questo, "per la cronaca" va detto che, secondo il bollettino della Missione Onu in Afghanistan (Unama) per la prima metà del 2009, i civili uccisi "per errore" dalle forze alleate non sono "solo 200" (questi sono quelli vittima dei bombardamenti aerei della Nato) ma forse il doppio: 310 civili uccisi dalle "forze internazionali e afgane" (tutte le operazioni militari dalle forze armate afgane, come ricordato dallo stesso Gaiani nel dibattito di Firenze, sono condotte assieme alle truppe d'occupazione straniere) più altri 108 civili morti nel corso di combattimenti, non si sa se per mano degli insorti o delle truppe Nato o governative.
Il problema è che le Nazioni Unite, sotto la cui egida è avvenuta l'invasione dell'Afghanistan nel 2001 e che continuano a legittimarne legalmente l'occupazione militare straniera, non sono affatto un osservatore imparziale, né, quindi, una fonte affidabile di notizie. Come si può leggere nell'appendice metodologica di questi bollettini, le denunce di vittime civili contestate dalle truppe d'occupazione non vengono conteggiate. Inoltre, si legge sempre nell'appendice metodologica, "a causa di limitazioni d'accesso dovute a motivi di sicurezza" l'Unama non può raccogliere informazioni sul posto proprio in quelle aree del Paese dove si combatte e si bombarda di più: da queste zone l'Unama raccoglie solo informazioni di seconda mano attraverso una non meglio specificata "rete affidabile di fonti". "C'è la forte possibilità che l'Unama sottostimi le vittime civili", conclude quindi la nota. Sarebbe più corretto dire che c'è la certezza che ciò avvenga, e in maniera significativa.
Fidarsi di questi dati sì che è "ardito"! Non la tesi secondo cui "la gran parte dei civili uccisi è stata colpita dalle truppe alleate", sostenuta non dai talebani, ma da fonti indipendenti afgane, come l'ong Afghanistan Rights Monitor (ARM) presieduta da Ajmal Samadi, e straniere, come il professore statunitense dell'Università del New Hempshire, e collaboratore del quotidiano britannico The Guardian, Marc Herold, che da anni aggiorna un noto e dettagliato database sulle vittime civili afgane compilato sulla base di tutte le notizie riportate dai media locali e internazionali, senza escludere quelle contestate dalle truppe d'occupazione. Le sue stime sulle vittime civili delle forze d'occupazione sono più elevate di quelle fornite dall'Unama, che ha iniziato a contare le vittime civili solo dal 2007: da quell'anno fino al giugno 2009 il professor Herold ha contato 2.671 civili uccisi dalle forze occidentali, contro i 1.767 stimati dalla missione Onu. Una differenza dovuta a tutti i civili effettivamente uccisi dalle truppe straniere ma non conteggiati dall'Unama in quanto considerati 'combattenti' dalla Nato. Che molti 'talebani' uccisi "fossero in realtà non combattenti" non è affatto una "considerazione tutta da provare", ma una realtà frutto di un'inconfessabile quanto comune pratica militare della Nato, di cui Peacereporter è venuta a conoscenza nel 2006 non dai talebani, ma da una fonte molto ben informata dell'esercito italiano. Ecco quello che ci disse: "L'aviazione bombarda i villaggi in cui si pensa vi siano dei talebani. Vengono sganciati ordigni da 500 libbre, che non distinguono certo tra combattenti e civili. Dopo il raid aereo, intervengono sul posto le forze speciali per rastrellare il villaggio, neutralizzare eventuali combattenti superstiti e quindi verificare il risultato dell'attacco per fare poi rapporto al comando. Queste pattuglie si portano sempre dietro una bella scorta di kalashnikov sequestrati in altre occasioni e li depongono accanto ai civili. Scattano una bella foto ed ecco che quei morti, nel rapporto, diventano talebani. Il sistema lo hanno inventato gli statunitensi, stanchi di vedersi messi sotto accusa per i 'danni collaterali': con queste messe in scena e con le prove fotografiche sanno di poter farla franca di fronte a chiunque li accusi. Ma adesso hanno imparato a fare lo stesso anche i britannici e i canadesi".
Prendendo per buone, quindi, le stime del professor Herold, risulta che i civili uccisi dalla Nato negli ultimi tre anni (2.671) sono poco più di quelli uccisi dai talebani nello stesso periodo secondo l'Unama (2.455). Una sostanziale equivalenza confermata anche dai dati del 2006, per cui lo studioso statunitense ha contato 711 civili uccisi dalle truppe d'occupazione e Human Rights Watch 699 civili uccisi dai talebani. La grossa differenza tra le parti emerge nel totale dei civili afgani uccisi dal 2001 a oggi: oltre 3mila per mano dei talebani e oltre 7mila ad opera delle forze straniere. Una differenza dovuta agli oltre 3mila civili afgani uccisi nei bombardamenti alleati del 2001-2002 e dalla contemporanea inattività dei talebani.
Solo gli ‘interventisti ideologici' che vogliono occultare i crimini commessi dalle forze d'occupazione occidentali possono negare il fatto "che in Afghanistan la gran parte dei civili uccisi è stata colpita dalle truppe alleate", sostenendo, per giunta, che queste uccidono civili "per errore, mentre i talebani uccidono quasi sempre con consapevolezza". Che differenza c'è tra sganciare da mille piedi una bomba da 500 libbre per uccidere dei talebani attorniati da donne e bambini decidendo di accettare il rischio di causare ‘effetti collaterali', e azionare una carica esplosiva al passaggio di un blindato straniero anche se in quel momento ci sono dei civili nei pressi? Nessuna: in entrambi i casi quei civili sono vittime di una scelta scellerata ma consapevole, non di un errore. Nelle guerre moderne, che non coinvolgono più due eserciti schierati in un campo di battaglia, le vittime civili non sono un errore, un effetto indesiderato: sono, come ammettono molti onesti militari, un effetto inevitabile che viene cinicamente messo in conto dai generali della Nato così come dai comandanti talebani. Sganciare una bomba che sicuramente ucciderà anche degli innocenti è un'azione consapevole come lo è, a monte, scegliere di prendere parte a una guerra (o peggio ancora di scatenarla invadendo un paese straniero) che inevitabilmente porrà fine alla vita di tante donne, bambini e anziani. "E' una scelta difficile, ma è un prezzo che vale la pena pagare", disse il segretario di Stato Madeleine Albright a proposito del mezzo milione di bambini iracheni sterminati dalle sanzioni Usa. Quando scende in guerra, l'Occidente civilizzato e umanista uccide con la stessa consapevolezza dei talebani. L'errore non è "provocare a volte" anche vittime civili: l'errore è fare la guerra.
La recente strage a Kunduz ha costituito il pretesto per chiedere la fine dei bombardamenti aerei come se i jet alleati, oltre a provocare a volte "danni collaterali", non fossero indispensabili ogni giorno per salvare la vita a soldati alleati e afgani caduti in imboscate in qualche area sperduta del Paese.
La strage di Kunduz, in cui le bombe Nato hanno ucciso decine di donne e bambini innocenti, è stata l'ulteriore dimostrazione che in guerra, nonostante le belle parole, le buone intenzioni e le promesse di ‘fare più attenzione', i "danni collaterali" non sono evitabili, soprattutto quando si usano i bombardieri. "Indispensabili" per salvare le vite dei "nostri ragazzi", anche al prezzo di stroncare tante altre vite di afgani: "un prezzo che vale la pena pagare" direbbero tutti quelli che evidentemente pensano che le vite "nostre" e le vite "loro" non hanno lo stesso valore.
Dopo 20 anni trascorsi a occuparmi di guerre continuo a stupirmi di come i pacifisti ideologici, quelli "senza se e senza ma" finiscano per fare da cassa di risonanza alla propaganda "nemica" e continuo a chiedermi se lo facciamo senza esserne consapevoli, presi dalla foga di contestare gli "amerikani e i loro servi" o se invece cooperino con lucidità alla causa anti-occidentale. Mi sono posto per l'ennesima volta questa domanda a Firenze, quando il dottor Garatti ha sostenuto il ritiro immediato dei militari alleati (guarda caso, la stessa cosa che chiedono i talebani) lasciando risolvere agli afgani le loro questioni interne come se questo non significasse un gigantesco bagno di sangue e il ritorno dei talebani e di al-Qaeda a Kabul.
Al dibattito di Firenze è stata data voce a chi sostiene l'occupazione dell'Afghanistan e l'operato delle truppe alleate. Non c'erano, né in sala né nel video, sostenitori della guerriglia talebana e della causa anti-occidentale. A meno che non si voglia liquidare come "propaganda nemica" l'opinione di chi ritiene inutile e controproducente quella guerra d'occupazione, o la sofferenza e la rabbia di chi quella guerra la subisce.
E' vero: i pacifisti chiedono la fine dell'occupazione straniera dell'Afghanistan come fa gran parte della popolazione di quel paese (tutti quelli che non ci guadagnano) e "guarda caso" gli stessi guerriglieri della resistenza talebana. La differenza è che i talebani, e parte della popolazione locale, motivano la loro richiesta con argomenti religiosi e anti-occidentali, mentre i pacifisti chiedono la fine dell'occupazione militare perché ritengono che essa costituisca una flagrante violazione proprio di quei valori e diritti fondamentali affermatisi in Occidente grazie a millenni di evoluzione sociale, politica, economica e culturale (libertà, autodeterminazione, rispetto per la vita e per la dignità delle persone, rifiuto della violenza) che i governi alleati pretendono di esportare, con la forza, in un paese come l'Afghanistan.
Ciò che veramente stupisce è come gli ‘interventisti ideologici', di destra e di sinistra, presi dalla foga di non scontentare gli alleati statunitensi, continuino a sostenere una guerra d'occupazione che è di per sé la migliore cassa di risonanza della propaganda anti-occidentale talebana. La rabbia e il dolore di chi, a causa delle truppe occidentali, perde un familiare, la casa, una parte del corpo o semplicemente la libertà e la dignità, non fanno che portare acqua al mulino del "nemico". Un nemico che, infatti, più la guerra va avanti, più si rafforza e guadagna consensi.
Agitare lo spettro di "un gigantesco bagno di sangue" per sostenere l'impossibilità dell'immediato ritiro delle truppe d'occupazione alleate è a dir poco di cattivo gusto, visto che il bagno di sangue (oltre quarantamila morti in otto anni) c'è già e lo abbiamo creato noi invadendo il paese, e considerato che per anni (dal 1992 al 2001) la sanguinosa guerra civile tra pashtun, tagichi, uzbechi e hazara è proseguita nella più totale indifferenza dell'Occidente. "Lasciar risolvere agli afgani le loro questioni interne" significherebbe rispettare il loro diritto di autodeterminazione e la sovranità del loro paese. Questo, è vero, potrebbe comportare il formale ritorno al potere dei talebani, che già controllano di fatto tutto il paese. Proprio per questo, però, non è detto che ciò avverrebbe in maniera cruenta. L'Occidente potrebbe rispolverare la vecchia arma della diplomazia (ricordandosi che non esiste solo la diplomazia delle armi) e trattare con il nuovo governo talebano affinché questo, in cambio del ritiro delle truppe d'occupazione e del sostegno economico per la ricostruzione e lo sviluppo del paese, garantisca autonomie e libertà alle minoranze etniche, rispetti i diritti umani e accetti di collaborare con organizzazioni civili internazionali e ong straniere. Queste ultime avrebbero la cruciale funzione di sostenere la ricostruzione e lo sviluppo dell'Afghanistan non solo dal punto di vista materiale, ma anche da quello socio-culturale, sostenendo quel fragile embrione di società civile da cui, col tempo, potrebbe nascere un nuovo Afghanistan, moderno e democratico. Il Risorgimento italiano - che pur partiva avvantaggiato da premesse storiche molto favorevoli (il diritto romano, le libertà comunali, l'umanesimo rinascimentale, il razionalismo illuminista) è stato un processo storico lungo, sofferto, a tratti anche cruento, che ha richiesto generazioni per completarsi e altre per consolidarsi, un processo che proprio nell'indipendenza dalle dominazioni straniere ha avuto il suo motore fondamentale. Il Risorgimento afgano sarà, probabilmente, un processo ancora più lungo e difficile, ma saranno gli afgani a dirigerlo secondo i loro tempi, le loro tradizioni culturali e le loro necessità. L'Occidente, a meno che non voglia riesumare il ‘colonialismo civilizzatore', non ha nessun diritto di imporre con la forza il suo dominio e il suo modello. Può solo, se gli afgani lo vogliono, dare loro una mano.
Eccessivamente fazioso anche chiamare "forze d'occupazione" le truppe alleate che sono in Afghanistan dietro precisa richiesta del governo di Kabul e con un mandato che deriva da una risoluzione dell'Onu rinnovata ogni anno.
Che faziosità c'è nel chiamare "forze d'occupazione" delle forze che occupano un paese?
Non i pacifisti o i talebani, ma il generale Fabio Mini, che tre le altre cose ha comandato il contingente Nato in Kosovo, intervenendo al dibattito di Firenze ha sostenuto la necessità di chiamare le cose con il loro nome, senza nascondersi dietro le foglie di fico dei formalismi e degli stratagemmi legali dei mandati e delle risoluzioni delle Nazioni Unite (che hanno avallato l'invasione e l'occupazione straniera di una nazione indipendente) o delle "precise richieste" fatte a posteriori dal governo di Kabul (un governo fantoccio insediato e sostenuto dalle nazioni occupanti).
In realtà la percezione che va consolidandosi è che gli occidentali e in particolare noi europei, abbiamo perso la cognizione di cosa sia una guerra e le nostre leadership politiche e l'opinione pubblica non hanno la "tenuta" necessaria ad accettarne le conseguenze che includono vittime anche civili e caduti tra i nostri soldati. Un punto debole sul quale i talebani giocano le loro uniche chanches di vittoria.
Se ripudiare la guerra e le sue inevitabili e orribili conseguenze significa essere deboli, ebbene sì, siamo debolissimi, come la nostra Costituzione, come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, come la Carta delle Nazioni Unite. Come quel piccolo uomo indiano con gli occhialini che era convinto che i veri deboli sono quelli che usano la forza.
Enrico Piovesana